Quattro chiacchiere con Mariella Mengozzi, nuova direttrice del Mauto

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Mariella Mengozzi non è una feticista delle quattro ruote. Guida una Renault Grand Espace “perché ci stanno anche le biciclette”. Nel suo ventaglio di esperienze ci sono il GFT, la moda, il Museo Ferrari a Maranello, il marketing alla Walt Disney e per un cantiere di super-yacht. Eppure, come dice Benedetto Camerana, presidente del Museo dell’Automobile di Torino, è la donna giusta nel momento giusto.

La manager a cui affidare il futuro dei rapporti con partner sostenitori, privati e pubblici. E la collaborazione con i principali musei del mondo, per scambiarsi idee e allestimenti, produrre insieme, ottimizzare i costi. E, naturalmente, amministrare e far evolvere il Mauto, che è un museo ancora nuovo (è stato ampliato e completamente riallestito nel 2011 n.d.r.), ma deve rinnovarsi per attrarre sempre nuovo pubblico.

Cosa ha pensato visitando per la prima volta il Mauto?
Stavo preparando la mia candidatura. Ho camminato a lungo, da sola. E scoprivo un luogo immenso, teatrale e tecnologico insieme, dove la storia delle quattro ruote diventa uno strumento per narrare fatti ancora più grandi. Storie che appassionano tutti, dal bambino ai nonni. Chi mi ha preceduto ha fatto un lavoro eccezionale e mi consegna una base di partenza invidiabile.

E allora, da dove si continua?
Inizieremo da nuove audioguide e visite guidate personalizzate. Avremo la vendita dei biglietti online, un sito ancora più ricco. Il tema della visibilità, poi, è prioritario. Vorrei che la fermata della metropolitana Lingotto, si chiamasse Lingotto – Mauto, come avete fatto a Milano con la Triennale. E poi portare il nome del Museo agli eventi del calendario. Da Padova a Essen, alle manifestazioni più piccole, ma comunque sempre più seguite. Anche più eventi a tema, convegni e conferenze-spettacolo, attualità, ospiti illustri. Un altro progetto a breve sarà rendere più accessibile il nostro centro documentazione. Che è un tesoro nel tesoro.

E nelle gallerie c’è qualcosa da ritoccare?
È presto per parlarne. Ma mi piacerebbe fare qualcosa in più ai due estremi della nostra storia: più sport degli esordi, le epiche competizioni, i luoghi e i protagonisti. È stata un’epopea che per noi, oggi, è difficile immaginare. Perché l’auto fa parte del quotidiano, del paesaggio. Ma sono stati anni da favola. E poi il futuro, quello che “resta da scoprire”.  L’industria è a un giro di boa, che anche il museo, in una prospettiva storica, deve seguire.

Tornando al suo passato professionale, cosa ha fatto più volentieri negli ultimi trent’anni?
Senza dubbio il Museo Ferrari.

Ha studiato la storia del Drake?
In azienda da anni conta più “la Ferrari” che “Ferrari”. Ma non per me. È un po’ come il buddismo, un uomo a cui ho pensato a lungo, che mi ispira anche oggi. Con quella sua volontà inossidabile di diventare ciò che voleva. E di riuscire.

Un esempio.
Ha fondato l’azienda a 49 anni. Che è come dire oggi a 70. Ed è arrivato dove sappiamo.

Cosa è stato più difficile, a Maranello?
Creare “sistema” in un mondo piccolo. Dove la gente andava per una cosa sola. E invece siamo riusciti a gettare ponti con chiunque, dalle cantine agli altri protagonisti dell’industria, dalla bio-agricoltura, all’arte e la poesia. E il piccolo paese è diventato la capitale della motor-valley. Una meta per cultori, ma anche turisti con vari interessi.

Il problema della periferia.  Anche Torino fa cose grandi, ma ogni tanto pensa provinciale.
Io non sono torinese. E mi dicono che mi hanno portato qui anche per quello. Devo immergermi, capire. Ma credo che questa città, da sempre bellissima, ma che ha cambiato faccia negli ultimi vent’anni, continui a svelare progetti fantastici: la Venaria e le residenze sabaude, il nuovo museo Egizio, Stupinigi, i grandi spazi espositivi contemporanei. Non siamo secondi a nessuno.

Interviene il presidente Camerana: “Il Mauto deve proporre nuovi percorsi, ogni anno, per invitare il suo pubblico a tornare. A orbitare qui attorno. Come a un quartiere magico della città.  Lo stiamo facendo con mostre importanti (in passato Bertone, Martini e Giugiaro, oggi Fioravanti, in ottobre Gandini) che sono un’ottima ‘scusa’ per creare un flusso. Il premio della ‘Matita d’Oro’ è un altro evento di prim’ordine. Nell’ultima edizione avevamo un secolo di car design sul podio. Un colpo d’occhio, un’emozione, che forse non sono stati sfruttati a dovere.  Per continuare su questa strada e fare meglio, allargandola ai musei europei che fanno parte del nostro network, ci vogliono energie nuove. Conoscenza e contatti, sostegno economico e capacità progettuale con il privato. Mariella Mengozzi è qui anche per questo“.

E ai tanti milanesi, avidi di mostre e musei, che non sono mai venuti a trovarvi, il nuovo direttore cosa dice?
Prendete la “linea rossa” e venite a scoprire il Museo Nazionale dell’Automobile.

Il Frecciarossa, vorrà dire.
Ma è la stessa cosa: 45 minuti, una metropolitana.

Questione di pigrizia o è Torino che non esce dal guscio?
Siamo il Museo Nazionale di tutti gli italiani. E con il 50% di visitatori stranieri. A New York ci hanno premiato. Torino, forse, deve comunicare meglio, ma Milano non può non venire a trovarci.

E voi cosa mettete nel piatto?
Tutta la storia del XX Secolo, raccontata con le quattro ruote. Reale e virtuale, grandi e piccoli avvenimenti, costume, arte, curiosità. Con gli occhi puntati al futuro.

Mica male per una collezione di automobili.
Il museo è già splendido, alcune auto uniche. Abbiamo molto da offrire. Aggiungeremo nuovi servizi e collegamenti col mondo. Questo è il linguaggio contemporaneo. Il resto è fuori dal tempo.

Giosuè Boetto Cohen

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