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09 gennaio 2017 | di Redazione Ruoteclassiche

L’automobile, a tutta birra tra futurismo e fumetto

Cent'anni fa o giù di lì: il ritaglio di giornale è del 1° dicembre 1916. Una rivista nata sei mesi prima, chiusa nel gennaio 1918, e quindi diffusa quasi esclusivamente nel 1917. Si tratta dell’"Italia futurista", la rivista del movimento d’avanguardia d'inizio Novecento, fondato da Tommaso Marinetti, che aveva fatto delle automobili il suo simbolo. Infatti eccole lì, disegnate con cura, in questo numero che compie un secolo proprio in questi giorni. La rivista è indipendente, perché pur affrontando il tema della guerra, si distacca sia dalle altre nazioni, che dal fascismo.

Se il futurismo è stato il movimento artistico e letterario a cui più facilmente si associa l’automobile è anche vero che quest’ultima ha attraversato a gran velocità tantissime pagine di letteratura italiana del Novecento. È stata una rivoluzione nella tecnica e nella vita quotidiana, lo è stata anche nella lingua, nei romanzi, nella poesia. Basti pensare che all’inizio di questa storia il termine automobile era usato al maschile, ed era un aggettivo.

Intorno al 1890 la parola automobile comincia a diventare un sostantivo, ma viene usato sempre al maschile anche da Filippo Tommaso Marinetti nel suo Manifesto del futurismo del 1909 ( lì la definizione di automobile è addirittura quella di un’opera d’arte “che supera la bellezza della Vittoria di Samotracia”). Sempre al maschile questo termine viene usato  da Guido Gozzano nella poesia “Totò Merumeni”.

La parola però è ambigua. È Gabriele D’Annunzio a prendere posizione e a scrivere in una lettera a Giovanni Agnelli: “L'Automobile ( in maiuscolo, ndg) è femminile. Questa ha la grazia, la snellezza, la vivacità d'una seduttrice; ha, inoltre, una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza. Ma, per contro, delle donne ha la disinvolta levità nel superare ogni scabrezza.” Alla fine l’ebbe vinta D’Annunzio. E prevalse il femminile, quasi ad anticipare quello che sarebbe stato per le donne il secolo della presa di coscienza e della contestazione del sistema.

Fino al 1950 in Europa le automobili erano ancora un lusso mentre  l’America  già nel 1908 aveva realizzato la prima macchina “popolare”, la Ford-T. Negli Stati Uniti, alla fine del terzo decennio del Novecento, c’era un’auto ogni quattro abitanti. In Italia una ogni cento. Il metodo produttivo statunitense  nato per l’auto di massa,  cioè la segmentazione delle mansioni, verrà esportato a tutti gli altri settori produttivi.

È Antonio Gramsci che nei suoi Quaderni dal carcere ( il primo si intitola Americanismo e fordismo) evidenzia l’accesso ai consumi automobilistici dei ceti subalterni, raccontato anche nell’autobiografia di Henry Ford. D’altro canto, una scrittrice francese, Simon Weil, decide  di farsi assumere nel 1935 nelle officine della Renault per meglio comprendere la condizione operaia e denunciare in seguito la trasformazione dei lavoratori in “una struttura atomica delle fabbriche”. Un’espressione che rappresenta l’anteprima del diffondersi in letteratura della «tecnologia metaforizzata», vale a dire delle metafore tratte dal mondo moderno.

Nel 1927 sbarcano insieme in Europa le due case automobilistiche statunitensi (Ford e General Motors) e la comunicazione pubblicitaria. La narrativa americana rende le auto metafore dei ceti sociali ed emblema di aspetti psicologici: sono gli anni in cui a scrivere sono Fitzgerald, Steinbeck, Kerouac. Fitzgerald ne Il grande Gatsby, uscito nel 1925, rende l’auto di lusso allo stesso tempo simbolo del successo di Gatsby e immagine portatrice di morte. John Steinbeck nel suo libro Furore  rappresenta in forme automobilistiche l’esodo delle famiglie contadine verso la California dopo la crisi del ’29 . On the Road (Sulla strada) è il romanzo di Kerouac del 1957 che racconta la mobilità motorizzata e le auto segnate dagli incidenti. In quegli stessi anni Cinquanta il poeta Wallace Stevens, racconta lo svanire di tutto nel transito in auto.

E poi c’è Dino Buzzati, scrittore e cronista al “Corriere della Sera”. L’automobile è il tema dominante di diversi racconti di Buzzati, legati al tema della città “nevrotica”. Nel racconto   “Suicidio al parco” l’autore narra la storia di una coppia, Stefano e Faustina, e dell’insorgere di una terribile malattia in Stefano, quella di voler possedere un’automobile d’élite. Stefano ossessiona tanto Faustina con le foto pubblicitarie delle case automobilistiche che  la moglie, esausta, una notte, tra le braccia del marito  si trasforma in un’autovettura sul marciapiede davanti a casa, per realizzare i sogni di Stefano. L’auto-persona, però poi si ribella e reagisce, mettendosi in moto da sola, correndo e distruggendosi in un paesaggio che ricorda fin troppo la città di Milano.

Insomma all’omaggio incondizionato contenuto nel 1905 in “Ode all’automobile da corsa” di Marinetti e in “La nuova arma ( la macchina)” dello stesso anno di Mario Morasso, scrittore in un certo senso anticipatore del futurismo, fa da contrasto la visione pessimistica, decenni dopo, di Buzzati, che vede nell’auto un simbolo di ricchezza che in un attimo rivela la miseria umana.

A metà strada tra disegno e narrativa, c’è un genere grafico-letterario in cui l’automobile vuole ostinatamente il suo ruolo. Parliamo del fumetto e della Fiat 500 di Lupin III, ladro gentiluomo che però ha anche una Mercedes SSK e che guida occasionalmente anche una Ferrari. Troviamo altri personaggi del fumetto alla guida di Alfa Romeo, Jaguar e BMW. Insomma la letteratura, nelle sue varie forme, ha preso la patente, l’ha rinnovata più volte e, a distanza di un secolo, guida ancora. Anche su lunghe distanze.

Elisa Latella

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