Auto
06 June 2020 | di Giancarlo Gnepo Kla

Chrysler: 95 anni di eleganza e innovazione a Detroit

Il 6 giugno 1925 veniva fondata la Chrysler: 95 anni fa il visionario Walter Percy Chrysler intendeva competere contro la General Motor producendo auto innovative e di qualità, il primo passo per la creazione di un impero…

Chrysler era la più piccola delle “Big Three” di Detroit: controllava De Soto, Dodge, Imperial, Jeep e Plymouth, a cui si aggiungevano le divisioni europee in Spagna (Barreiros), Francia (Simca, Matra) e Gran Bretagna (Gruppo Rootes), riunite nel 1970 in unico distaccamento, Chrysler Europe. Con un occhio di riguardo all'eleganza il gruppo Chrysler ha introdotto molte delle principali innovazioni tecniche nella storia automobilistica americana, dai supporti motore per limitare le vibrazioni, allo studio dell’aerodinamica in galleria del vento, fino ai primi concetti di ergonomia passando per il perfezionamento del motore a camere di combustione emisferiche dei potenti motori “Hemi”.

Una visione comune. L’epopea della Chrysler per certi aspetti si avvicina a quella della Lancia: tra alti e bassi entrambe hanno perpetuato un affascinate percorso fatto di evoluzione tecnologica e stilistica per garantire prodotti di qualità e di assoluta avanguardia. Peculiarità che con le dovute differenze trovavano riscontro in una visione comune. Per ironia della sorte, i destini di Chrysler e le Lancia si sono intrecciati una decina d’anni fa, fino a giungere all’accorpamento nel gruppo Fiat-Chrysler Automobiles che portò al paradossale rebadging dei modelli Chrysler venduti con marchio Lancia… Un capitolo breve e triste che ci auguriamo venga compensato in futuro con nuove pagine di successi. Partendo da questi ultimi vogliamo celebrare il 95° anniversario della Chrysler raccontandovi i modelli più significativi dal punto di vista tecnico e stilistico.

Chrysler Six. Walter Percy Chrysler nacque in Kansas nel 1875 da una famiglia umile. Divenne emblema del “selfmade man” incarnando l’ideale del sogno americano: dopo diverse esperienze manageriali nel settore ferroviario (Alco) e automobilistico (Buick), Walter Chrysler con l'aiuto di tre ex ingegneri della Studebaker, mise e punto e commercializzò la sua prima vettura nel 1924. Commercializzata dalla Maxwell-Chalmers al prezzo di 1.565 dollari, la “Chrysler Six” proponeva un motore sei cilindri leggero, potente e ad alta compressione che garantiva una velocità massima superiore ai 110 km/h, un dato considerevole per quei tempi. Presentata al New York Auto Show del 1924, la Chrysler Six era un'auto d’avanguardia sviluppata come un prodotto di lusso, ma grazie ad una brillante ottimizzazione dei costi venne venduta a un prezzo abbordabile per chi poteva permettersi un'automobile. Per la prima volta su un’auto di categoria intermedia veniva proposto un impianto frenante di tipo idraulico sulle quattro ruote; l’abitacolo era ben rifinito e integrava un cruscotto con la strumentazione raccolta in quadranti al posto degli indicatori individuali. L'elegante e spaziosa Chrysler Six ebbe un successo immediato e la casa madre Maxwell venne inglobata nella Chrysler Corporation l’anno successivo. La visione di Walter Chrysler si rivelò vincente e l'azienda crebbe integrando anche i marchi Plymouth, DeSoto, Dodge, Jeep e AMC.

Airflow. Prodotte dal 1934 al 1937, le Chrysler Airflow sono state tra le vetture più rivoluzionarie della storia automobilistica americana e non solo: avanti, forse troppo rispetto ai loro tempi, furono tra le prime a proporre una scocca "unibody", trasponendo la ricerca aerodinamica e lo stile Art-Deco nel settore automobilistico. Le loro carrozzerie integrali erano le più robuste mai adottate su un'auto fino a quel momento. Inoltre, la carrozzeria e il telaio in un unico pezzo garantivano un’ottima qualità finale nello stampaggio dei lamierati. Le Airflow vennero testate in galleria del vento, all’epoca prerogativa esclusiva degli aeroplani, così come pure il telaio riprendeva alcuni principi aeronautici: il telaio in acciaio con scocca integrata assicurava una rigidità e una maneggevolezza nettamente superiore rispetto ai tradizionali telai a longheroni. La sezione anteriore arrotondata era atta invece a ridurre la resistenza aerodinamica, mentre il posteriore affusolato garantiva una minore incidenza dei flussi d’aria durante la marcia. Il motore fu spostato più avanti rispetto all’abitacolo migliorando la direzionalità e il comfort: in questo modo avanzava anche la cellula abitativa e venivano ridotti vibrazioni e i fruscii alle velocità più alte. In generale questo layout garantiva un abitacolo più ampio e spazioso in tutte le direzioni. I componenti collassabili e i sedili anteriori regalabili rappresentavano i primissimi concetti per l'ergonomia e la sicurezza all'interno della vettura. Le Airflow vendute con i marchi Chrysler, De Soto (più economiche) e Imperial (modelli di lusso) non furono un successo commerciale, ma rappresentano una pietra miliare nell’evoluzione tecnologica dell’automobile.

Town&Country. La spettacolare Chrysler Town & Country non era la solita station wagon: si rivolgeva ad una clientela molto agiata e dinamica, contribuì ad elevare l'immagine del marchio Chrysler nella fascia alta del mercato. La Town&Country, con la sua carrozzeria "Woody" era pensata per trainare carrelli con cavalli di razza, o sfilare tra gli sporting club e le vie più eleganti facendo sfoggio di uno stile che definiremmo country chic. Non la classica familiare dicevamo, la Town&Country aveva la silhouette di una berlina fastback con applicazioni in legno rifinito a mano sulla fiancata; le porte posteriori a battente le valsero il soprannome di "Barrelback". All’interno un tripudio di pellami pregiati e finiture in legno. La Chrysler Town&Country era disponibile in configurazioni da sei o nove passeggeri e il divanetto posteriore posteriore, all’occorrenza poteva essere spostato in avanti per aumentare lo spazio di carico, o indietro per un maggior comfort dei passeggeri.. Ne furono costruite poche: circa 1.000 esemplari. Oggi queste vetture sono rarissime e il loro valore supera i 300.000 dollari…

300. La Chrysler 300 nel 1955 alzava la posta in gioco tra le auto di lusso con prestazioni molto elevate. Con la dicitura "Letter Series" ci si riferisce in gergo alle varie generazioni della 300, con la prima di queste presentata nel 1955. Dal 1956 al 1965, ogni anno il numero 300 era accompagnato da una lettera: il 1956 vide la 300B, il 1957 la 300C, e così via fino alla 300L del 1965 (la lettera "I" fu saltata). La Chrysler 300 con il suo motore "Hemi" da 331 cv all'epoca fece grande scalpore, in quanto i modelli della concorrenza impiegarono due anni prima di raggiungere lo stesso livello di potenza. La 300 era un’auto molto veloce: a Daytona stabilì il record di percorrenza bidirezionale con 205,35 km/h e una velocità massima stimata di 228 km/h. La 300 venne molto apprezzata dai piloti di stock cars e dominò la serie Grand National (ora NASCAR), vincendo 27 gare. Nel 1960 venne reso disponibile un kit di potenziamento del motore che elevava la potenza fino a 400 cv, una potenza considerevole tutt'oggi, a dir poco mostruosa 60 anni fa...

Windsor. Lunga e slanciata, l'ottava serie della Chrysler Windsor risentiva del “Forward Look”, il corso stilistico introdotto dal capo del design Chrysler Virgil Exner verso la fine degli anni 50. L'ultima generazione della Windsor proponeva importanti novità anche sotto pelle in quanto nel 1960 Chrysler introdusse la scocca portante per la maggior parte dei suoi modelli, pensionando l'antiquato telaio separato. Gli ingegneri si resero conto che i pannelli della scocca esterna in lamiera non dovevano necessariamente far parte della struttura rigida che costituiva lo scheletro della vettura come avveniva sulla Airflow, semplificando così le fasi di assemblaggio. Con l’esperienza acquisita per alcune commesse militari in materia elettronica (come lo sviluppo di sistemi radar), la Chrysler era stata tra le prime aziende a dotarsi di computer: con la Windsor iniziavano le prime sperimentazioni per la progettazione computerizzata. Le nuove Chrysler Windsor erano più leggere e maneggevoli, a tutto vantaggio delle prestazioni e dell'efficienza. La maggior rigidità della scocca aveva ripercussioni positive anche sulla sicurezza, inoltre non essendoci più l’ingombro del telaio separato, le carrozzerie delle nuove auto Chrysler potevano essere più basse e filanti rispetto alle altre auto coeve.

Cordoba. Negli anni ’70 Chrysler arrancava sotto i colpi di una recessione economica che aveva infranto il sogno americano. A pochi anni dal progressivo ridimensionamento di motori e pianali, nel 1975 la Chrysler Cordoba e la sua gemella Dodge Charger (entrambe realizzate sul pianale "B"), debuttavano nel segmento delle Personal Luxury Car. Coupé prodotta in grande serie con finiture e dotazioni di prestigio, la Cordoba sintetizzava al meglio l’idea velleitaria del “lusso possibile”, tipica di quel segmento. Più compatta rispetto alle classiche berline Chrysler coeve come la Newport e la più grande New Yorker, la Chrysler Cordoba gareggiò nella NASCAR, senza tuttavia ottenere grandi risultati. La Cordoba venne prodotta in due serie distinte (1975-79 e 1980-83), configurandosi sin da subito come un grande successo per la Chrysler: le campagne pubblicitarie con l’attore Ricardo Montalbàn colpirono nel segno rendendo la Cordoba l’unica vera bestseller marchiata Chrysler fino alla decade successiva.

Le Baron. All'inizio degli anni Ottanta la piattaforma K e la Chrysler Le Baron salvarono il gruppo Chrysler da una morte certa: dopo tre recessioni e due crisi petrolifere, a fine anni 70 le grosse vetture Chrysler apparivano datate e anacronistiche. Il drastico calo delle vendite bruciò le risorse da investire in nuovi progetti e decretò la fine dell’impero d’oltremare che includeva i distaccamenti europei (Simca, Matra, Barreiros, Hillman, Sunbeam, Humber). L'azienda sopravvisse soltanto grazie a un salvataggio governativo da 1,5 miliardi di dollari alla fine del 1979, la prima di una serie di importanti mosse strategiche messe in atto dal nuovo "boss", il leggendario Lee Iacocca. Le cosiddette “K-Cars” debuttarono nel 1981 introducendo i nuovi modelli di accesso marchiati Dodge e Plymouth. L'inedita piattaforma K era di tipo modulare e poteva essere utilizzata su più marche e modelli: ciò significava che molte parti erano intercambiabili, abbattendo i costi di sviluppo per le nuove auto. La LeBaron debuttava nel 1982, compatta e caratterizzata da una linea squadrata e formale, evocava all’epoca un’immagine elegante e ricercata. I nuovi motori più piccoli ed efficienti e una gamma completa proposta a prezzi concorrenziali decretarono in breve tempo il suo successo. La LeBaron venne proposta nelle varianti berlina, coupè, cabriolet e station wagon. Con gli ottimi risultati commerciali dei modelli “K” il gruppo Chrysler fu in grado di ripagare il debito pubblico con diversi anni di anticipo.

PT Cruiser.Al netto dell'infruttuosa collaborazione con la Maserati per la produzione della Chrysler TC (1989-91) negli stabilimenti Innocenti a Lambrate e la parentesi Lamborghini (1987-94), negli anni ’90 il gruppo Chrysler era pronto per il rilancio: nuove concept cars dalle linee audaci anticipavano modelli evocativi e di grande successo, dalla Voyager (venduta negli USA come Town&Country) alla sportiva Dodge Viper. Sull’onda del retrofuturismo Chrysler presenta le varie Concept 300, Atlantic, Phaeton e Chronos, così come la Proto Cruiser. Quest'ultima prefigurava la Chrysler PT Cruiser, una vettura media che richiamava lo stile delle berline di fine anni ‘30. Con la sua linea fuori dagli schemi la PT Cruiser faceva breccia tra i cuori di un clientela eclettica che a inizio Millennio desiderava un’auto comoda e fortemente distintiva. Chrysler non riusciva a stare al passo con gli ordini tanto che venne chiesto ai dirigenti dell'azienda che avevano noleggiato la PT Cruiser come auto aziendale di consegnarle ai concessionari per aiutarli a soddisfare la domanda… La Chrysler PT Cruiser è stata venduta dal 2001 al 2010 in oltre 1,3 milioni, un successo che celebrava finalmente la rinascita della Chrysler, che tra il 1998 e il 2006 si era legata con scarso successo al gruppo tedesco Daimler-Benz

300 C. La 300C del 2004 evocava alcuni stilemi della concept Chronos, ma qui in una veste molto più spigolosa e mascolina. Il nome evocava la potente 300C del 1957, così come la griglia frontale a maglie larghe (a richiesta quella a nido d’ape). Audace nello stile, la 300C abbandona il Forward Look in favore di un'immagine moderna e massiccia. La linea di cintura contribuiva a rendere la 300C bassa e robusta come il caveau di una banca. Diverse le motorizzazioni: un 3.5 V6, un 5.7 V8 e la sportiva 300 SRT-8 con il potente 6.1 da 425 CV. A fine 2009 con l’acquisizione della Chrysler da parte del gruppo Fiat e una globale riorganizzazione societaria che ha portato nel 2014 alla creazione del gruppo Fiat-Chrysler Automobiles, la seconda generazione della Chrysler 300 venne proposta anche come Lancia Thema, in una disastrosa operazione di marketing che prevedeva il rebadging dei modelli Chrysler venduti con marchio Lancia… A quasi 100 anni dalla fondazione, Chrysler rappresenta oggi quello che nel bene e nel male possiamo indicare come l’ultimo baluardo dell’identità americana in campo automobilistico.

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