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Jaguar XJ6 2.8: la riscossa di Cenerentola

L’entry level della gloriosa stirpe di berline del marchio inglese è un buon modo per entrare nel mondo Jaguar.

La guardi e non ti puoi sbagliare: si tratta di una Jaguar. Merito soprattutto del frontale, che riprende gli stilemi della precedente 420 G, ma con una linea più filante e leggera, destinata a far diventare la XJ6 il modello più importante, dal punto di vista commerciale, della storia della Casa di Coventry. Al termine degli anni Sessanta la Jaguar aveva l’assoluta necessità di aggiornare la propria immagine per affrontare la sfida di una concorrenza, nel settore delle vetture di lusso, sempre più agguerrita. Occorreva un’auto totalmente nuova che svecchiasse la gamma delle berline, ormai costituita da modelli che si richiamavano l’un l’altro (240, 340, S Type, 420 e 420 G) e la cui sovrapposizione stava minacciando il prestigio che la Casa aveva conquistato negli anni grazie a una attenta politica commerciale. Presentata a Parigi il 26 settembre 1968, giorno del Salone dell’automobile riservato alla stampa e agli addetti ai lavori, la XJ6 (acronimo di eXperimental Jaguar) fu l’ultima vettura progettata sotto la direzione di Sir William Lyons, rimasto in carica anche dopo l’acquisizione della Jaguar da parte della British Motor Corporation nel 1966.

Il carattere aristocratico della XJ6 era sempre coerente con l’immagine tradizionalista della Casa, ma il suo profilo muscoloso esibiva un inedito gusto per le linee tese, che distinguevano anche la calandra. Il lungo cofano anteriore era mosso da nervature ben definite, ma discrete. Come da tradizione Jaguar, l’abitacolo appariva curato e ben rifinito, con una dotazione completa; a livello di strumentazione non mancava nulla. La nuova XJ6 ottenne subito un enorme successo di critica e di pubblico, grazie anche a un prezzo concorrenziale. A dire il vero, gli estimatori del marchio manifestarono qualche perplessità riguardo all’interno, sì moderno e razionale, ma giudicato privo della tradizionale opulenza dei precedenti modelli. Per la prima volta infatti la plancia, seppur di ottima fattura, era impiallacciata in legno verniciato e non più in noce massello; inoltre il rivestimento di pelle, di serie solo su alcune versioni, non includeva più i pannelli porta, che venivano ricoperti in più umile vinile.

Dal punto di vista meccanico, la XJ6 doveva molto all’ammiraglia 420 G da cui derivava l’ottima sospensione posteriore a ruote indipendenti, solo modificata nella lunghezza dei semiassi per adattarla alla carreggiata più ampia della nuova vettura. All’avantreno debuttava invece l’eccellente geometria anti-dive che, grazie a una diversa inclinazione dei bracci e alla posizione più esterna degli ammortizzatori coassiali, garantiva un assetto decisamente migliore. La XJ6 era inoltre la prima berlina Jaguar a montare lo sterzo a cremagliera (con servosterzo di serie sulle versioni più accessoriate). Per soddisfare le nuove esigenze sul fronte della sicurezza la parte bassa della scocca, il tunnel della trasmissione, il parafiamma anteriore e la paratia posta sotto il sedile posteriore formavano una cellula che proteggeva l’abitacolo, rinforzata da due robuste traverse posizionate sotto i sedili. Il piantone dello sterzo inoltre era collassabile per assorbire l’energia di un eventuale urto.

Al debutto furono proposti due motori, entrambi a sei cilindri in linea con distribuzione bialbero. In vetta alla gamma si poneva il noto XK di 4235 cc capace di erogare 245 CV, mentre alla base c’era un nuovo corsa corta di 2791 cc e 142 CV. Mentre la XJ6 4.2, che offriva di serie anche il servosterzo, poteva essere ordinata con cambio manuale a quattro marce più overdrive oppure automatico a tre rapporti, la 2.8 era disponibile soltanto col manuale e l’opzione dell’overdrive Laycock de Normanville. Tra l’altro dal giugno del 1970 (a partire dal motore 7G.8849) il 2800 venne modificato per ovviare alle numerose forature occorse al cielo dei pistoni, dovute a fenomeni di autoaccensione.

Il lancio della XJ6 fu sostenuto da un’adeguata campagna pubblicitaria che in Gran Bretagna vide come testimone lo stesso fondatore della Casa inglese, Sir William Lyons, che definiva la XJ6 “più bella e raffinata berlina che la Jaguar avesse mai costruito”. Tra i vari slogan spiccò il famoso “A un mondo fatto di compromessi, non contribuiamo”, che era poi il manifesto programmatico del patron della Casa.

Il gradimento nei confronti di questa berlina fu tale da indurre la Casa a proporne altre due serie successive (1973-1979 e 1979-1986), equipaggiate con motori di 3442 cc (che sostituì il 2800) e 4235 cc, sempre a sei cilindri in linea. A diciotto anni dalla presentazione, la XJ6 uscì di scena, ma le successive XJ40, X300 e X308 ne mantennero pressoché invariato lo stile fino al 2003.

Articolo pubblicato su Ruoteclassiche 305 – Maggio 2014

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