Rocco Motto – Il mago dell’alluminio

Rocco Motto

I colpi del suo martello hanno scandito le forme delle carrozzerie di alcune delle più originali auto di ieri. Da qualche esemplare unico di casa Fiat ai bolidi per le corse, tra cui Porsche e Ferrari. Si cimentò in virtuose realizzazioni che altri ritenevano impossibili costruire.

Rocco Motto, eclettico carrozziere torinese, ci ha lasciati all’inizio del 1996. La sua vita è stata scandita dal battere dei magli. Milioni di colpi, tanti ce ne volevano per sbalzare carrozzerie da fogli di lamiera. Orfano di guerra, andò al lavoro quasi bambino. A 16 anni era così bravo che Leopoldo Viarengo, della carrozzeria Viarengo & Filipponi, gli consentì un esperimento ardito: una scocca tutta metallica, senza l’ossatura in legno allora ritenuta indispensabile.

Nel ’25 passò alla Martelleria Maggiora: capo reparto. Dopo il lavoro, lavorava ancora. Iniziò così l’attività in proprio, che divenne a tempo pieno dal 1930. In via Orta costruiva scocche grezze per Lancia, Pinin Farina, Stabilimenti Farina, Ghia e altri. I disegni erano altrui, ma rocco interveniva spesso per ridurre i costi o per migliorare l’estetica. Aveva un dialogo continuo con stilisti e costruttori. Approcci diversi al design che gli permisero infine di sintetizzare uno stile personale.

Alcune “barchetta” Siata lo rivelarono nel 1938, ma la piena espressione si vide dopo la guerra. Con la normalità tornarono le commesse, la Fiat gli affidò le “1100 S”, troppo costose da produrre in casa. Ogni mattina arrivava un telaio, ogni sera ripartiva una scocca. La storia finì quando, per risparmio, la Fiat preferì uno che, parole di Motto “Saldava serbatoi d’aereo in guerra e aveva bisogno di lavorare”. Il carrozziere non stimava l’improvvisato concorrente e aveva ragione: poco dopo la Fiat fu costretta a sopprimere la “1100 S”. Ma Motto era ormai entrato nel mondo delle corse e quando l’ingegnere Giovanni Savonuzzi allestì la Cisitalia “D 46″, gli parve logico rivolgersi a lui per la carrozzeria.

Partendo da schizzi e segni tracciati in aria, Motto materializzò la “pelle” della monoposto. Poi fu la volta del “Cassone“, la prima Cisitalia stradale, quindi dell’elegante e funzionale spider “204”, che chiuse la vicenda Cisitalia. Le “D 46″, correndo, diffusero la fame del carrozziere. Louis Tosier, pilota francese, fece realizzare da Motto le Talbot ” D 26 GS” per le Mans, quindi le Renault “4 CV” sport che vendeva con il proprio marchio o con quello GFH. Per i piccoli costruttori l’officina di via Orta era la Mecca: forniva carrozzerie adatte alle corse a prezzi di concorrenza.

Giovanni Savonuzzi scelse di nuovo Motto per l’affascinante progetto SVA. Enrico Nardi, poi famoso per i volanti, fu fedele cliente per le “750-BMW”, per le sport con motori Crosley e Giannini, per l’originale “Bisiluro” e per altre sue realizzazioni.
Per Berardo Taraschi, titolare della Giaur, Motto realizzò la stupenda berlinetta “San Remo”. Per la Osca dei fratelli Maserati e per Pasquino Ermini carrozzò delle “sport” di successo.

Lavorò anche per il costruttore Ilario Bandini, che poi si impadronì delle sue tecniche per poterle riutilizzare. Bandini copiò per plagio. Motto fu invece costretto a copiare per ragioni di mercato, dovendo riprodurre la linea dell'”Aurelia B 20″ nelle berlinette d’alluminio che la Lancia gli ordinò per le corse. Anche se queste riecheggiavano la coupé di serie, avevano qualcosa di molto personale nello stile. La Siata affidò al carrozziere la realizzazione dell’abito d’alluminio delle sue berlinette da competizione “208 S”, completate poi dagli Stabilimenti Farina. Da Motto andavano piloti e giovani-bene.

Clemente Biondetti gli affidò una Jaguar “XK 120″ “ex works” da ristilizzare come una “C Type”, Elio Checcacci gli fece vestire una Ferrari “212”, Mario Bornigia un’Alfa Romeo-Nardi “3000” per la Mille Miglia del 1949.
Il francese Jean Trevoux gli fece carrozzare come coupé la Delahaye “175” con la quale poi vinse il Rally di Montecarlo del 1951.

Rocco partiva da sagome a traliccio in sottile tubo d’acciaio, sulle quali modellava i pannelli d’alluminio che infine saldava. Il metodo non era altrettanto buono per la produzione in serie perché il “modello” in tubo restava imprigionato nella carrozzeria a supportare l’alluminio. Per le piccole serie si usava invece il mascherone, sagoma in legno per la modellazione e il riscontro. Solo una volta Motto lo impiegò per la propria produzione: 20 “1100 B” tutte uguali. La Fiat consegnò i telai in un baleno ma, mentre Motto le completava, presentò a “1100 E” con cambio al volante.  Le 20 “1100 B” finite (o quasi) diventarono modelli vecchi, invendibili. I prezzi, per liberare l’officina, scesero sotto i costi: un disastro.

Motto, per risollevarsi, intensificò i lavori per conto di terzi. Ora c’era meno tempo per i modelli unici. Ma come dire no agli amici? Nel 1953 per Jean Trevoux vestì d’alluminio una coupé su meccanica Packard elaborata da Howard. Filava a 210 km/h, abbastanza, nel 1954, per essere sesta alla Carrera Panamericana, la stessa corsa che nel 1953 aveva visto la Talbot-Motto di Louis Rosier quinta assoluta.

L’avventura messicana portò altri clienti. La Salmson fece realizzare a Torino la “2300”, il suo canto del cigno. Ma erano i piloti americani quelli che davano più lavoro: MG-Gilco, Kurtis-Cadillac, Jaguar “XK”, Austin-Healey “100/4″, autotelai però non sempre adatti a un buon risultato estetico. Lo stile del carrozziere intanto si evolveva, si cominciarono a vedere elementi caratteristici che altri non avrebbero mai introdotto.

I corridori, spregiudicati nei gusti, spinsero Motto a diventare un precursore, ma anche a pagare più di altri le difficoltà del nuovo stile. L’eco delle peripezie stilistiche sostenute dal virtuosismo del dominare il metallo arrivò ai designer americani Virgil Exner e Raymond Loewy. Il primo fu un suo incondizionato ammiratore, il secondo nel ’60 gli affidò un ardito prototipo su meccanica della Lancia “Flaminia”.

Nel ’54 l’italo-americano Joe Mascari ordinò una Cadillac per attrarre gente nei suoi supermarket. “Un’auto incredibile – ricordava Rocco – il tetto scompariva a comando nel baule, le parti lucide erano placcate in oro, la vernice conteneva polvere di perle: 52 mila lire al chilo, quando a Torino i terreni edificabili costavano 5 mila lire al metro”.
La Cadillac ispirò una Fiat “600” fuoriserie che fece scuola. Oltre alla “600 all’americana” Motto ideò la “600 Campestre” per assecondare la sua passione per la campagna. Un’idea buona, ma si capì solo dopo anni, quando altri la ripresero per farne un successo commerciale. Nel ’56 un pool di agenti Lancia commissionò 25 “Appia” in alluminio. Si distinsero in corsa.

Nel ’59 Motto lavorava a pieno ritmo: “Con 45 uomini e tre magli” – sottolineava mettendo orgogliosamente i magli in organico.
Arrivò Carlo Abarth con la commessa delle Porsche “356 GTL”. “Un caratteraccio, urlava sempre, gli dissi no. Mi fece cambiare parere un amico con le buone maniere. Che esperienza! Entusiasti, gli ingegneri tedeschi mi proposero di andare in Germania, avrebbero creato un reparto per me. Sarei partito se mi avessero offerto di andare fare il signore. Per lavorare, era meglio Torino”.

Un’altra esperienza formidabile fu quella, già accennata, con Raymond Loewy, designer di treni, delle Studebaker e della bottiglia della Coca cola. “Un uomo di un altro mondo: colto, elegante, un pò eccentrico, probabilmente molto ricco. I suoi cani barboni avevano collari tempestati di pietre preziose. Nessuno voleva eseguire la sua “Flamina”. Troppo complessa. La modellazione della “Loraymo“, si chiamò così la coupé, era effettivamente molto difficile, ma Rocco mise mano al tondino metallico e imbastì un reticolo di forme così aderenti al disegno da stupire Loewy.

Completata la “Loraymo”, il designer volle il carrozziere con sé al Salone di Parigi a dividere gli onori. Qualche tempo dopo, in una riunione dell’Associazione nazionale fra industrie automobilistiche (AN-FIA), un oratore elogiò Pinin Farina, Bertone e altri per avere dato lustro all’auto italiana a Parigi ma, deliberatamente o per negligenza, dimenticò Rocco Motto che era in sala. Dopo essersi alzato e aver fatto notare la sua presenza, il carrozziere si ritirò dall’associazione. Forse fu allora che meditò di dedicarsi alla roulotte, altra attività nella quale eccelse.

partecipa alla conversazione

Rocco Motto – Il mago dell’alluminio

1 DI 18