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Auriol ha raggiunto la sua oasi

Ha colto tutti di sorpresa la scomparsa di Hubert Auriol, detto “l’Africano”. Il pilota francese è stato il primo a vincere la Paris-Dakar sia in moto, sia in auto. Prima di diventarne organizzatore, il gusto dell’avventura l’ha spinto a battere un record aereo.

Scipione, certo. Ma quello era duemila anni fa. Il vero Africano è stato Hubert Auriol e non certo perché era nato ad Addis Abeba nel 1952. È stato lui il primo pilota a vincere la Paris-Dakar prima in moto (due volte) e poi in auto su Mitsubishi Pajero. La notizia della sua morte, avvenuta il 10 gennaio a 68 anni per complicazioni cardiocircolatorie legate al Covid 19, ha colto gli appassionati di sorpresa, con dolore. Sulle sue piste, nella solitudine del deserto, Auriol è stato un gigante. Ha vissuto e interpretato la dimensione del rally-raid come pochissimi altri. Intensamente, a tutto tondo: da appassionato, interprete a due e quattro ruote, organizzatore. Senza mai lasciarsi alle spalle il gusto dell’avventura e l’umanità. Se c’era un male di cui Auriol soffriva davvero, era il mal d’Africa. Pur di partecipare alla sua prima Dakar, non ha esitato a mollare il suo primo impiego sui due piedi lasciando il suo capo esterrefatto. Il giovane Hubert voleva fare solo quello e ci ha provato da perfetto sconosciuto, senza le spalle larghe. Ha lottato, ha vinto, si è spezzato le ossa, ha perso. Ciò che più conta: si è divertito.

La fama arriva subito. Auriol ha vissuto la corsa africana negli anni della sua massima popolarità ed esposizione mediatica. È passato alla storia con la rivoluzione del bicilindrico: è il primo a scommettere sulla potenza dell’iconica maxienduro BMW 800 GS, che porta alla vittoria nel 1981. Un anno di pausa, poi il bis nell’83, sempre su GS. Negli Ottanta si misura con gli altri grandi interpreti della specialità, il francese Cyril Neveu e il microbelga Gaston Rahier. Nel 1987, alla sua terza partecipazione con la Cagiva, è a un passo dalla vittoria. Una piccola Marca italiana contro il gigante giapponese Honda, ma non arriva a festeggiare: cade rovinosamente a pochi chilometri dal traguardo. Si riprende, giunge al termine, poi scoppia a piangere di dolore e di amarezza: “Ho rotto le caviglie, tutte e due!”. La scena è ripresa dalla tv francese in diretta.

Il trionfo in Pajero. Hubert Auriol deve abbandonare le moto, ma i suoi occhi sono ancora pieni di sabbia. Decide di riprovare da privato al volante di una buggy sponsorizzata Kouros, con motore Volkswagen Turbo 1.8 da 320 cv a trazione anteriore, ma rompe nella prima tappa algerina. Dopo altre esperienze fallimentari ai Rally dell’Atlante e di Tunisia, cambia motorizzazione e per le edizioni ‘89 e ‘90 passa al 2 litri turbo della Renault 21. La vittoria tarda ad arrivare. La svolta arriva con la Lada Samara del team Oreca dove incontra il navigatore Philippe Monnet. Con lui vince il Rally dei Faraoni e fa un buon quinto alla Dakar ’91. La Mitsubishi li convince a guidare la loro Pajero alla vittoria, che puntualmente arriva nell’edizione denominata Paris-Le Cap. Sempre inquieto, Auriol cambia ancora scuderia. Condurrà la “grande armée” Citroën sul terzo e sul secondo gradino del podio nel ’93 e ’94, prima di diventare organizzatore. “Passare alle quattro ruote è stato difficilissimo”, ha raccontato in una recente intervista. “Sono arrivato in cima solo grazie a molto lavoro di apprendistato. Anche se potevo appoggiarmi alla mia esperienza in moto, in fatto di navigazione o di strategia, ho fatto fatica. Quando ho vinto di nuovo sulla Mitsubishi nel ’92, ho ritrovato quel gusto della vittoria dopo una lotta durissima che ci si porta dietro per tutta una vita. Vincere nelle due categorie è stato gigantesco, ma quando Jean-Claude Killy mi ha messo in mano le chiavi del negozio, nel ’94, è stata una sfida ancora più grande”. E quelle chiavi non le avrebbe più lasciate per dieci edizioni, fino al 2004. Auriol ha continuato a creare raid e gare, come la prima Africa Race nel 2008, con il partenariato delle Federazioni dei Paesi africani attraversati.

Il giro del mondo in 88 ore. Il gusto dell’avventura ha spinto l’Africano molto oltre i confini del suo continente d’adozione. Nel giugno del 1987, ancora convalescente per il terribile incidente di moto alla Dakar, intraprende un tentativo di record aereo con Henri Pescarolo e altri due piloti. Decolla dall’aeroporto parigino di Bourget ai comandi del bimotore Lockeed 18 Lodestart ribattezzato Spirit of J&B, dalla marca di scotch che sponsorizza la nuova avventura. Obiettivo: battere il giro del mondo su aereo a elica stabilito da Howard Hughes 50 anni prima, nel 1938. L’equipaggio percorre 23.852 km in 88 ore e 49 minuti: è un’impresa che lo consacra agli appassionati francesi. A tutti coloro che, come lui, hanno gli orizzonti sconfinati, consigliamo la lettura dell’autobiografia “TDSPP (Tout droit sur piste principale)”, uscita nel 2019 per l’editore Le Voyageur.

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