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1000 Miglia 2020: da Cervia a Roma

1000 Miglia, il diario di bordo della seconda giornata di gara dagli inviati di Ruoteclassiche.

Sarà che sono un animale nato e allevato nel Piano padano, ma ogni volta che punto il muso verso Sud, non so perché mi prende un buonumore. Siamo scappati da Milano Marittima cercando di eludere la nebbia sotto la sua pineta, per filare verso San Marino e le Marche con il mare a sinistra e l’Appennino a destra. La bella ottobrata della settimana accompagna le auto all’interno e il fascino un po’ nascosto delle Marche. 

Che meraviglia! Rollando dolcemente sulle curve dell’entroterra, il fido coéquipier Franz e io ci rendiamo conto una volta di più che il presupposto della scoperta è lo stupore. Sì, è lo stupore la vera cifra di chi assiste al passaggio della 1000 Miglia. Lo è sempre stato. È ciò che ci spinge a partire per una corsa di quattro giorni su e giù per l’Italia. È ciò che distingue una bella auto classica da una macchina vecchia. Quando si dice che la Freccia Rossa è il più magnifico museo dinamico della storia della velocità classica, non è un modo di dire. Nel veder passare i trecentocinquanta equipaggi a pochi metri, cultori e curiosi si stupiscono nell’azzeccare o nel non riconoscere d’acchito questa o quella vettura. Neanche i veterani della sedia e del tavolino riescono a individuarle tutte, perché cambiano ogni anno. E dello stupore dei bambini, non vi sto neppure a raccontare: osservarne le facce è impagabile anche per una frazione di secondo.

La velocità non ammette panorami.
Il pilota concentrato sul volante e sui rumori che gli arrivano dal cofano, il navigatore immerso nel roadbook e nel calcolo delle medie orarie: è un peccato che i piloti non possano godersi davvero il paesaggio, il foliage autunnale che offre questa singolare edizione della corsa. È un peccato non osservare le montagne che arrugginiscono, via via che ci si addentra verso l’interno e la magnifica gola del Furlo, che apparteneva già al percorso della 1000 Miglia classica. A quei tempi ci si arrivava verso sera e non c’era bel tempo che tenesse: la velocità non ammette i panorami e la malinconia dell’imbrunire. Dopo Urbino e Macerata, nella Porta e Piazza del Mercato di Fabriano, luogo del cuore FAI, le auto formano il consueto mosaico per la pausa pranzo. Dopo la rilevazione di Macerata, è il momento giusto per prendere il polso della corsa.

Sfida tra regolaristi. Stefano Valente è quarto con 32277 punti, in coppia con l’esperto Alberto Aliverti su Alfa Romeo 6C 1750 SS Zagato del 1929. “Ce la stiamo mettendo tutta, è difficile perché davanti abbiamo grandi avversari e regolaristi. Faremo i conti domenica pomeriggio. Finora la macchina si è comportata molto bene, dà il meglio nel misto, ha una tenuta di strada eccezionale considerando l’epoca in cui è stata costruita”. Un altro habitué della 1000 Miglia (16 partecipazioni) è Massimo Bettinsoli, che con Andrea Belometti segue gli Alfisti con 32056 punti. “Il percorso lo conosco bene, dopo così tante edizioni da pilota. Quest’anno faccio il navigatore e non nascondo che puntiamo… al podio, diciamo.

Impegno e concentrazione. Fisicamente, la Lancia Lambda Spider Casaro di Belometti è impegnativa, ma va molto bene”. Invece la coppia (in macchina e fuori) Luca Patron-Elena Scaramuzzi deve ancora prendere bene le misure alla nuova Alfa Romeo 6C 1750 SS Young del ’29, acquistata apposta per la 1000 Miglia 2020: “È più reattiva della OM Superba con la quale ho fatto due volte secondo. Non mi sento ancora competitivo, perché non è adatta al mio approccio morbido alla guida. Certo, l’Alfa ha qualche cavallo in più, ma è scorbutica e richiede una tecnica di guida veloce. Aspettative? Quest’anno basta portare la macchina a casa sana”. 

Il cuore spezzato di Amatrice. Il passaggio più atteso della seconda giornata è Amatrice. Se n’è detto e scritto molto, a quattro anni dal sisma. La cittadina che ricordavo non esiste più, se non nelle rovine della chiesa. Guardare le bandierine con la Freccia Rossa agitate davanti all’unico bar, fra macerie e cantieri, è uno spettacolo che spezza il cuore. Per ammirare le auto che all’imbrunire risale la ex via principale, si sono riunite un centinaio di persone. Ragazzini e anziani, perlopiù. La sensazione è che la gente che lavora abbia altro da fare e a cui pensare. Il passaggio della 1000 Miglia è un atto simbolico, ma forse qui si sono stancati anche delle dimostrazioni di buona volontà.

Direzione Roma. Se è vero che la memoria è il diario che ciascuno di noi porta sempre con sé, quella di oggi era una pagina che andava comunque scritta. Senza sentimentalismo, né la superficialità dell’inchino. Mentre le macchine ruggiscono contro il tramonto, destinazione Roma, la via Veneto della “Dolce Vita” e Villa Borghese, preferisco guidare lungo le pieghe dei pensieri. Domani rotta a nord attraverso gli scenari d’incanto della Toscana rurale. Tappa lunga, faticosa. Minaccia pioggia.

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