Auto
18 ottobre 2018 | di Elisa Latella

Novant’anni fa chiudeva i battenti la Chiribiri

Sono trascorsi 90 anni: nel 1928 finiva l’avventura dell’azienda automobilistica Autocostruzioni Chiribiri.

L'azienda fu fondata 17 anni prima nel quartiere di Borgo San Paolo, a Torino, con il nome di Fabbrica Torinese Velivoli Chiribiri & C., grazie allo spirito d'iniziativa di Antonio Chiribiri, dell’ingegnere Gaudenzio Verga e del pilota Maurizio Ramassotto.

Una storia che parte da lontano. Ruoteclassiche aveva dedicato ad Ada Chiribiri, tra le prime donne pilota italiane, nonché figlia di Antonio Chiribiri, pioniere dell'automobile, un articolo apparso sul numero di aprile del 1990. Oggi, quasi trent'anni dopo, torna a raccontare la storia del marchio nella Torino alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale. La Chiribiri in realtà non nasce con l’idea di produrre automobili: il business sono i pezzi di ricambio per l'industria aeronautica. È il momento giusto per fare affari del genere: i propulsori prodotti su licenza della società francese Gnome et Rhône consentono alla Chiribiri di ottenere commesse militari.

Alla vigilia della Grande Guerra. Poco prima della guerra, viene costruito un prototipo d'aereo monoplano: di fatto è il primo velivolo interamente costruito in Italia e da una sola azienda. Ne seguono altri 14. La società ha uno stabilimento in via Don Bosco 68 e una scuola di aviazione presso l’Aerodromo di Mirafiori. Nel 1916, il volume di lavoro è tale da richiedere nuovi spazi per la produzione: se ne aggiungono quindi altri sempre in via don Bosco e poi in via Fossano. L’anno dopo tutta la produzione viene trasferita in un nuovo stabilimento in via Caraglio (oggi via Lancia).

L'era Valletta. Intanto la guerra è finita: basta con le ali, via libera alle ruote. Dal 1917 al 1921, sotto la direzione di Vittorio Valletta, si ferma la produzione di aerei mentre quella di auto, iniziata nel 1914, diventa il business principale. L’idea iniziale, tre anni prima, era stata del conte Gustavo Brunetta d'Usseaux, che aveva proposto a Chiribiri di avviare una società per realizzare un’autovettura economica da chiamare Siva. Era stato realizzato il prototipo, poi il conte si era ritirato dall’impresa. Chiribiri rilancia con un secondo modello prodotto e venduto per tutta la durata del conflitto. Quelli vengono considerati anni di pratica, di esercitazione: è al Salone di Parigi del 1919 che viene presentata la vetturetta 12 HP, con il cambio a quattro marce e la retromarcia. Il successo è tale che il modello viene costruito fino al 1922.

Ci corse Nuvolari. Tante le auto sportive e altrettante le vittorie: da ricordare un giovane Tazio Nuvolari, che gareggia per la Chiribiri nel 1923 e nel ’24 e i due figli del fondatore, Ada e Deo Chiribiri, piloti di rilievo (ad Ada, nata nel 1896, grazie alla bravura dimostrata in pista, viene dedicato il nome di un modello).

Cambio di ragione sociale. Nel 1924 la società cambia nome e diventa Auto Costruzioni Meccaniche Chiribiri. Il padre inventa, i figli corrono, e la piccola casa automobilistica brucia i record di quelle più grandi. S'inizia a pensare a una produzione di auto non sportive, per un pubblico più vasto. C’è, però, un errore di valutazione alla base: l’innovazione tecnologica per la Chiribiri aveva fatto la differenza perché le autovetture prodotte erano poche. Ampliando il numero delle unità prodotte, per limitare i costi, la produzione somiglia a quella delle altre aziende, che però possono contare su investimenti pubblicitari di gran lunga più consistenti.

Morte precoce. Si tenta la sperimentazione nel settore ferroviario, si realizza la Monza Tipo Corsa che anticipa di tre anni le idee dell’Alfa Romeo, si sviluppa il modello Milano, che per le sue qualità di robustezza e affidabilità viene apprezzato dai tassisti (categoria di lavoratori che nasce in quegli anni) e che possono acquistarla a rate. Arriva la crisi economica, e colpisce anche la Chiribiri: l’azienda chiude nel 1928 e gli stabilimenti vengono acquisiti dalla Lancia, che dà anche il nome alla via. Della piccola Casa automobilistica che invece aveva “aperto la strada” resta poco più di un ricordo.

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