Addio a Paolo Villaggio: il Rag. Fantozzi creò (o distrusse?) il mito della Bianchina

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Si è spento a Roma, a 84 anni, l’attore Paolo Villaggio. Recitò per Fellini, Olmi, Monicelli, Wertmuller e Ferreri. La sua fama più grande è legata alla saga del rag. Fantozzi, che ebbe il suo equivalente automobilistico nella Bianchina. Ma mentre l’impiegato più sfigato del mondo fu capace di exploit straordinari la povera vetturetta dell’Autobianchi non ebbe la possibilità di riscattarsi. Ciononostante, grazie anche a lui, oggi la sorella nobile della Fiat 500 è uno dei miti dell’automobile.

I contorni della figura del rag. Fantozzi e del suo ambiente, la cosiddetta “Società di Fantozzi“, appaiono in tutta loro straordinaria e grottesca drammaticità nei primi minuti del primo film, Fantozzi del 1975. Questi, impiegato della ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica, rimane murato vivo in una toilette dell’azienda e salvato dopo 18 giorni (non per iniziativa dei colleghi che si preoccupano della sua assenza ma della moglie “rispettosamente in pensiero“).

Il quadro si completa nella scene successive con l’apparizione, per la prima volta, dell’automobile del rag. Fantozzi. Nella società italiana, si sa, l’automobile è elemento fondamentale della vita quotidiana (del resto, con 62,4 auto ogni 100 abitanti, siamo primi in Europa per tasso di motorizzazione, dati di maggio 2017). L’automobile più consona del rag. Fantozzi è dunque una Autobianchi Bianchina.

All’epoca il suo ciclo di vita è già concluso da tempo (entrata in commercio nel ’57, rimane in listino fino al 1969) dunque è perfetto il suo ruolo di vettura usata sgangherata e di poche pretese. Non a caso in quell’unica scena in cui è protagonista, al termine delle esequie della madre del Megadirettore Naturale Conte Lamberti (“immaturamente scomparsa all’età di 126 anni”), la sig.na Silvani, tragico amore del Rag. Fantozzi totalmente non corrisposto, la definisce senza mezzi termini “una baracca“.

Niente, in realtà, di più denigratorio all’indirizzo dell’utilitaria italiana, considerata nella sua epoca una vettura di livello molto più elevato rispetto alla contemporanea Fiat 500. La saga di Fantozzi, quindi, ha risparmiato al 100% il mito della piccola utilitaria torinese ma ha, forse ingiustamente, nociuto a quello della Bianchina. Ma tant’è. La piccola vetturetta, nei film del rag. Fantozzi, ne subirà di ogni: frontale contro un palo, distrutta da una lavatrice che la centra in pieno la notte di capodanno, trattata come un’autoscontro mentre il rag. Fantozzi tenta di tornare a casa dopo una notte di straordinari, precipitata in acqua durante la fuga d’amore di Fantozzi e la Silvani sull’isola di Capri, schiacciata come la farcitura di un sandwich per la conquista di un parcheggio.

UN MITO CHE NON SI DISTRUSSE
Nonostante l’inglorioso trattamento che le è stato riservato (si racconta che per le riprese ne furono distrutte oltre venti) il mito della Bianchina è sopravvissuto fino a oggi epurandosi di quella negatività e della ridicolaggine in cui è stata calata. A questo certamente potrebbero aver contribuito anche altre apparizioni in un ruolo molto più dignitoso: in Thrilling con Alberto Sordi, in Come rubare un milione di dollari e vivere felici con Audrey Hepburn e in La Pantera Rosa con Peter Sellers.

L’AUTOBIANCHI BIANCHINA
Nata dall’accordo tra la Fiat, la Pirelli e la Bianchi (quindi tra Gianni Agnelli, Leopoldo Pirelli e Giuseppe Bianchi), l’Autobianchi Bianchina fu progettata da Dante Giacosa e stilizzata da Luigi Fabio Rapi, presentata nel settembre del ’57 al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano (già con tetto apribile che le vale il nome di Trasformabile), esplorava la possibilità di proporre al mercato quella che oggi chiameremmo una “utilitaria” Premium.

Come arrivò a dire lo stesso Gianni Canestrini – uno degli inventori della Mille Miglia – una volta affermò che “La Bianchina è l’auto della festa, la 500 quella dei giorni di lavoro“. Motorizzata con il bicicilindrico della 500 (le meccaniche arrivavano da Torino nello stabilimento Autobianchi di Desio), si differenziava rispetto a questa per lo stile alquanto americaneggiante e le migliori finiture. La gamma si ampliò presto  (1960) alla versione Cabriolet, la station wagon (“Panoramica”) e la 4 posti.

Fino al 1969 ne sono state costruite oltre 320.000.

Alvise-Marco Seno

 

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