Regolarità
26 October 2020 | di Paolo Sormani

1000 Miglia 2020: da Parma a Brescia

I nostri inviati ci raccontano la quarta e ultima tappa finale della 1000 Miglia 2020: ecco com'è andata la tratta finale, da Parma a Brescia.

Dopo essere stati testimoni di visioni magnifiche di corsa in alcuni degli scorci più belli che il Belpaese possa offrire, dopo aver valicato il passo della Cisa al buio, inseguito dagli occhi rossi di un’Alfa Romeo 6C 1750, dopo tutto questo, a bordo della Stelvio Veloce di Ruoteclassiche ci chiedavamocome la tappa finale della 1000 Miglia potesse regalare ancora emozione. Il senso imminente del traguardo e la piattezza della Pianura Padana in qualche modo minacciavano di licenziare l’eccitazione della corsa senza preavviso. Beh, felici di essere stati smentiti. La quarta tappa da Parma a Brescia ha offerto un percorso di grande significato contemporaneo e storico, senza cedere alla nostalgia. Varano de’ Melegari è la casa di Gian Paolo Dallara e dell’autodromo “Riccardo Paletti”, che ha offerto asfalto e cordoli per la prova cronometrata. Sono bastati pochi chilometri per ripiombare nel Medioevo nel borgo di Castell’Arquato, luogo di sosta sull’antica Via Francigena, che per l’occasione alla 1000 Miglia ha dedicato la mostra fotografica “Come correvano, Mille Miglia 1927-1938”, allestita nel Palazzo del Podestà. Un gentile omaggio che merita una visita.

Il virus delle macchine rosse. Lasciato alle spalle l’Appennino Tosco-Emiliano, via a vita persa bruciando la benzina a cento ottani e le strade affiancate dai filari di gelsi che quadrettano la pianura e dipingono la metafisica della pianura. Dopo Amatrice, la Freccia Rossa punta Codogno e Lodi, due dei Comuni italiani più al centro delle cronache cupe di marzo. Un passaggio simbolico, un saluto, una carezza. La gradiranno? Codogno stupisce la carovana con un’accoglienza emozionante, genuina, calda. A Lodi diventa quasi trionfale, nell’accogliere macchine e piloti in piazza della Vittoria, che si concede una grande festa popolare alla vigilia di un nuovo inverno sanitario. Ai limiti dell’imbarazzo, data la disinvoltura dell’interpretazione del distanziamento sociale. Non dimentichiamo che Lodi è la città di Eugenio Castellotti (che alla 23esima 1000 Miglia trionfò nel ’56 su Ferrari 290 MM Spyder Scaglietti) e dell’omonima Scuderia. Da queste parti, il virus delle macchine rosse si è sempre manifestato con forza.

Hanno vinto tutti. Dopo il passaggio a Bergamo, un’altra città di grande tradizione motoristica e altrettanto provata da ciò che sapete, alle 15.30 i 296 equipaggi superstiti si ripresentano in ordine da dov’erano partiti il giovedì, sul tappeto rosso di viale Venezia. I giochi sono già fatti, la notizia è corsa più velocemente delle auto. Roberto e Andrea Vesco, padre e figlio in gara col numero 46, si aggiudicano la classifica dopo aver tenuto saldamente in mano le redini della più singolare e travagliata delle Mille Miglia, alla guida dell’Alfa Romeo 6C 1750 GS Zagato del 1929 del Team Villa Trasqua. Entrambi erano già saliti sul podio in passato (Roberto aveva già vinto tre volte, la prima nel ’93; Andrea ha fatto terzo nel 2018 e secondo nel 2019), ma mai insieme correndo nello stesso equipaggio. Alle loro spalle sono giunti Sergio Sisti (già vincitore nel 2001) e Anna Gualandi, sulla Lancia Lambda Spider Casaro del ‘29 numero 45; terzi Gianmaria Fontanella e Anna Maria Covelli, anche loro su Lancia Lambda Casaro VII Serie del ’27, in gara con il numero 28. Fra i molti equipaggi femminili a contendersela, solo Silvia Marini e Francesca Ruggeri hanno potuto alzare la “Coppa delle Dame”, 24esime assolute su Bugatti T40 del ’29. Seconde Federica Bignetti Bignetti e Rossella Torri su MG TB del ‘49. Nutrita anche la presenza degli equipaggi olandesi. Il numero 31 formato da John Houtkamp e Micheline Houtkamp-Van Bussel si è aggiudicato la Coppa delle Nazioni, riservata ai piloti internazionali, su Lancia Lambda Tipo 233 Corto del 1928.

Da un’Italia all’altra. La verità è che, in un’edizione che qualcuno ha paragonato a quella del 1940 per complessità e tempi duri, hanno vinto tutti. Chi l’ha voluta e organizzata in modo impeccabile, senza sbavature, raddrizzando pericolose e interminabili curve burocratiche, legislative, sanitarie. Chi l’ha fortemente desiderata e corsa per oltre 1.700 chilometri e 45 ore di guida attraversando 245 città e Comuni italiani. E, ci auguriamo, anche noi di Ruoteclassiche, che nelle cronache giornaliere abbiamo cercato di rendervi co-piloti di una straordinaria avventura partita in un’Italia e arrivata in un’altra, attraverso un cambio di stagione collettiva. Grazie per averci seguiti fino al traguardo.

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