Lamborghini Countach LP500, il cuneo che contagia
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03/05/2026 | di Emiliano del Bue
Lamborghini Countach LP500, il cuneo che contagia
Al Salone di Ginevra del 1971, il pubblico rimane stupito dall'avveniristico studio firmato Marcello Gandini. E per la casa di Sant'Agata Bolognese cambia tutto
03/05/2026 | di Emiliano del Bue

Una proposta di rottura, estrema, dirompente, anni avanti alla concorrenza. Allo stand Bertone atterra una capsula spaziale. Di nuovo, dopo che a Parigi, in pieno sessantotto, arriva la capostipite Alfa Romeo Carabo. E da essa questo bolide riparte, meno bionico, ma talmente sanguigno che non avrà una semplice sigla identificativa, tra l'altro provvisoria, ma nemmeno un nome tradizionalmente relativo alla tauromachia. LP500 verrà preceduto e sostituito da un'esclamazione gergale che diventa poi ufficiale: “Countach”, o contagio, piaga, accidente, in dialetto piemontese. Una dichiarazione di stupore e incredulità assai evocativa, che leggenda narra l'avesse pronunciata un battilastra della Bertone, mentre la guardava. Proprio come la Carabo, anche questo Progetto LP112, esposto in squillante Giallo Girasole, così com'è, risulta improponibile per la produzione in serie. Anche se la Lamborghini, con la Miura, aveva già dimostrato che nulla è impossibile. E tutti dichiararono di volerla vedere realizzata.

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Stupisce e stordisce

Ancora più pulita e con meno sovrastrutture della Carabo, il giallo prototipo si chiama così perché monta un inedito 5.0 litri V12 montato in posizione longitudinale, alloggiato in una sorta di "culla" posteriore insieme al cambio (che è quasi tutto dentro all'abitacolo). Il costoso telaio, a sottili tralicci tubolari di sezione rotonda, crea una gabbia leggera alla quale sono rivettati i pannelli d'alluminio della carrozzeria, e le parti vicine al suolo sono di fibra di vetro. A sorprendere è, però, la linea a cuneo marcatamente trapezoidale, piatta, larga e con rare rotondità (forse solo i passaruota posteriori, recuperati dalla Stratos Zero), che non si interrompe mai, apparentemente tracciata senza staccare la matita dal foglio, e alta solo un metro e 7 centimetri nel suo punto più elevato. Inoltre, sfoggia una modalità a dir poco plateale per l'apertura a forbice delle portiere, che ruotano in avanti verso l'alto come le elitre dei coleotteri: non era un puro esercizio di stile, ma funzionale a ridurre la difficoltà di entrare e uscire dall'auto nell'uso normale, per esempio nel districarsi da un parcheggio a pettine. Successivamente, i giornalisti britannici conieranno il facile gioco di parole LSD, ovvero “Lamborghini Style Doors”. Più intossicante di così!

C'era ancora tanta strada

Passa diverso tempo prima che il prototipo diventi un'automobile. Gandini e Stanzani devono rimettere mano all'estetica e al telaio, l'esiguità di fondi impone la rinuncia al motore 5.0 litri che avrebbe dato grane per l'inquinamento in Usa e, dopo lunghi test su strada condotti da Bob Wallace, solo nel 1973 si inizierà a rivedere a Ginevra qualcosa di definitivo, una preserie arancione (la precedente andò distrutta per i crash test). Monta di nuovo il conosciuto 4.0 litri delle Lamborghini precedenti, con 375 CV anziché 440: diventa LP400, 315 km/h, 0-100 in 5,6 secondi, 365 Nm di coppia a 5000 giri, massa contenuta in 1065 kg. Ce n'è abbastanza per far sognare, anche in un Paese come l'Italia dove l'austerity induce il Governo a stabilire che, in autostrada, non si può correre a più di 120 km/h. Ma quando la produzione inizia ufficialmente, Ferruccio Lamborghini avrà già ceduto l'azienda alla nuova proprietà elvetica, prima Rossetti e poi Leimer.

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