Bastano due lettere e un numero per evocare non solo una vettura che, con la sua linea muscolosa e il possente V8 è diventata una delle auto sportive americane più riconoscibili, ma anche una delle più epiche sfide sportive in ambito automobilistico. Ford GT40 e Le Mans sono incollate l’una all’altra come un adesivo sul lunotto, sono parte integrante dell’immaginario collettivo degli appassionati e non è un caso che ad Hollywood ne abbiano tratto un film, appassionante e coinvolgente.
Ford contro Ferrari
Il guanto di sfida lanciato alla Ferrari, ai tempi praticamente invincibile sul Circuit de la Sarthe, è allo stesso tempo il colosso industriale americano che si mette contro la bottega artigianale di Maranello e un gruppetto di coraggiosi incoscienti che deve sconfiggere la miglior squadra da corsa del mondo. Due opposti che si fondono in quell’epico arrivo in parata davanti a un pubblico in delirio. Oggi, a sei decenni da quel memorabile 19 giugno 1966, ripercorriamo la storia degli uomini che hanno ottenuto questo grande risultato (ripetendosi per quattro anni consecutivi), delle difficoltà e del perché alla fine la GT40 si è rivelata una micidiale auto da corsa.
Una rivincita costosa
Come è noto, fu l’orgoglio ferito di Henry Ford II davanti al gran rifiuto del Drake di firmare un contratto che sembrava già chiuso, a scatenare tutto, dando il via libera a un manipolo di testardi e irriducibili appassionati, pronti a tutto pur di riuscire là dove nessuno ce l’aveva fatta. La leggenda narra che il presidente, infuriato, radunò i suoi dirigenti impartendo un ordine perentorio: “Andate in Europa e costruite una macchina che lo sconfigga. Costi quel che costi”. Sarà una vendetta da milioni di dollari, perché costruire da zero un prototipo capace di vincere una maratona di 24 ore non era cosa da poco, nemmeno per il più grande produttore di auto del pianeta, e soprattutto avendo di fronte uno specialista che a Le Mans non aveva rivali.
Forze fresche dall’Inghilterra
Ford decide di cercare competenze lì dove il motorsport è una religione fondata su tecnici e ingegneri per i quali i telai non hanno segreti: i primi nomi coinvolti sono quelli di Roy Lunn e del geniale costruttore britannico Eric Broadley, la cui Lola GT a motore centrale viene presa a modello per la GT. Senza “40”, un soprannome nato dall’altezza – in pollici – della vettura schema del progetto, ma mai registrato dalla Ford. La prima versione (la Mk I del 1964) si affida a un V8 da 4.2 litri, poi diventati 4.7, con 425 CV e si dimostra subito veloce, ma non affidabile, fallendo l’appuntamento di Le Mans. Entrano così in scena Carroll Shelby e Ken Miles che passano notti in officina e intere giornate in pista per trasformare la GT40 in un’auto vincente.
Innovazioni tecniche e un super motore
Il 1965 si apre con una vittoria alla 2000 km di Daytona e un secondo posto a Sebring, ma il resto della stagione è deludente e Le Mans continua a essere un feudo Ferrari, che coglie la sesta vittoria consecutiva. Questo nonostante Ford avesse messo in pista anche la seconda generazione della GT40, denominata Mk II e con il V8 big-block da 7 litri (427 cubic inches), pesante ma capace di arrivare a 485 CV. Per affrontare l’appuntamento di Le Mans del 1966, nulla viene lasciato al caso, a partire da massacranti sessioni al banco dinamometrico dove, usando delle registrazioni audio, viene riprodotta ogni singola accelerazione, cambiata e frenata che l’auto avrebbe affrontato sul circuito della Sarthe. L’asso nella manica invece era il sistema che permetteva ai meccanici di sostituire completamente dischi e pastiglie durante un normale pit-stop, risparmiando minuti preziosi.
Il grande giorno
Arriviamo così al fatidico weekend del 18-19 giugno 1966. L’atmosfera nei box Ford è elettrica e, dopo aver dominato le qualifiche occupando le prime quattro posizioni, non si può più rimandare l’appuntamento con la storia, se non altro perché nella tasca dei pantaloni di Leo Beebe, capo delle pubbliche relazioni e del programma corse, c’è il biglietto da visita di Henry Ford II con scritto a penna un messaggio che non ammette repliche: “You better win” (“Faresti meglio a vincere”). Le GT40 imprimono un ritmo indiavolato e le Ferrari ufficiali cedono una dopo l’altra: a metà gara, le vetture americane occupano saldamente le prime sei posizioni e – con la vittoria ormai in tasca – si decide di orchestrare un finale da copertina: un arrivo in parata, somma umiliazione per l’odiata Ferrari.
Il trionfo e la beffa
Ken Miles – ingegnere-pilota-collaudatore britannico che conosce la GT40 come le sue tasche e l’ha portata sul primo gradino del podio a Daytona e Sebring – si trova in testa sulla vettura numero 1 dopo un assurdo inconveniente nei primi giri, dove, a causa di una portiera che non si chiudeva, era stato costretto a fermarsi ai box. Davanti all’ordine di rallentare per farsi raggiungere dalla numero 2 di Bruce McLaren e Chris Amon e dalla numero 5 di Bucknum-Hutcherson. Obbedisce controvoglia e, a fine gara, mentre sul podio Henry Ford II sorride, Miles non può nascondere l’amarezza del secondo posto: secondo il regolamento infatti, siccome la vettura di McLaren e Amon era venti metri più indietro sulla griglia di partenza rispetto a quella di Miles, arrivando contemporaneamente aveva percorso una distanza maggiore, proprio quei venti metri che tolgono il primo gradino del podio al britannico, impedendogli di diventare l’unico uomo a vincere Daytona, Sebring e Le Mans nello stesso anno. Una volta rotto il ghiaccio la GT40 vincerà ancora, nel 1967 con la Mk IV di Gurney/Foyt e nel 1968 e 1969 con la Mk I in livrea Gulf di Rodriguez/Bianchi e Ickx/Oliver. Verranno inoltre prodotti circa 133 esemplari stradali, oggi dall’enorme valore collezionistico (alcuni esemplari hanno superato i 10 milioni di dollari), ma l’eredità della GT40 va ben oltre e, dopo 60 anni dalla prima, storica vittoria a Le Mans, il fascino e l’alone di leggenda che la circondano sono ancora intatti.