Auto
23 febbraio 2019 | di Elisa Latella

Novant’anni fa chiudeva l’Amilcar Italiana

Novant’anni fa cessava l’attività dell’Amilcar Italiana, piccola realtà imprenditoriale che dal 1925 al 1929 si occupò dell’assemblaggio delle vetturette francesi divenute famose per le vittorie alla Targa Florio e al Monte Carlo.

Amilcar Italiana. È questa la denominazione semi-ufficiale delle vetturette assemblate negli anni 20 nel nostro paese nelle fabbriche di Lecco, in provincia di Como, dalla Compagnia Generale Automobili di Roma. La maggior parte degli automobilisti, infatti, all’epoca era confusa dalle pubblicità dell’azienda, che spesso presentava i modelli come Amilcar, senza specificarne la provenienza italiana.

Un pezzo dopo l’altro. Quest’anno ricorre il novantesimo anniversario della cessazione dell’attività, che nel quinquennio 1925-1929 si occupò dell’importazione dalla Francia dei singoli componenti e del successivo montaggio in Italia. Un’operazione che consentiva un notevole risparmio sui costi d’importazione, visto che le tariffe doganali erano molto più vantaggiose per gli scambi di singoli pezzi che di automobili intere.

Come le motociclette. L’Amilcar, fondata a St. Denis nel 1921, si distinse soprattutto per la leggerezza delle sue vetture e per l’accessibilità dei prezzi. Le sue vetture, inoltre, divennero ben presto popolari in seguito a una serie di affermazioni nelle gare minori. Nel 1924, la vittoria più bella e importante, alla Targa Florio. All’anno dopo risale la fondazione della filiale italiana, a Roma, che avrebbe costruito le Amilcar francesi beneficiando di un’imposizione fiscale bassa: le vetture, infatti, erano di cilindrata così bassa che per il fisco erano equiparate ai motocicli. Sfuggivano così alle più severe tassazioni previste per la costruzione di automobili più potenti.

Il trionfo al Monte Carlo. Un modello simbolo, che riprende la 7 HP francese che trionfò alla Targa Florio, viene assemblato e venduto nel 1926 in Italia col nome di Cgs. Raggiunge una punta massima di 115 km/h, pesa 400 chili e ha un cambio a tre marce più retromarcia: caratteristiche di tutto rispetto, per una piccola automobile degli anni 20. Al modello Gs Sport segue il modello Cgss, diverso in alcuni dettagli. La Gs Sport raggiunge ottimi risultati nelle corse e un modello Cgss sovralimentato nel 1927 vince il Rally di Monte Carlo. In totale, dagli stabilimenti italiani sono usciti 4700 esemplari di Amilcar tra Cgs e Cgss.

La crisi del ’29. Dal 1927 a occuparsi dell’assemblaggio delle Amilcar in Italia è la Silva, Società Industriale Lombardo Veneta Automobili, che nel frattempo aveva rilevato le licenze dalla Cga di Roma. L’attività prosegue fino al 1929 quando, come tante altre piccole realtà industriali, l'azienda non regge l’urto della crisi economica mondiale. Già in affanno per la competizione ad armi impari con la Fiat, che nel frattempo aveva presentato una concorrente diretta, la 509, l’Amilcar Italiana interrompe le attività negli stabilimenti di Lecco. Gli ultimi esemplari vengono importati già montati dal paese d’origine.

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