La Saab (Svenska Aeroplan Aktiebolaget) non è mai stata una casa automobilistica come le altre. Nata nel 1945 per convertire l’ingegneria aeronautica militare svedese in auto civili, ha regalato al mondo vetture con una personalità magnetica e scelte eccentriche quanto estremamente distintive: dalla chiave di accensione posizionata sul tunnel centrale ai motori turbo capaci di mettere in imbarazzo sportive ben più blasonate, fino al “night panel” che spegneva tutte le luci in abitacolo, salvo quella del tachimetro (fino a 140 km/h).
Da marchio elitario al disastro General Motors
Saab è stato il marchio d’elezione per fette di mercato colte e anticonformiste: architetti, professori, designer, ma il suo declino comincia da lontano. Nel 1989, il colosso americano General Motors ne acquisisce il 50%, per poi rilevarla completamente nel 2000: sulla carta era l’opportunità per competere a livello globale, nei fatti è stato l’inizio della diluizione del DNA svedese attraverso l’adattamento di piattaforme già esistenti, nonostante la caparbietà degli ingegneri scandinavi nel riprogettare elementi, facendo però anche impennare i costi. Una combinazione letale che portò General Motors a mettere sul mercato la Saab nel 2008, rilevata due anni dopo da Victor Muller, proprietario del piccolo marchio di supercar olandesi Spyker, che – tempo un solo anno – è già in crisi. Non riesce a pagare i fornitori, si ferma la produzione e il tentativo di imbarcare soci cinesi incontra il veto di General Motors, che era ancora proprietaria dei brevetti della Saab 9-5 e non voleva che finissero in mani altrui.
La beffa cinese
La bancarotta viene dichiarata a dicembre 2011, ma l’anno dopo spunta la NEVS (National Electric Vehicle Sweden), una holding a capitale sino-giapponese che vuole riconvertire la fabbrica di Trollhättan alla produzione di veicoli elettrici usando come base la vecchia piattaforma della Saab 9-3. Di fronte all’impossibilità di usare il nome “Saab”, il progetto si arena e quando, nel 2019, il gigantesco gruppo immobiliare cinese Evergrande acquisisce la maggioranza di NEVS, le speranze degli appassionati del marchio svedese ritornano a sperare. La delusione è cocente quando la crisi del mercato immobiliare porta al collasso dei nuovi proprietari e al tramonto definitivo di ogni possibilità di rivedere sulle strade dei veicoli con il logo del grifone coronato, tanto che il ventilato accordo con la start up canadese EV Electra del 2024 suona quasi come una beffa. Siamo nel 2026 e della Saab non è rimasto praticamente nulla, se non un museo miracolosamente sopravvissuto alla bancarotta – grazie ai fondi del comune di Trollhättan e della divisione aerospaziale della Saab – e sette vetture che si apprestano a essere vendute all’asta.
Sette esemplari all’asta
Presso lo storico impianto di Trollhättan, la casa d’aste svedese Klaravik ha infatti avviato la vendita degli ultimissimi veicoli rimasti in fabbrica: sette esemplari di Saab 9-3, più una Hengchi 5, un Suv elettrico di medie dimensioni prodotto da Evergrande. Delle 9-3, tre sono esemplari di pre-produzione costruiti nel 2014, altri tre sono prototipi, uno dei quali sviluppato per la guida autonoma, un altro con un motore elettrico per ruota e uno dotato di un sistema ibrido con range extender. Saranno messe all’asta sul sito svedese Klaravik (https://www.klaravik.se/saab-auction.html) a partire dal 21 maggio, senza prezzo di riserva, mentre gli appassionati del marchio e i potenziali acquirenti avranno la possibilità di visitare lo stabilimento di Trollhättan il 30 maggio, giorno di chiusura dell’asta. La storia automobilistica di Saab si chiude così, senza botti, ma tra i lotti di un’asta per collezionisti. Resta il ricordo di un marchio che ha preferito spezzarsi piuttosto che piegarsi alle logiche della banalità automobilistica. E per chiunque abbia guidato una vettura con il blocchetto d’accensione vicino al freno a mano, quel vuoto non sarà facilmente colmabile.