Uno dei modelli che ha fatto la storia sportiva della Porsche, un’auto che ha cambiato le regole del gioco, portando il concetto di 911 turbo ai massimi livelli di sviluppo, evolvendo e quasi stravolgendo il suo aspetto e dando vita a una feroce macchina da corsa con prestazioni clamorose e un dominio assoluto su tutti i circuiti del mondo. Quest’anno festeggia mezzo secolo dal suo debutto e anche Porsche, sul proprio canale YouTube, ha deciso di omaggiarla, con una serie di cinque episodi intitolata "Porsche Heritage Moments" dove ha riunito, per la prima volta, il modello originale, la 935/77, la 935 “Baby”, la mitica 935/78 “Moby Dick” e il prototipo protagonista del fallito tentativo di record di velocità per biciclette di Jean Claude Rude.
Nata da un cambio di regolamento
La storia del programma Porsche 935 ha origine da una revisione delle regole della categoria Gruppo 5 della FIA che, per la stagione 1976, aveva decisamente allargato le maglie di ciò che era concesso fare a un costruttore per quanto riguarda le modifiche alle auto derivate dalla serie. Nello specifico, le vetture che partecipavano al Campionato del Mondo Marche e seguivano le regole Silhouette, che già permettevano di intervenire sulla carrozzeria e sul telaio a condizione che le forme di base rimanessero invariate. A partire dalla RSR 2.1 Turbo, che aveva partecipato alla 24 Ore di Le Mans nel 1974, troviamo quindi la 934, con specifiche Gruppo 4, che non è molto diversa e invece la 935 che indossa un abito molto più aerodinamico di fibra di vetro - allungato nella zona posteriore con un telaietto ausiliario - e con il caratteristico “slant nose”, ovvero il muso abbassato con i fari posizionati nella parte inferiore del paraurti, introdotto a metà stagione.
Più veloce di una Formula 1
Per quanto riguarda il motore, il 6 cilindri boxer viene leggermente ridotto di cilindrata (2.85 litri) per rientrare - utilizzando il fattore di equivalenza di 1,4 applicato ai motori turbocompressi - entro il limite dei 4 litri e, grazie a un enorme turbina KKK, a seconda della pressione di sovralimentazione (tra 1,35 e 1,55 bar) riesce a erogare dai 550 ai 650 CV. Non mancano altre migliorie, dalle molle elicoidali alle barre antirollio regolabili, fino a dischi ventilati di maggiori dimensioni. La classe 4.0 litri inoltre prevedeva un peso minimo di soli 970 kg e la 935 a vuoto arrivava a circa 900 kg, cosa che le permetteva di giocare con la zavorra: i primi test al Paul Ricard, durante i quali a ciascun pilota ufficiale fu data l'opportunità di provare la nuova vettura, furono un successo. Jochen Mass, in un'intervista alla rivista Road & Track, ricordò la sua esperienza: «eravamo in pista contemporaneamente con alcune monoposto di Formula 1... nelle curve andavano più veloce, ma non appena arrivava il rettilineo, le superavo e le lasciavo indietro».
Subito vincente
Con queste premesse, il debutto alla 6 Ore del Mugello del 1976, primo appuntamento della neonata categoria Silhouette, è una pura formalità che si trasforma praticamente in un monomarca Porsche: prima la vettura di Ickx-Mass, seconda quella di Wollek-Heyer, al terzo si inserisce una 934, poi, fino alla settima piazza, un’alternanza di 911 RSR e 934. La vittoria arriva anche nella successiva gara di Vallelunga e alla fine dell’anno Porsche conquisterà il titolo Costruttori, non dopo un’accesa lotta con la BMW, mentre a Le Mans - gara non valida per il campionato - la 935 con telaio #002 vince nella sua classe (Gruppo 5) e si classifica quarta assoluta, nella gara vinta dalla 936. La carriera della 935 sarà lunga e ricca di successi, con numerose evoluzioni: la 935/77 - nome che identifica gli esemplari ufficiali Porsche - oltre a nuove sospensioni, passa da una singola grossa turbina a due più piccole, per avere meno turbo lag e migliorare erogazione e guidabilità. Il lunotto posteriore ha una diversa inclinazione, per motivi aerodinamici, stesso motivo che porta a integrare gli specchietti retrovisori nei parafanghi anteriori.
Dalla “baby” alle versioni clienti
Ne viene inoltre realizzata una versione destinata a competere nella Classe 2 litri, con cilindrata ridotta a 1.4 e sempre biturbo: soprannominata “935 Baby” e con circa 370 CV, debutta con una vittoria e viene ritirata dopo solo due gare, essendo servita allo scopo di dimostrare che Porsche, se voleva, poteva vincere in ogni categoria. Vengono inoltre prodotte le 935 destinate ai clienti, denominate 935/77A che mietono successi e, a partire dal 1978, con le 935/77 ufficiali non più impiegate e le 935/78 usate solo saltuariamente, diventano la forza dominante e incontrastata su tutti i circuiti. Daytona, Sebring, Nürburgring, Watkins Glen, Silverstone, Vallelunga, spesso con triplette che annichiliscono la (poca) concorrenza. Tra il 1977 e il 1979, la Porsche costruisce infatti circa 40 esemplari della 935 che vanno ad affollare le griglie e a occupare stabilmente tutte le prime posizioni, con team dai nomi storici come Kremer e Joest a raccogliere gli allori più prestigiosi.
La balena e la Kremer vincente a Le Mans
La più famosa di tutte - anche se dalla carriera brevissima - è la 935/78, soprannominata “Moby Dick”, che introduce il raffreddamento a liquido e le quattro valvole per cilindro ma, soprattutto, la voluminosa carrozzeria che, nel prototipo verniciato di bianco, la rende simile alla famosa balena bianca del romanzo di Melville. Con una cilindrata di 3.2 litri e oltre 850 CV, fu rilevata una velocità massima di 366 km/h a Le Mans, dove, nell’edizione del 1978, conquistò il terzo posto in prova ma senza andare oltre l’ottavo posto finale. Dopo solo altre due gare, la 935/78 fu ritirata e messa nel museo Porsche, mentre le sorelle in mano ai team privati continuarono addirittura fino al 1984, con l’epica vittoria a Le Mans 1979 della Kremer K3, nient’altro che un’evoluzione della 935 fatta “in casa” dalla scuderia con base a Colonia. Con oltre 150 vittorie in carriera e l’immagine scolpita nella memoria degli appassionati delle mute di 935 in mano ai privati a occupare gran parte dei posti in griglia, il mito di questo modello è ancora ben vivo. La sua silhouette inconfondibile, la mitica livrea Martini e la fama di imbattibilità hanno fatto il resto e, a distanza di 50 anni, ha un posto d’onore nella storia del motorsport.
