Auto
22 aprile 2002 | di Redazione Ruoteclassiche

GIOCO D’AZZARDO

Osarono troppo. Dusio, che si lanciò in un programma impossibile per i costi; i progettisti Porsche Jr. e Hruska, che proposero soluzioni troppo ardite, come il12 cilindriboxer centrale, la trazione integrale inseribile e il cambio sequenziale. La vettura non riuscì a disputare neppure un Gran Premio.

Sarebbe bastato qualche milione di lire (ma milioni di 55 anni fa) e forse la "360" avrebbe cambiato il corso della storia della Formula 1. Ma Pietro Dusio, patron della Cisitalia, non li aveva, né riuscì ad ottenerli da altri finanziatori: così, nemmeno uno dei due esemplari di "360" sarebbe mai riuscito a vedere una bandiera a scacchi.

Nel 1946 le corse erano ricominciate e Dusio aveva già deciso chi avrebbe progettato la "sua" Grand Prix: i tedeschi Ferry Porsche e Karl Rabe e l'austriaco Rudolf Hruska, gli stessi che avevano partecipato alla nascita delle Auto Union negli anni Trenta.

Si riunirono a Gmünd, in Carinzia, dove Porsche e Rabe avevano aperto un'officina: si trattava a quel punto di coordinare il lavoro di progettazione, eseguito dallo Studio Porsche, con quello della realizzazione e dell'assemblaggio delle varie componenti, che si sarebbe svolto a Torino, sotto la direzione di Rabe, con cui collaboravano Hruska, Carlo Abarth ed Eberhorst, anch'egli ex Auto Union.

La vettura era, in pratica, un'evoluzione dell'Auto Union "Tipo D" del '38, col motore alle spalle del pilota; si optò per un motore boxer 12 cilindri di 1,5 litri con compressore, cambio a cinque marce, serbatoi laterali e persino la trazione integrale. Ma le trasmissioni dell'epoca non consentivano di inserire la trazione integrale in velocità e pertanto il suo impiego doveva essere deciso prima del via; ma sulla Cisitalia non vi era differenziale centrale e pertanto gli assi anteriore e posteriore facevano lo stesso numero di giri, provocando uno slittamento delle ruote in curva.

In seguito al tracollo finanziario della Cisitalia, nel 1951, Dusio si trasferì in Argentina per fondare una nuova società, l'Autoar. In Argentina Dusio si era portato una delle due "360" smontata e ci vollero quasi due anni per vederla correre, presso l'ippodromo di San Isidro: il tempo di percorrere pochi chilometri e di finire in un prato.

Si disse che era stato commesso un grossolano errore nel montaggio dei rapporti al cambio: forse era vero, ma certamente non si trattava solo di quello.

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