Sono passati 55 anni da quel 10 gennaio 1971, eppure il nome di Ignazio Giunti continua a risuonare come quello di un protagonista mancato, di un pilota velocissimo, la cui carriera è stata interrotta proprio quando stava per entrare nell'olimpo dell’automobilismo italiano. La sua morte alla 1000 Km di Buenos Aires non fu soltanto una tragedia sportiva, fu l’ennesimo salatissimo conto da pagare di un’epoca in cui il coraggio dei piloti correva più veloce delle regole e la sicurezza era un pensiero secondario.
Gli esordi con l'Alfa Romeo: dalla GTA alla 33/2
Giunti, nato a Roma il 30 agosto 1941 da una famiglia nobile, si distinse subito per umiltà e determinazione, a partire dagli esordi a Vallelunga: una palestra nella quale, con la sua Giulietta TI blu si fece subito notare, tanto da entrare a far parte di un gruppo di "ragazzi terribili" tra i quali c'erano Andrea de Adamich, scomparso pochi mesi fa. Con le indimenticabili GTA dell'Autodelta, diventò il "Reuccio di Vallelunga": imbattibile sul circuito di casa, dove ogni curva sembrava disegnata su misura per il suo stile funambolico e preciso, dimostrò rapidamente di avere la stoffa del campione, peraltro molto versatile. La vittoria nel Campionato Europeo Turismo 1967 (dopo il secondo posto in quello italiano del 1964) e il titolo di classe nel Campionato Europeo della Montagna gli aprirono le porte delle gare di durata, dove, alla guida dell’Alfa Romeo 33/2, conquistò il Campionato italiano per vetture sport del 1968, arrivando secondo alla Targa Florio e quarto assoluto alla 24 Ore di Le Mans.
Con la Ferrari tra prototipi e Formula 1
La chiamata di Maranello del 1970 è un premio che, alla guida della 512 S, vettura difficile, potente e imperfetta, Giunti dimostra di meritare, vincendo subito la prestigiosa 12 ore di Sebring, a cui si aggiunge il secondo posto alla 1000 Km di Monza e il terzo gradino del podio alla Targa Florio e alla 6 Ore di Watkins Glen. Prestazioni che convincono il Drake ad affidargli una monoposto di Formula 1, la 312 B, con la quale debutta sul difficile e veloce circuito di Spa-Francorchamps. Arriva quarto, all’esordio, dimostrando, ancora una volta, il raro dono di andare subito forte anche senza conoscere la vettura. Si siederà al volante, alternandosi con Clay Regazzoni, per altri tre appuntamenti, conquistando la conferma per la successiva stagione, che doveva essere quella della definitiva consacrazione, con la nuova 312 P.
L'incidente del 1971
Durante la gara di apertura del 1971 - la 1000 Km di Buenos Aires – Giunti stava dominando, poi, all’improvviso, l'incidente. Jean-Pierre Beltoise scende a spingere verso i box lasua Matra 660 rimasta senza benzina, mentre sopraggiungono le due Ferrari - la 512 S doppiata di Mike Parkes e la 312 P di Giunti immediatamente alle sue spalle. I due ferraristi si trovano dunque in piena traiettoria (e velocità) un ostacolo imprevisto: Parkes riesce a scartare la Matra verso l’interno, mentre Giunti, con la visuale coperta, non può evitare l’impatto. I rottami, che carambolano lungo il rettilineo dei box per un centinaio di metri, e Arturo Merzario, che si getta tra le fiamme per cercare di salvare il compagno, raffigurano una scena che si ripeterà con Lauda cinque anni dopo al Nürburgring. I mezzi di soccorso intervengono, ma non c'è nulla da fare: la corsa non viene interrotta - e il direttore di gara è un mito, Juan Manuel Fangio -, mentre Beltoise se la cava con qualche mese di sospensione della licenza. Scoppiano soprattutto in Italia vibranti polemiche, ma alla fine Giunti rimane una delle tante vittime di un mondo delle corse che all’epoca restava a guardare, attonito e colpevole. Resta il rimpianto di un talento che non è riuscito a vincere quanto meritava, ma anche il simbolo di un automobilismo romantico e crudele, di uomini che correvano spinti da passione pura, spesso oltre il limite. C’è chi vedeva sotto quel casco con una grande "M" stilizzata - disegnata dalla fidanzata Mara - un futuro campione del mondo. A Vallelunga, davanti al suo busto, e al Verano di Roma, dove riposa, Ignazio Giunti continua a raccontare una storia di amore assoluto per le corse. Una storia che, a distanza di 55 anni, suscita ancora tanto rispetto e ammirazione.
