La storia dell’automobile abbonda di modelli che si sono evoluti di generazione in generazione, ma uno solo è il caso di una vettura che, rispetto alla sua progenitrice, – nata quando lo Sputnik veniva lanciato in orbita – è rimasta sostanzialmente identica. Oggi, nel 2026, una nuova rinfrescata al look della Caterham Seven dimostra che la formula di una sportiva ridotta all’osso, che grazie alla leggerezza può trasmettere emozioni da supercar, è ancora vincente.
L’intuizione di Chapman
Facciamo un passo indietro per capire dove risieda questo elisir di lunga vita che sembra rifornire il serbatoio della biposto inglese sin dalla sua prima apparizione. Siamo nel 1957 quando quel geniaccio di Colin Chapman decide di spogliare la Eleven, filante e vincente – ma costosa – barchetta da corsa, per realizzare una sportiva divertente ed economica, motivo per il quale progetta un telaio nuovo di zecca e attinge a piene mani dalle auto di serie per comporne la meccanica; poi rende la sua nuova creatura disponibile anche in kit di montaggio. La Seven, con un peso di poco superiore ai 400 chili, offre emozioni a buon mercato anche quando dotata del fiacco 4 cilindri Ford di 1.172 cm³ e 36 CV, mentre prende il volo se equipaggiata con il Coventry Climax FWA di 1.098 cm³ e 75 CV.
Nelle pieghe della legge
La leggenda della roadster, che sembra più una moto che un’auto, che offre un misero riparo dalle intemperie ma ripaga con un’agilità fuori dal comune tra le curve, nasce qui. Ad alimentare il mito anche piccoli stratagemmi escogitati per facilitarne la diffusione ed evitare di pagare le tasse: non molti sanno che le auto in kit di montaggio beneficiavano di un’esenzione, a patto che non fossero incluse le istruzioni. Ma nessuno proibiva di allegare un manuale su come smontare l’auto. Leggere un libro dalla fine non sarebbe mai stato così piacevole come in questo caso.
Subentra Caterham
Dato che stiamo parlando di Caterham Seven dobbiamo però arrivare al biennio 1973-1974, quando il piccolo costruttore inglese compra i diritti dalla Lotus e rimette in produzione la pestifera spider, scegliendo di utilizzare la S3, quella il cui design si era mantenuto invariato, a differenza della S4 con carrozzeria più voluminosa. Le Caterham Seven rimangono felicemente immutate fino ai primi anni 80, quando viene abbandonato l’assale posteriore rigido Ford per far posto prima a quello della Morris Ital e poi alle sospensioni posteriori De Dion, ma nessuno pensa di mettere mano su quelle ormai iconiche forme modellate nell’alluminio. Si sceglie invece di rinfrescare il parco propulsori, abbandonando i vecchi 4 cilindri Ford o il mitico twin cam Lotus e abbracciando, dal 1991, anche i Rover Serie K.
Anima immutata, motori per tutti i gusti
Comprimendo oltre 30 anni in poche righe, l’importante è sapere che la gamma viene semplificata con la Classic, spinta dall’1.4 litri Rover da 105 CV, la Roadsport con Ford Sigma o Duratec (da 125 a 175 CV) per poi passare alla Superlight con cambio a sei marce e 150 CV per uno 0-100 km/h in 4,7 secondi o la R500 con 263 CV capace di mettere in imbarazzo qualsiasi sportiva anche al giorno d’oggi, forte di soli 2,8 secondi per accelerare da 0 a 100 km/h e toccare i 240 km/h, sempre ad averne il coraggio. Vengono anche introdotte varianti di telaio allargate (SV) e i modelli CSR che irrigidiscono il telaio, aumentando solo leggermente il peso ma stravolgendo la ciclistica con sospensioni a doppio braccio oscillante, completamente regolabili, sia all’anteriore che al posteriore.
La Caterham edizione 2026
La gamma si è poi evoluta fino ai giorni nostri con – parlando dei modelli importati in Italia – la 170 da 85 CV e, a salire, la 340 da 168 CV e la 420 Cup da 210 CV, fino alla 485 CSR con 228 CV. Dicevamo però delle novità 2026, che sono in realtà piccoli dettagli estetici che non vanno a cambiare nulla della sostanza di una vettura che è un classico al quale solo un pazzo oserebbe mettere le mai. Ecco allora che alla Caterham hanno pensato bene di rendere disponibili, senza sovrapprezzo, sia il roll-bar che le calotte dei fari in tinta con la carrozzeria anziché nel consueto nero. Nell’abitacolo, invece, il pacchetto S è ora disponibile con nuovi sedili di pelle completi di emblema “Seven” ricamato sul poggiatesta e anche un nuovo tunnel, sempre di pelle. La modifica più evidente comunque è la nuova gamma di otto colori, due dei quali – il Poppy Red (quella delle foto) e il Blacksmith – sono disponibili di serie, mentre l’Earl Grey è disponibile come optional. A chiudere la mazzetta, Sunset Riot, Heritage Sage, Chainmail Silver, Viola Parsifae e Ice Forest Green. Insomma, «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi» sembrano aver pensato in Inghilterra, con un sano e pragmatico spirito gattopardesco, ma quello che più interessa agli appassionati di questo storico modello è che sia ancora in commercio a quasi 70 anni dalla nascita. Un record difficilmente replicabile e che nasce da un concetto tanto semplice quanto radicalmente efficace quando si parla di auto sportive, elaborato da chi, la Seven l’ha ideata: «Simplify, then add lightness».