Il deserto, i villaggi con file di bambini vocianti, le dune che puntano verso il cielo fermando i battiti del cuore nell’incertezza di cosa succederà dopo il salto, le pietre spacca schiena e spacca sospensioni, le forature, le notti gelide al bivacco con i camion dell’assistenza disposti a cerchio come le carovane dei pionieri del Far West. Le livree – Rothmnans, Camel, Total – che hanno reso leggendaria la Dakar, ma soprattutto le auto, dalle prime coraggiose elaborazioni casalinghe ai prototipi futuristici: anche se negli anni si è persa un po’ di poesia, basta sfogliare questa galleria di foto per tornare a sognare.
Range Rover 1979
La prima vincitrice della Dakar – quarta al traguardo, preceduta da tre moto, quando la classifica era unica – è una Range Rover praticamente di serie. Motore V8 di 3.5 litri, tre sedili per i tre membri del team (Alain Génestier, Joseph Terbiaut, Jean Lemordant), un serbatoio supplementare e un verricello che non fu mai utilizzato. L'unica parte rinforzata del veicolo erano i tiranti dello sterzo, per il resto il fuoristrada più aristocratico che corsaiolo si rivelò veloce e affidabile, tanto da diventare la scelta preferita dei partecipanti delle prime edizioni. Il record nel 1985, con 40 esemplari al via.
Volkswagen Iltis 1980
Molti si sono dimenticati di questo curioso veicolo – derivato militare – spartano e robustissimo, alla cui progettazione nel 1974 partecipò anche Ferdinand Piëch. Costruito con pezzi di Golf, Maggiolino, ma anche modelli Audi dell’epoca e della DKW Munga, montava una trazione integrale inseribile, con la trazione normalmente posteriore e il guidatore poteva attivare quella anteriore. Un sistema che si rivelò perfetto per i deserti africani, portando alla vittoria la coppia svedese Kottulinsky – Luffelman e che nel 1980 diventò la base per il raffinato sistema Quattro delle Audi. Il motore era un quattro cilindri aspirato di 1.7 litri con 75 CV.
Renault 20 Turbo 1982
La scommessa era audace, al limite dell’assurdo, in pieno spirito Dakar: affrontare il deserto con una pacifica berlina che poteva essere quella di un geometra di Grenoble. La Renault 20 dei fratelli Marreau riesce nell’impresa, tagliando per prima il traguardo sulle spiagge del Senegal, anche se ampiamente modificata. Motore 1.6 turbo da 130 CV prelevato da una R18 Turbo, assetto rialzato e trazione integrale Sinpar, la stessa che era stata scelta per la Renault 4 utilizzata dai due pazzi francesi nella prima leggendaria edizione della Parigi-Dakar.
Mercedes-Benz 280 GE 1983
C’è anche una Mercedes Classe G nei primi avventurosi anni del mitico rally raid. Dopo un terzo posto, la vittoria sorride all’equipaggio composto dal grande Jackie Ickx e dall’attore Claude Brasseur. La loro GE 280 era stata realizzata dalla filiale francese della Mercedes ma con un sostanzioso aiuto della Casa madre: per spremere più potenza dal 6 cilindri erano state adottati alberi a camme della 280 SL, ottenendo quasi 200 CV, mentre grazie alle modifiche aerodinamiche – vedi il voluminoso allungamento posteriore, soprannominato “la pensilina” – la velocità massima arrivava a sfiorare i 200 km/h, riducendo il consumo di carburante di cinque litri ogni 100 chilometri.
Porsche 911 4x4 1984
Il mito della Parigi-Dakar è stato forgiato su imprese che sulla carta potevano sembrare pura eresia. Che dire infatti di prendere una vera sportiva come la Porsche 911 e gettarla tra le dune e le pietraie riuscendo non solo ad arrivare al traguardo, ma anche davanti a tutti e nonostante un incidente con una mucca? Ci riescono René Metge e Dominique Lemoyne a bordo di un esemplare che adotta la trazione integrale sperimentale della 959, scocca rinforzata con rollbar integrale, doppio serbatoio, assetto rialzato con sospensioni rinforzate, portiere e vetri di policarbonato.
Mitsubishi Pajero 1985
La prima vittoria della Mitsubishi Pajero – ne arriveranno tante altre, 1992, 1993, 1997, 1998 e sette edizioni consecutive a partire dal 2001 – è quella ottenuta da Patrick Zaniroli e Jean Da Silva. Un trionfo storico per il marchio giapponese e il primo tassello di un vero dominio per questo modello, che aveva il passo allungato rispetto al modello di serie, oltre a pannelli della carrozzeria di plastica rinforzata con Kevlar, che avevano permesso di ridurre il peso di oltre 200 kg. Significativa la modifica delle balestre posteriori con sofisticate sospensioni a tre bracci, mentre il motore turbo benzina 4G54 di 2.6 litri era stato potenziato fino a 225 CV. Dopo 40 anni, Mitsubishi ha deciso di restaurarlo: ne abbiamo raccontato la storia qui.
Porsche 959 Dakar 1986
Tecnologia allo stato puro: 6 cilindri boxer biturbo da 400 CV per una velocità massima di 242 km/h, trazione integrale elettronica, sospensioni indistruttibili, serbatoio da 330 litri. Questo è l’identikit della Porsche 959 Dakar che apre la strada ai prototipi realizzati dai team ufficiali che metteranno fine all’epoca amatoriale, e lo fa con una superiorità schiacciante: René Metge e Dominique Lemoyne fanno il bis, seguiti sul secondo gradino del podio dal favorito Jackie Ickx. Nel 1985 le tre 959 – con motore aspirato – non erano arrivate al traguardo, un’onta che la Casa di Stoccarda non poteva tollerare.
Peugeot 205 Grand Raid 1987
Dai Rally Gruppo B al Sahara con la stessa forza travolgente data dal quattro cilindri di 1.8 litri (limitato a 380 CV), l’efficiente trazione integrale e un peso contenuto, nonostante il passo allungato di 33 cm per ospitare i serbatoi di benzina e acqua. La 205 T16 – rinominata Grand Raid per l’occasione – è una delle icone della Dakar ma il debutto era stato disastroso: Ari Vatanen aveva infatti distrutto completamente la sospensione anteriore destra appena uscito da Parigi, scivolando in 274ª posizione, ma con una rimonta furibonda e dopo 8.515 massacranti km riuscì ad arrivare per primo al traguardo di Dakar. La 205 Grand Raid vincerà anche l’edizione successiva, con Juha Kankunnen, ma solo perché la 405 di Vatanen viene rubata al bivacco e ritrovata fuori tempo massimo.
Peugeot 405 Grand Raid 1989/1990
La rivincita interna in Peugeot si consuma con un biennio dove la 405 Grand Raid è praticamente imbattibile. Evoluzione estrema del prototipo da raid, con telaio tubolare, aerodinamica studiata appositamente con pannelli della carrozzeria di Kevlar, meccanica ripresa dalla 205 T16 ma motore con cilindrata aumentata a 1.9 litri e 400 CV. Il peso era contenuto in soli 880 kg, che però diventavano 1.300 una volta riempiti i serbatoi: due di benzina da 435 litri di capacità e uno per l’acqua. Con l’iconica livrea Camel e quella ruota di scorta fissata sul tetto, rimane una delle vetture più famose dell’epoca d’oro della Dakar che, con Vatanen e Ickx, vince due edizioni consecutive, segnando l’apice dell’era Peugeot.
Citroën ZX Rallye-Raid 1991-1996
Il testimone sul primo gradino del podio della Dakar viene raccolto da Citroën, che con la ZX Rallye-Raid, un vero prototipo mascherato da berlina, spazza via la concorrenza per quattro anni, con la prima vittoria nel 1991 con il solito Vatanen e poi, consecutivamente, dal 1994 al 1996. La base e la filosofia costruttiva sono le stesse della 405, ma qui tutto viene evoluto, dalla trazione integrale con differenziali autobloccanti su entrambi gli assi e anche uno centrale, fino alle sospensioni indipendenti con doppie molle. Per quanto riguarda il motore, si aumenta la cilindrata fino a 2.5 litri ma si riduce la potenza a 300 CV per garantire l’affidabilità.
Mitsubishi Pajero Evolution 1997
La Pajero – già beniamina di decine di equipaggi privati – vince nel 1997 con al volante Kenjiro Shinozuka, primo giapponese a conquistare la Parigi-Dakar. Non si accontenta e occupa i primi quattro posti, sancendo la superiorità “naturale” del fuoristrada: le nuove regole hanno infatti bandito i prototipi e la Evolution – come suggerisce il nome – è quasi una Pajero normale. Certo, l’assetto con molle rialzate è specifico, così come alcuni dettagli aerodinamici e l’allestimento da gara, ma per il resto propone una ricetta che si può gustare anche dal concessionario dietro l’angolo. Letteralmente, visto che saranno realizzati circa 2.500 esemplari stradali con il V6 da 275 CV.
Schlesser Buggy Renault Dakar 1999/2000
Ritornano i prototipi e ad approfittarne è Jean-Louis Schlesser – una carriera tra Formula 1 e Sport Prototipi – che appronta un buggy a due ruote motrici, leggero e scattante. Motore V6 Renault PRV da 285 CV, carrozzeria di Kevlar che ricorda vagamente la Megane Coupé e che nasconde un telaio tubolare di acciaio e cromo-molibdeno e un peso complessivo di circa 1300 kg. Lo squadrone Mitsubishi viene colto di sorpresa e saranno due vittorie consecutive a dimostrare che anche una vettura a trazione posteriore può domare le insidie del rally raid più impegnativo del mondo.
Mitsubishi Pajero Evolution 2001
L’edizione del 2001 rimane negli annali per tre motivi: il primo è che segna l’inizio di un dominio totale della squadra Mitsubishi fino al 2007, rendendola il Costruttore più titolato e il secondo è ancora più eclatante perché Jutta Kleinschmidt diventa la prima donna a vincere la Dakar. Il terzo è più romantico: si tratta dell’ultima edizione che si corre effettivamente da Parigi a Dakar ma la Pajero EVO è ormai diventata l’arma definitiva, capace di adattarsi a qualsiasi percorso, forte di un progetto al limite della perfezione. Quando si chiude l’avventura nel 2007, con la vittoria di Stephane Peterhansel e Jean Paul Cottret, la versione MPR13 è diventata una vettura fantascientifica, con telaio multi-tubolare, portiere ad ala di gabbiano, serbatoio e ruota di scorta posizionati sotto il pianale per abbassare il baricentro e carreggiate ulteriormente allargate.
Volkswagen Race Touareg 2009
Grande rivale della Mitsubishi nel primo decennio degli anni 2000 è la Volkswagen che schiera un team ufficiale e un prototipo che della Touareg ha solo il nome e vaghe sembianze. C’è un telaio a traliccio tubolare di acciaio, una carrozzeria di fibra di carbonio dal peso totale di appena 50 kg e un 5 cilindri turbodiesel di 2.5 litri e 280 cavalli, ma anche tre differenziali a controllo elettronico e un cambio sequenziale a sei marce. Dopo la beffa del 2007, con l’addio di Mitsubishi la strada è spianata e lo sforzo tedesco viene premiato con la vittoria di Giniel de Villiers nel 2009 e una storica tripletta nel 2010, edizione vinta da Carlos Sainz.
Mini All4 Racing 2012
L’era dei prototipi con carrozzeria di carbonio su telaio tubolare che – come succedeva negli anni 90 – ricordano solo nell’aspetto le vetture di serie, continua con una nuova protagonista, la Mini. Prima al traguardo nel 2012 con lo specialista Peterhansel, l’aspetto è quello di una Suv adattata ai rally raid, una sorta di Countryman rialzata, ma in realtà è basata sulla BMW X3 CC: è spinta infatti dal 6 cilindri in linea turbodiesel bavarese di 2.993 cm³ con una potenza massima di circa 315 CV, accoppiato alla trazione integrale. Il vano posteriore ospita il serbatoio del gasolio da 420 litri, le 3 ruote di scorta e tutta l’attrezzatura per riparazioni, inclusi alcuni pezzi di ricambio. Il suo dominio durerà per quattro edizioni consecutive.
Peugeot 3008 DKR 2017
A rompere le uova nel paniere ci pensa un marchio che segna un clamoroso ritorno: Peugeot. Prima con la 2008 DKR e poi con la 3008 DKR – chiaramente anche qui della 3008 non c’è praticamente nulla – entrambe vittoriose, con quest’ultima in due edizioni consecutive. La categoria in cui è iscritta prevede due sole ruote motrici a fronte della possibilità di un peso inferiore e sospensioni dalla maggiore escursione, mentre il propulsore è un V6 bi-turbodiesel di 3.0 litri da 340 CV. Ancora Peterhansel e ancora Sainz si dividono il bottino.
Mini JCW Buggy 2020
La ricetta vincente alla Dakar è diventata quella che abbina leggerezza, agilità e trazione posteriore – quella storicamente dominante alla Baja – e allora Mini ci riprova con una buggy che, al terzo tentativo, vince con Sainz, dopo una serrata lotta con la Toyota Hilux ufficiale. La Mini JCW Buggy non ci prova nemmeno a giocare la carta della somiglianza con i modelli di serie ed è tutta nuova rispetto alla All4 Racing, con un nuovo 6 cilindri turbodiesel BMW sempre di 3.0 litri e con 355 CV.
Toyota Hilux 2022
La vettura attualmente dominante alla Dakar è un pick-up Toyota. Detta così sembra una banalità, visto che la fama di robustezza e capacità di sopportare qualsiasi disastro naturale – figuriamoci qualche sasso e un paio di dune – è insito nel concetto stesso di questa tipologia di vettura realizzata dal marchio giapponese. Qui però la Hilux – il nome completo è Toyota GR DKR Hilux T1+ – è un raffinato prototipo che nella sua versione iniziale era spinta da un V8 aspirato, mentre ora si affida a un V6 biturbo di 3.4 litri con 405 CV, anche se il peso è assurdo rispetto al passato, con un minimo, da regolamento, di 2 tonnellate. Con Nasser Al-Attiyah la Hilux ha vinto nel 2022 e 2023 e, dopo la parentesi Audi RS Q e-tron, ancora nel 2025 con Yazeed Al-Rajhi.
