Lotus Esprit: evoluzione di un mito - Ruoteclassiche
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25 March 2021 | di Giancarlo Gnepo Kla

Lotus Esprit: evoluzione di un mito

La Lotus Esprit venne presentata nel 1976 e per quasi trent’anni è stata una delle GT più apprezzate sul mercato. Dal momento del lancio al suo pensionamento, nel 2004, la Esprit è stata prodotta in quattro serie con una pletora di versioni limitate. Tuttavia nel 1996 ci fu un’importante novità: il debutto della Esprit V8, la prima Lotus con motore otto cilindri.

La Lotus Esprit ha popolato i listini per quasi tre decadi: poche auto, specialmente tra le sportive possono vantare una carriera così lunga e blasonata. La Esprit nacque di sana e robusta costituzione dal genio di Colin Chapman, il patron della Casa di Ethel, che volle una sportiva di razza sin dalla genesi del progetto. Una ricetta vincente, perfezionata nel tempo, che migliorava con le prestazioni sempre più elevate con l’avvicendarsi degli aggiornamenti. L’apice evolutivo della GT inglese venne toccato con i potenti modelli V8, disponibili a partire dal 1996: l’adozione del motore otto cilindri fu una rivoluzione per le sportive Lotus. Finalmente la Lotus Esprit poteva competere con le più prestigiose sportive dell’epoca senza alcun complesso d’inferiorità, anzi…

Stile italiano, DNA inglese. Nel 1976, anche la Esprit incarnava quella leggerezza tipica di tutti i modelli Lotus, un ideale perpetuato come un mantra da Colin Chapman e che tutt’ora caratterizza la produzione di sportive del marchio inglese.
In principio fu Giugiaro a tracciare le linee della futura Esprit con la concept Silver Car: l’ennesima sportiva affilata e dal profilo cuneiforme. Tuttavia, soltanto quattro anni dopo la Esprit avrebbe iniziato a solcare le strade di tutto il mondo. Non ci volle molto per capire che la Esprit sarebbe stata una delle migliori, se non “la” migliore delle sportive create da Chapman. In virtù della costante lotta al peso, la carrozzeria della Esprit era in vetroresina, vestita su un telaio a traliccio, con trave centrale, che nella parte posteriore ospitava il motore, un due litri da 160 CV montato longitudinalmente dietro l’abitacolo. Il gruppo motore-cambio adottava uno schema transaxle, con la stessa trasmissione a cinque marce che equipaggiava le Citroën SM e la Maserati Merak. Inoltre, come sulle auto da corsa dell’epoca, i freni posteriori erano montati nella parte più interna dell’asse posteriore. L’assetto si avvaleva invece di sospensioni a bracci oscillanti con barre antirollio.

Tester d’eccezione. Nonostante una produzione piuttosto limitata, meno di 900 esemplari, nel 1978 la prima serie Lotus Esprit si fece apprezzare e ricordare per l’apparizione nell’episodio “La Spia che mi amava” della saga di James Bond.
Nel 1980, con la Series 2 (S2), il suo motore due litri guadagnò 200 cc: la potenza, 160 CV, rimase invariata ma ne giovarono l’erogazione e i consumi. Gli aggiornamenti estetici della Esprit S2 riguardarono i paraurti, più robusti, così come la fanaleria posteriore, ereditata dalle Rover 3500. I caratteristici cerchi Speedline completano il look della sportiva di punta di Casa Lotus mentre sotto pelle vennero riviste le sospensioni.
La svolta arrivò con la Esprit Turbo, presentata nello stesso anno, dotata del 2.2 litri turbo forte di ben 210 CV. Tanto bastava per farla sfrecciare a 240 km/h, accelerando da 0 a 100 km/h in poco più di 5 secondi.
Dati di tutto rispetto anche oggi… Ed è di nuovo l’agente segreto 007 in “Solo per i tuoi occhi”, nel 1981 ad esaltarne le doti, scatenandosi in rocamboleschi inseguimenti sul suolo italiano: questa volta non è la spiaggia paradisiaca di Cala di Volpe ma una Cortina d’Ampezzo in gran spolvero per la settimana bianca.

Fase tre. Nel processo evolutivo della Esprit, vennero apportate continue migliorie e così, nel 1981 dopo a solo un anno dal lancio S2, venne presentata la Esprit S3, che portò ad un netto miglioramento nel confort di bordo. Per alcuni mercati, a partire da quello nordamericano, la Esprit era disponibile con i motori ad iniezione “HCi” con impianto Bosch Ke-Jetronic, che successivamente vennero impiegati su tutta la gamma.
Giungiamo così al 1987, quando le linee della GT iniziano a risentire dell’età e perciò vennero mitigate da Peter Stevens che ingentilì i tagli netti tracciati dal maestro Giugiaro e rimaneggiò i dettagli della vettura, ormai conclamata tra le sportive più apprezzate del panorama automobilistico.
Anche a livello meccanico vi furono novità importanti e per questo motivo in Lotus utilizzarono la nuova sigla progettuale X180. Con la terza generazione la trasmissione venne sostituita, adottando un nuovo cambio di origine Renault, derivato dall’ammiraglia 25. Questa modifica richiese lo spostamento dei dischi freno in una posizione più convenzionale.
La Esprit aspirata erogava una potenza di 172 CV, mentre la Turbo guadagna 5CV mediante nuovi carburatori “Dellorto”. Esteticamente le due varianti erano molto simili, solo il secondo vetro tra i due montanti posteriori consentiva di distinguerle.

La variante italiana. Il 1989 segnò un momento importante nella storia della Esprit: venne presentata la “SE” (Special Equipment), la più potente tra le Lotus stradali. La Esprit SE era riconoscibile per le minigonne laterali e per le cinque prese d'aria maggiorate nella parte bassa del paraurti anteriore, oltre che per gli specchietti retrovisori, gli stessi della Citroën CX e per l’alettone posteriore. Equipaggiata con il motore “Serie 910” turbo dotato di intercooler, la Lotus Esprit SE raggiungeva una potenza pari a 264 CV, per oltre 260 Km/h di velocità massima. Lo 0-100 era coperto in soli 4,8 secondi. Nello stesso anno debuttava anche un nuovo impianto di alimentazione ad iniezione di tipo Multipoint. Questo, sviluppato in collaborazione con la Delco, sostituiva il precedente impianto Bosch.
Per l’Italia venne sviluppata anche la versione SE 2.0, per far fronte alla tassazione che colpiva le cilindrate oltre i due litri. La “variante italiana”, oltre ai 200 cc, perdeva una ventina di CV rispetto alle SE vendute sugli altri mercati.
Il lancio della Esprit SE fu anche l’occasione per aggiornare il telaio, che giovava di alcuni rinforzi in kevlar all’altezza del tetto. Nel 1990 i modelli Esprit ed Esprit Turbo uscirono di produzione, mentre la Esprit S da 218 CV affiancò la Esprit SE da 264 CV. In quell’anno, la Esprit tornò sul grande schermo, al fianco di Julia Roberts e Richard Gere in “Pretty Woman”. Due anni, la GT inglese tornava sul set di Basic Instinct con Sharon Stone e Michael Douglas e, proprio nel 1992, la Esprit S3 raggiunse la sua massima evoluzione: con gli ultimi aggiornamenti alle cerniere delle porte, alle finiture interne e con l’adozione di un nuovo spoiler posteriore.

Quarta generazione. Nel 1993 Julian Thompson firmava un nuovo aggiornamento stilistico della Esprit: uno spoiler più piccolo venne installato a metà del volume posteriore, i paraurti vennero rivisti, così come le minigonne laterali e gli inserti protettivi dal look più contemporaneo e meno spigoloso. Nuovi anche i cerchi in lega e la fanaleria posteriore si avvalse degli stessi fanali dalla Toyota AE86. La Esprit S4 montava lo stesso propulsore della SE ma, a differenza di quest’ultima, fu la prima Esprit a montare il servosterzo.
L’anno successivo, la S4 venne accompagnata dalla Esprit S4 S dotata di un grande alettone posteriore, ereditato dalla serie limitata Sport 300. Il motore rimase il 2.2 litri della serie 910, con modifiche alle teste dei cilindri, ai collettori e un turbocompressore rivisto. La nuova centralina elettronica elevò la potenza del motore a 301 CV, per 393 Nm di coppia. La velocità massima superava ora il muro dei 270 km/h, con l’accelerazione 0-100 Km/h in 4,6 secondi.

Gioca al raddoppio. Nel 1996, Lotus presentò la Esprit V8. L'auto era equipaggiata con l’inedito propulsore V8 “918” sviluppato dalla Lotus stessa, una svolta assoluta per questo modello e per l’intera produzione della Casa di Ethel, che fino a quel modello aveva in dotazione modelli a quattro cilindri. Il motore era interamente in alluminio con V di 90° e doppio albero a camme in testa con quattro valvole per cilindro. Dotato di albero a gomiti piatto, il nuovo motore poteva contare sulla cavalleria supplementare di due turbocompressori Garrett T25/60. La trasmissione utilizzata era la stessa unità Renault introdotta con la generazione precedente. Il cambio, tuttavia, venne migliorato secondo le indicazioni del collaudatore Derek Bell. A fronte di un potenziale di 500 CV, il motore la Esprit V8 venne depotenziato a 350 CV, la coppia troppo elevata avrebbe potuto danneggiare la trasmissione. La “V8” accelerava da 0 a 100 Km/h in 4,6 secondi e raggiungeva una velocità massima di oltre 282 km/h. Dal 1998 la gamma V8 includeva le versioni SE e GT. Il lancio dei nuovi allestimenti coincise con un ulteriore aggiornamento degli interni, che differivano tra loro per un accento più lussuoso sulla SE e più sportivo sulla GT.

Imborghesita ma sempre affilata. Le modifiche che si susseguirono negli anni fecero lievitare il peso della Esprit da 890 a oltre 1.300 Kg. Nonostante l’aggravio in termini di massa, la Lotus Esprit continuò ad essere una delle sportive più genuine sul mercato. Anche le dimensioni dei pneumatici crebbero costantemente, arrivando a misurare 235/40 ZR17 all’anteriore e a 285/35 ZR18 al posteriore. Nelle sue ultime iterazioni anche l’impianto frenante venne integrato con l’ABS. La V8 segnava forse la Esprit meno Lotus, se la guardassimo con gli occhi di Colin Chapman, che probabilmente avrebbe storto il naso davanti ad accessori come il climatizzatore e l’airbag.
Nel 1998 debuttava anche l'ultima edizione della Esprit a quattro cilindri: la GT3, una variante turbocompressa equipaggiata con il 2.0 "Type 920" che in precedenza era stato impiegato per le Esprit SE destinate al mercato italiano.
Inizialmente si pensò ad una serie limitata a 50 esemplari ma la popolarità della Esprit GT3, estrema evoluzione del concetto originale, spinse Lotus a estendere la produzione a 190 unità.

La fine di un’era. Nel 2002, la Esprit ricevette l’ultimo aggiornamento stilistico, per mano di Russel Carr, futuro capo del Centro Stile Lotus. Carr, che aveva contribuito all'aggiornamento della S4, operò lievi modifiche estetiche, a partire da un posteriore totalmente rivisto che incorporava la stessa fanaleria circolare della Lotus Elise S2 presentata l’anno prima. La meccanica restò immutata fino al febbraio 2004, quando l’ultima Esprit lasciò le linee di montaggio dopo 28 anni di onorata carriera. La produzione della Lotus Esprit terminava con quasi 11.000 unità all’attivo, un numero sicuramente limitato ma più che sufficiente per inserire la Esprit nel novero delle auto leggendarie. Sarà stato per il suo handling immediato e cristallino, o per la sua linea senza età, o forse per essere stata, insieme alla Corvette C5, una delle ultime auto prodotte con i fari a scomparsa, ma auto così non se ne producono più.

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