Legge stabilità 2018, nuova stretta per le auto storiche?

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Nei meandri della legge di bilancio 2018, ora nelle mani del Senato, ci potrebbero essere brutte sorprese per chi, dopo averli posseduti o ereditati, deciderà di “realizzare” vendendo i propri oggetti d’arte o da collezione. Saranno coinvolte anche le auto storiche? E con quali regole? Ecco le ultime novità

Nuove tasse in arrivo per le auto storiche e per i beni da collezione? Le ultime indiscrezioni  stampa, oggi è il turno del Sole 24 ore, sembrerebbero più tranquillizzanti, ma appare comunque chiaro che collezionisti di auto d’epoca, di opere arte, orologi e mobili antichi siano finiti sotto la lente di ingrandimento del fisco alla ricerca di nuove entrate.

Ad oggi la situazione non è ancora chiara ma alcuni esperti fiscalisti ai quali ci siamo rivolti per chiarimenti non hanno nascosto la loro preoccupazione: in base a quanto contenuto nel DDL per la legge di stabilità 2018 si potrebbe arrivare a concludere che una norma interpretativa – tra l’altro applicabile “ex tunc” e quindi con possibili effetti retroattivi – dell’art. 67 TUIR prevederebbe la tassazione (sia ai fini Irpef che di eventuali addizionali locali) delle plusvalenze conseguite dai privati con la cessione di oggetti d’arte, antiquariato e da collezione. Sia nel caso tali beni siano stati già acquistati a titolo oneroso o anche semplicemente pervenuti per via successoria o donazione.

Riguarderà anche le auto storiche? Senza voler fare troppo allarmismo, la situazione è ancora fluida, sarà meglio tenere un faro acceso sulla situazione in quanto qualora sotto la categoria degli oggetti d’arte o da collezione fossero comprese anche le auto d’epoca, le eventuali plusvalenze legate alla vendita sarebbero soggette a tassazione ancorché in misura e modalità non definite.

Ma cosa cambierebbe rispetto alla situazione attuale? Di fatto verrebbe meno la distinzione tra operatore professionale (ovvero chi esercita l’attività di compravendita in modo continuativo i cui utili sono già e giustamente soggetti a imposizione fiscale) e privato cittadino. In poche parole un conto è vendere un’auto della propria collezione ogni tot anni, un conto fare il commerciante.

Se tale norma dovesse essere confermata alla fine dell’iter legislativo il signor Rossi, che magari consegue un guadagno o una plusvalenza a seguito della vendita di un bene magari ereditato piuttosto che acquistato – per esempio – vent’anni fa e ora rivalutatosi, dovrebbe pagare delle nuove tasse.

Essendo tassata la plusvalenza, tra l’altro, questo balzello sarebbe slegato dalla situazione finanziaria complessiva del soggetto e quindi colpirebbe anche chi, a malincuore, si trovasse a vendere “una tantum” un bene ereditato o acquistato in tempi meno duri per le proprie finanze.

Altro tema da approfondire sarà proprio la quantificazione delle plusvalenze che, nel caso non si riuscisse a dimostrarne il valore confrontando con documentazione a supporto prezzo dell’acquistato e prezzo del venduto, verrebbero calcolate nell’ordine del 40% del prezzo di vendita.

Siamo ancora nel campo delle ipotesi ma c’è di che preoccuparsi e non si tratta, a dire il vero, del primo nuvolone nero che potenzialmente si addensa sul portafogli del contribuente italiano in queste settimane. Nei giorni scorsi si erano diffuse voci di una tassazione aggiuntiva sulle polizze assicurative a “gestione separata” che poi sembrerebbe rientrata.

E proprio in relazione ai beni da collezione questa mattina un articolo del Sole 24 riporta cheSe fino a sabato l’ipotesi di tassazione delle plusvalenze sulle vendite di opere d’arte e sui collezionabili realizzate da privati era prevista in manovra, ad oggi nella bozza non vi è più traccia. Definitivamente? Non si sa. Certo la prima scrittura della norma, molto severa per il collezionismo privato – con una retroattività sulle opere vendute negli ultimi 5 anni e un regime Iperf ordinario e uno forfettario pesante -, ha lasciato molti operatori, professionisti e collezionisti sorpresi. L’espunzione dalla manovra pare ascrivibile al niet arrivato al Mef dal Mibact, già impegnato nell’applicazione della riforma sulla circolazione internazionale delle opere d’arte

Altro tema da valutare sarà, nel caso, quello dell’ampiezza della categoria dei beni da collezione o oggetti d’arte, considerata anche la genericità della terminologia usata dal legislatore. Rimarrebbe infatti da capire se e come le auto d’epoca, storiche o youngtimer potrebbero eventualmente sia essere comprese in tale categoria e come poi potrebbero essere distinte dalle semplici auto usate (20 anni? 30 anni? L’iscrizione Asi? Il valore?) tra i beni che rientreranno nelle fattispecie tassabili in caso di compravendita.

Tra l’altro sembra evidente che una novità del genere colpirebbe in modo certo le auto, le cui compravendite anche tra privati sono soggette a registrazione, atti pubblici e altro, rispetto, per esempio, a comò della nonna, quadri od orologi, magari dal valore molto più elevato che, grazie alla loro più semplice “portabilità”, potrebbero finire per essere venduti – sia chiaro in modo illecito – in qualche meandro del web magari con passaggi di denaro in bitcoin per eludere la nuova stretta fiscale.

E vale la pena pure ricordare che le auto storiche sono beni già tassati sia al momento della vendita iniziale sia nel corso della vita intera (bollo pagato per almeno 30 anni etc.), che fanno parte del patrimonio culturale italiano e non solo e che, non ultimo, alimentano un indotto non indifferente. Vi terremo aggiornati.

Luca Pezzoni

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