Le vendite deludenti della quarta generazione spingono i vertici di Honda a fare marcia indietro e tornare agli stilemi che avevano caratterizzato le prime tre Prelude, ovvero linee nette, squadrate e terzo volume pronunciato. Presentata il 7 novembre 1996, la Prelude di quinta generazione ricorda infatti le progenitrici, con la differenza principale rappresentata dai fari di forma poliellissoidale, quasi a ricordare i coperchi dei fari a scomparsa.
Arriva l’ATTS. Un vero ritorno alle origini, anche se, della generazione appena andata in pensione viene mantenuto il 2.0 da 133 CV e il 2.2 V-TEC, sia nella versione da 185 CV – utilizzata in abbinamento o meno alle 4 ruote sterzanti -, sia quella potenziata a 200 CV. Quest’ultima, se installata sulla VTI è abbinata al sistema elettronico che fa sterzare le ruote posteriori, mentre sulla VTI-S porta al debutto un’altra innovazione tecnologica, come ormai tradizione su questa coupé votata a stupire. Si tratta dell’ATTS (Active Torque Transfer System), ovvero un sistema di trasferimento attivo della coppia che agisce sulle ruote anteriori e che, quindi, non prevede la presenza del sistema 4WS (4 wheel steering).
Agevola la trazione. L’ATTS distribuisce automaticamente una percentuale maggiore (fino all’80%) della coppia alla ruota anteriore esterna, quando si accelera in curva, facendola girare il 15% più veloce di quella interna. Il sofisticato sistema, pensato per contrastare il sottosterzo insito in un’auto a trazione anteriore, era interamente meccanico e, in parte, riprendeva i concetti del primo 4WS, ovvero un gruppo di ingranaggi epicicloidali incaricati di distribuire la coppia motrice dal differenziale, abbinati a frizioni multidisco in bagno d’olio a sinistra e a destra, e una centralina idraulica. Peccato che la distribuzione del peso sulla Prelude, con il 63% a gravare sull’avantreno, finisse per renderne poco evidente l’azione.
Addio al cruscotto fantascientifico. La versione commercializzata in Italia era equipaggiata con cerchi di lega a cinque razze da 16 pollici dal disegno molto aggressivo, abbinati a pneumatici 205/50 e a un sistema frenante maggiorato rispetto alla precedente versione. I cambiamenti nell’abitacolo erano invece all’insegna della restaurazione, ovvero strumentazione analogica tradizionale e plancia con cruscotto dedicato al conducente dal disegno decisamente meno avveniristico. Invariati i sedili e il leggero aumento del passo – 36 mm – e della lunghezza complessiva – 81 mm – non incidevano particolarmente sulla comodità.
Occhio ai ricambi. Le Prelude 2.2 arrivate in Italia sono quasi tutte dotate di ATTS e si riconoscono dalla forma dei cerchi, a stella dritta, mentre quelle 4WS li hanno a stella volvente. Posto che, in generale, si tratta di un’auto che ha avuto una ridotta diffusione da noi (ed è stata la meno venduta in assoluto di tutte e cinque le generazioni), le VTI-S sono più rare, anche se il sistema può rivelarsi delicato e le parti di ricambio poco reperibili e costose. Per una buona 2.2 “4WS” si può arrivare a spendere sui cinque-seimila euro, mentre per una più rara 2.2 “ATTS” bisognerebbe mettere in conto un 20-30 per cento in più.