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Elio De Angelis campione di stile

Elio De Angelis, faccia pulita da bravo ragazzo, tanta classe nella vita e al volante, lo avresti riconosciuto anche a occhi chiusi dal suono di un pianoforte. Bastava una hall d’albergo, una pausa fra le prove o una serata troppo lunga dopo un Gran Premio: lui si sedeva davanti ai tasti e trasformava il circo della Formula 1 in qualcosa di sorprendentemente elegante. Per questo, a quarant’anni dalla sua scomparsa, ricordare Elio significa raccontare molto più di un pilota. Significa ricordare un modo di stare al mondo – e alle corse – che oggi sembra appartenere a un’epoca ancora più lontana.

Esordi sfolgoranti

Romano, classe 1958, De Angelis si portava dietro l’etichetta del “figlio di papà” per il fatto di essere nato in una famiglia benestante, ma la smonta in fretta a suon di cronometro e risultati, conquistando il titolo italiano di Formula 3 a soli 19 anni e la prestigiosa gara di Montecarlo l’anno successivo. Grazie a quest’importante vetrina, approda subito in Formula 1 con la Shadow e la sua guida intensa e determinata, ma sempre controllata, fa innamorare Colin Chapman: un colpo di fulmine umano e sportivo, per il quale il mitico costruttore britannico paga senza fiatare un’esosa penale, pur di stracciare il contratto con la scuderia rivale e portarlo alla Lotus, dove rimarrà 6 anni.

Due sole vittorie in carriera

Elio De Angelis non era un funambolo spettacolare alla Gilles Villeneuve, né un cannibale agonistico come quello che si sarebbe trovato come compagno di squadra, un certo Ayrton Senna. Elio guidava con precisione, con stile e sensibilità meccanica, quasi con educazione, eppure era velocissimo. Le statistiche raccontano di due vittorie, con quella al cardiopalma nel Gran Premio d’Austria 1982, un arrivo in volata davanti alla Williams di Keke Rosberg per soli 5 centesimi che è rimasto negli annali e la seconda al Gran Premio di San Marino 1985, famoso per i tanti ritiri causati dall’esaurimento della benzina e per la squalifica di Alain Prost, primo al traguardo, ma trovato con la sua sua McLaren sottopeso.

L’ultimo romantico, “tradito” dalla Lotus

A queste si aggiungono nove podi, tre pole position e un terzo posto nella classifica piloti del Mondiale 1984 (dietro alle imbattibili McLaren di Lauda e Prost), numeri troppo piccoli per spiegare il suo talento e quanto fosse stimato nel paddock. In molti ricordano il suo stile: ironia romana appena accennata dietro una malinconia che veniva da lontano e che – in una Formula 1 che stava diventando sempre più feroce e professionale – lo faceva sembrare uno degli ultimi romantici rappresentanti della categoria dei gentleman driver. Il 1985 fu l’anno più difficile e forse più rivelatore: Elio comprese subito che il baricentro del team si stava spostando verso Ayrton Senna, affamato di leadership, stella nascente, ma già con una determinazione feroce: non fece polemiche, non alzò la voce, scelse semplicemente di andare via, accettando la sfida Brabham e la matita di Gordon Murray, convinto di poter diventare il leader di un nuovo progetto.

Il dramma al volante della “sogliola”

In squadra con un altro italiano, Riccardo Patrese, le difficoltà della nuova rivoluzionaria monoposto trasformarono le prime gare della stagione in un calvario, ma non poteva immaginare che il destino lo attendesse al varco a Le Castellet, con l’incidente del 14 maggio 1986. Test privati al Paul Ricard, la Brabham BT55 – la cosiddetta “sogliola” – perde improvvisamente l’ala posteriore nella velocissima curva della Verrerie, decolla, si capovolge e prende fuoco. Le immagini dell’epoca sono poche, confuse e raccontano una storia di pochi commissari inesperti e senza attrezzature adeguate, soccorsi in gravissimo ritardo, nessun elicottero immediatamente disponibile, troppo tempo passato prima che il pilota potesse essere estratto dall’abitacolo. Elio sopravvisse all’impatto, ma non al fumo tossico respirato troppo a lungo. Morì il giorno dopo, il 15 maggio a Marsiglia, a soli ventotto anni.

Uno shock per il Circus

Fu un campanello d’allarme che, su insistenza dei suoi colleghi piloti, scioccati dall’evento, costrinse i vertici della Formula 1 a introdurre nuove e più rigide procedure di sicurezza nei test privati. Anche il Paul Ricard venne modificato e Keke Rosberg, grande amico di Elio, decise poco dopo che il 1986 sarebbe stata la sua ultima stagione: era arrivato il momento di chiudere, conservando nel cuore delle istantanee di una Formula 1 dove c’era stato ancora spazio per i sentimenti e per un ragazzo che, durante lo sciopero dei piloti in Sudafrica, stemperava la tensione suonando Chopin. Di Elio De Angelis rimane una memoria umana ancor più forte di quella sportiva ed è forse per questo che, a distanza di quarant’anni, continua a essere ricordato con un affetto diverso. Un pilota veloce, colto, elegante, che sapeva stare in silenzio senza passare inosservato, uno che, anche nel rumore assordante dell’era turbo della Formula 1, incantava con la delicatezza di una melodia suonata tra le curve.

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