L'edizione 2026 di Alto Adriatico Motori d'Epoca a Pordenone Fiere si è confermata quel laboratorio che in realtà è. Una manifestazione giovane, ormai arrivata alla sua quarta edizione, che va in scena contemporaneamente ad altre tre fiere dedicate a: militaria, radioamatori e fotoamatori. Insomma, una specie di realtà aumentata: un appuntamento aggregante per mettere insieme tutta la famiglia. La formula, che sta prendendo sempre più forma anno dopo anno, si dimostra promettente, vista la costante affluenza di pubblico che qui, sarà anche per la data vacanziera (col 25 aprile in mezzo), si riunisce come per una festa: indoor, con esposizioni e conferenze, e outdoor, con raduni, birilli e cronometri.
Tra ingegneri e leggende
Il cuore pulsante, meglio, la piazza intorno a cui gira un po’ tutta la manifestazione, è quella di PortobelloCar, dove i due animatori dell’iniziativa, Maurizio Ribaldone e Frank Molinari, quest’anno hanno calato un poker d’assi: dall’ingegner Gianni Tonti, sul palco con lo storico preparatore Piero Spriano, che ha inchiodato il pubblico in platea parlando delle sfide tecniche della Stratos Gruppo 5 fino all’epopea delle LC1 e LC2, allo storico copilota di rally Rudy Dalpozzo, che ha conversato con Lady Fulvia (alias la copilota e manager Francesca Pasetti). Ovviamente non poteva mancare Ruoteclassiche che, con la conferenza dedicata alla 1000 Miglia, la nostra vice direttrice Laura Confalonieri e Corrado Minussi, hanno portato una ventata di Freccia Rossa direttamente in fiera.
Un filo lungo 120 anni
Da notare che il fil rouge che ha legato tutti gli eventi è stato quello dei 120 anni della Lancia (motivo per cui, chi scrive, ha partecipato a due interventi dedicati alla Casa fondata da Vincenzo). E così, grazie all’elefante nella stanza, anzi, ai camion nel padiglione, portati dalla Fondazione Marazzato, il giornalista Massimo Condolo ha avuto la possibilità di parlare anche dei pesi massimi della Casa di Lambda e Aurelia.
Il sapore autentico della passione
La verità è che in questa Bella Italia punteggiata di fiere e saloni che spuntano come funghi, il modello classico (diciamo quello della Padova di una volta) sta cambiando velocemente pelle. Per riscoprirsi sempre più locale, insomma pensato per un pubblico di prossimità, che in fiera ci viene come andasse in piazza a trovare gli amici, per fare due passi, quattro chiacchiere e, perché no, guardare qualche auto o ascoltare qualche racconto. Cosa che sta trasformando l’esperienza in qualcosa di sempre più conviviale che sa di raduno, al netto dei chilometri, più che di fiera istituzionale. E tutto questo grazie alle caratteristiche di accessibilità e calore che le grandi fiere internazionali (e non solo), stanno perdendo perché diventate ormai appuntamenti patinati orientati più al business che non alla condivisione di passioni comuni.
