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50 anni fa lo schianto che portò via Graham Hill

Ci sono baffi che hanno fatto la storia. Quelli di Graham Hill, per esempio, sembravano disegnati dal vento di Indianapolis e rifiniti con la stessa cura con cui lui affrontava il toboga di Montecarlo. Erano il marchio di un uomo che ha portato in pista eleganza britannica, talento puro e una certa inclinazione al fascino da gentleman driver. Quello vero, non una sbiadita copia da pose su Instagram.

L’unico con la “Triple Crown”

Hill è stato molte cose: due volte campione del mondo di Formula 1 (1962 e 1968), mattatore indiscusso del Principato di Monaco con cinque vittorie, prima di essere superato da un certo Ayrton Senna. Ma anche trionfatore a Indianapolis (1966) e alla 24 Ore di Le Mans (1972), cosa che gli ha permesso di essere l’unico, ancora oggi, ad aver conquistato la celeberrima Triple Crown del motorsport. Un palmarès unico che racconta solo una parte di lui, quella di pilota determinato, regolare e preciso, che aveva dovuto guadagnarsi con fatica ogni piccola conquista, ben lontano dal destino da predestinato che si respira nei paddock attuali.

Da meccanico a campione, battagliando con Jim Clark

La sua carriera, iniziata per caso al prezzo di 5 scellini per girare con una Formula 3 a Brands Hatch, lo portò alla neonata Lotus, inizialmente come meccanico apprendista. Ma il suo talento era pronto a sbocciare: una volta seduto nell’abitacolo il suo stile divenne immediatamente riconoscibile: costanza di rendimento, tenacia, capacità di messa a punto e battuta pronta. Il primo titolo arriva al volante di una BRM, dopo una sfida appassionante con Jim Clark (che lo aveva sostituito alla Lotus) dando vita a una rivalità tutta britannica che fece epoca. Il titolo del 1963 se lo mette in tasca proprio lo scozzese volante, mentre nel 1964, tra i due litiganti, il terzo gode, ed è un altro inglese, John Surtees. Con le armi spuntate di fronte alle imbattibili Brabham seguiranno anni difficili per Hill, prima del ritorno alla Lotus nella quale, con Clark, svilupperà due miti della F1: la monoposto 49 e il motore V8 Ford Cosworth. Il secondo titolo del 1968 ha un retrogusto amaro, con la morte di Clark in una gara di Formula 2 e dell’altro compagno di squadra, Mike Spence, a Indianapolis.

Precipitato di ritorno da un test del suo team

Seguiranno annate anonime al volante di Brabham, Lola e Shadow, fino alla decisione di fondare un team tutto suo, l’Embassy Hill. Però la vita, si sa, ha un gusto beffardo: proprio dopo aver maturato la decisione di ritirarsi – ferito nell’anima per non essere riuscito a qualificarsi al Gran Premio di Monaco, il suo regno – lasciò la scena in un modo tanto improvviso quanto ingiusto. Di ritorno in Inghilterra con alcuni membri del suo team, tra cui il pilota Tony Brise, dopo una sessione di test al circuito del Paul Ricard, si schiantò ai comandi del suo Piper, durante l’atterraggio, causa cattive condizioni meteo. Era il 29 novembre 1975, esattamente 50 anni fa. Una tragedia che spense non solo un campione, ma anche un padre che non poté assistere al trionfo del figlio Damon, un uomo di spirito e un protagonista assoluto del paddock. Resta il mito, scolpito tra i cordoli e nella memoria degli appassionati. Perché Graham Hill era molto più di un pilota veloce: era un personaggio, uno capace di far ridere la stampa, di galvanizzare la squadra, di trasformare ogni gara in un duello. Oggi, mezzo secolo dopo, la sua assenza pesa ancora, ma quell’inconfondibile sorriso sotto i baffi continua a raccontarci una verità semplice: certe leggende, anche quando se ne vanno, continuano a correre. Sempre.

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