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Il mistero della 2600 Speciale

Più che tempestose, le nuvole in cui ci immergiamo questa settimana sembrano impenetrabili. Sono quelle che avvolgono la genesi dell’Alfa Romeo 2600 Speciale, carrozzata da Pininfarina tra il 1962 e il 1963. In apparenza è quasi gemella di due coupé coevi disegnati da Tom Tjaarda. Ma gli indizi non bastano: chi trova le prove?

Tutti gli appassionati sanno che alla Pininfarina dell’epoca d’oro nessuno dei “figurinisti” aveva  diritto di firma.
Lo raccontavano i protagonisti e ne abbiamo discusso l’ultima volta su Ruoteclassiche 5/2020, nel servizio dedicato ai novant’anni della Carrozzeria. Sul fianco delle vetture c’era la F blu incoronata di rosso, e questo bastava sicuramente a giornalisti e clienti, ma anche ai disegnatori stessi, perché quelli erano gli accordi e il costume del tempo.  E’ stato solo nel nuovo millennio che nomi come quelli di Brovarone, Tjaarda, Martin, Sapino si sono diventati di dominio comune, e con loro quelli di altri che sono arrivati dopo. L’uscita dall’anonimato di tanti stilisti-stipendiati ha permesso di dare una paternità alla maggior parte delle vetture, e quelle che restano incerte sono soprattutto prototipi d’alta epoca, che nascevano con pochi o nulli disegni preparatori, direttamente in officina.

Mater semper certa est. Alcune di queste figlie di nessuno (o di padri diversi, se si preferisce) sono particolarmente intriganti e su una ci soffermiamo oggi, inserendo alcune immagini di confronto, perché se riuscissimo definitivamente ad attribuirla – piuttosto che a smentirla – le conseguenze sarebbero interessanti. E l’Alfa Romeo 2600 Speciale che Pininfarina presentò a Torino e Ginevra nel 1962 in versione spider, e poi ancora a Bruxelles nel ’63, in forma di coupé. E’ un’auto poco nota fino a un decennio fa, quando, dopo un totale restauro, fu esposta in varie occasioni, tra cui il Concorso di Villa d’Este del 2010.

L’interesse per questa bella sportiva rimasta pezzo unico viene dalla sua sorprendente somiglianza con almeno due altre show car che Pininfarina espose in quegli anni. La prima è la Fiat 2300 Cabriolet Speciale (in realtà un “targa”) del ’63 e la sua rilettura chiusa, battezzata Lausanne dell’anno successivo.  Il secondo confronto è con la celebre Corvette Rondine del 1963.  Entrambi gli esercizi, come noto, furono opera di Tom Tjaarda.
Se si osservano le tre vetture affiancate, l’uniformità di stile è nettissima, soprattutto tra Alfa e Fiat. Ma anche tutto l’anteriore della Rondine sembra uscire dalla stessa mano, quasi invariato nella sostanza. Il diedro della fiancata cambia, così come la chiusura della coda; i fari possono essere sporgenti o a scomparsa, ma tutto il resto è assolutamente coerente. E se non c’è due senza tre, si potrebbe concludere che anche la 2600 sia uscita dalla matita di Tjaarda (o dall’influenza che lui ebbe nell’ufficio stile in quello specifico momento). Sarebbe, cosa non da poco, l’unica Alfa Romeo disegnata dall’americano di Torino.

Il racconto di Brovarone. Purtroppo, contro questa teoria giocano due fattori. Il primo – difficilmente opinabile – è che il diretto interessato non se ne assunse mai la paternità. Né a voce, né nei suoi diari. Nel volume “Berlinetta ‘60” di Christian Descombes e Xavier De Nombel si fa riferimento addirittura a un suo diniego, per quanto non circostanziato. Poi c’è il racconto, ascoltato direttamente da noi nel 2018, di Aldo Brovarone, allora decano dei figurinisti italiani e oggi purtroppo passato a miglior vita.
Come nella cabina di Rischiatutto, il vecchio campione allora prese tempo, volle riascoltare la domanda, mentre col pensiero scorreva i sacri testi, ritrovava, a 92 anni, le immagini lontane mezzo secolo. Dopo qualche attimo Brovarone rispose sicuro: “La somiglianza c’è, ed è indubbia. Ma io non ho mai sentito Tjaarda, finché era in vita, parlare di questa vettura. Quindi continuerei a fare lo stesso, anche perché lui non ha bisogno che noi gli si aggiunga nulla.”

L’aiuto del pubblico. Questo sembrerebbe sgombrare il campo o, forse, rendere ancora più insondabili le origini della bellissima 2600 speciale. Ma invece di arrenderci, vogliamo provare ancora una volta a usare il megafono della stampa e del web: chiedere ai lettori se qualcuno ha nel cassetto qualche altro pezzo di verità, di prima mano o di fonte accettabile, e magari anche un vostro giudizio su questa interessante vicenda. Sarebbe bello potersi chiedere ancora per un po’ se il torinese venuto da Detroit, oltre ad averci portato la Rondine, la 124 Spider e la Pantera De Tomaso, abbia messo le mani anche su un gioiello del Biscione.

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