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15 settembre 2016 | di Redazione Ruoteclassiche

Oriana Fallaci, 10 anni dalla scomparsa: il suo rapporto tormentato con l’automobile

Sono trascorsi 10 anni dal 15 settembre 2006, giorno della scomparsa di Oriana Fallaci, simbolo del giornalismo italiano nel mondo, scrittrice i cui libri hanno venduto oltre venti milioni di copie  e sono stati tradotti in una ventina di lingue. Pochi sanno che il suo rapporto con l'automobile non fu certo sereno...

Ruoteclassiche vuole restituirne un ricordo insolito: il suo  rapporto con  le automobili, che ritornano nei suoi libri quasi come personaggi nascosti, affascinanti e spietati.  Oriana Fallaci ha raccontato il mondo osservandolo dalla prima fila, riuscendo a essere sempre quasi un passo avanti alle novità,  a essere sempre la prima sulla  notizia.

Simbolo della velocità e del  futuro, ma anche della vita delle grandi metropoli, l’automobile  fa capolino spesso tra le pagine delle sue opere:  dall’auto che la  protagonista di “Lettera a un bambino mai nato” dovrebbe evitare di guidare, alla camionetta militare su cui lei come reporter si sposta a Saigon, in Vietnam, durante la guerra, fino alla foto che la ritrae in macchina sul retro della copertina della prima edizione Rizzoli del libro “La rabbia e l’orgoglio”, la sua presa di posizione netta contro il terrorismo islamico all’indomani dell’attacco alle torri gemelle ( i vetri dell’auto riflettono i grattacieli).

Andiamo a quarant’anni fa. È la notte tra il 30 aprile e l’1 maggio 1976: Alekos Panagulis, compagno della scrittrice ed eroe della resistenza greca, sta rientrando in auto a Glifada, vicino ad Atene, lungo  via Vouliagmenis. Per l’inchiesta ufficiale, a causa di  un errore di manovra, l’auto di Panagulis finisce nello scivolo di un'autorimessa. Le perizie italiane invece parlano di un incidente provocato da due vetture tramite uno speronamento. Un incidente o un omicidio politico? Secondo un’ ipotesi, seguita anche da Oriana Fallaci, Michele Steffas, ex pilota professionista in Canada, sarebbe stato uno degli esecutori del delitto. Steffas si presenta spontaneamente alla polizia il 3 maggio come testimone: dichiarerà che si è trattato di un errore umano e riceverà una condanna per omissione di soccorso, ma le sue responsabilità non verranno mai provate.

Nell’articolo pubblicato su L’Europeo n° 20 del 1976 Oriana Fallaci descrive il suo arrivo ad Atene, dopo aver saputo “dell’incidente automobilistico”: “Poi sono stata davanti a quel mucchietto di ferri color verde pisello... E questi erano la sua Primavera, la sua Fiat. Erano tre anni che aspettavo, voglio dire che temevo, questo momento. Erano tre anni che dicevo a me stessa: prima o poi succederà. Aveva sempre avuto fortuna. Era sfuggito alla fucilazione; era sopravvissuto a torture inumane; era divenuto un poeta proprio attraverso quelle; era uscito dopo cinque anni da un carcere atroce dove sembrava dovesse restare tutta la vita o morirci; era passato indenne attraverso insidie, attentati; era stato eletto deputato nell’anniversario della sua condanna a morte […].Quante volte, insieme, siamo stati inseguiti da un’automobile che voleva ammazzarci.”

E ancora un’altra macchina, questa volta lentissima, è quella che trasporta la salma di Panagulis, il giorno del funerale, seguita da un milione e mezzo di persone che gridano “Zi zi zi”, in greco “vive”, cioè “Alekos vive, vive, vive”, episodio riportato nel libro “Un uomo” in cui Oriana Fallaci racconterà la loro storia.

È da quella inconsolabile perdita che il sentimento della scrittrice per le auto si trasforma  quasi in una dichiarazione di guerra .

Nello stesso libro Un uomo, ricordando un litigio avuto con Alekos Panagulis poco prima della sua morte, Oriana Fallaci individuerà la parola che aveva scatenato la rabbia: “La parola automobile. Odiavo l’automobile, l’avevo sempre odiata al punto di non possederne una, ma l’odio s’era gonfiato mostruosamente da quando t’avevo conosciuto, perché fin dall’inizio c’era stato un incubo nella nostra vita: l’automobile. L’automobile che ci aveva attaccato a Creta affiancandoci e spingendoci verso il bordo della strada per buttarci giù dalla scarpata. L’automobile che gettava le bombe carta al Politecnico, la Cadillac nera che per me era divenuta la somma di ogni orrore vissuto con l’automobile a causa di un’automobile. Senza contare l’automobile che avevi tentato di far saltare in aria, la Lincoln di Papadopulos (primo ministro durante la dittatura dei colonnelli, in Grecia, ndg), e sotto la quale avevi  tentato di gettarti alla fine della settimana di felicità. Insomma la Morte con l’aspetto di un’automobile, i fari al posto delle occhiaie vuote, il muso al posto del teschio, le ruote al posto degli arti spolpati. E tu mi avevi chiesto di regalarti la Morte. Ecco la molla, la prima scintilla. Ma perché l’avevi chiesta a me, proprio a me?”.

Elisa Latella

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