Auto
06 February 2020 | di Paolo Sormani

Alfa Romeo Montreal: i 50 anni della GT milanese

La coupé del Biscione fu presentata al Salone di Ginevra del 1970 ed è una felice combinazione fra un V8 derivato dalle corse e lo stato di grazia di Marcello Gandini. La sua eterna bellezza si rinnova di anno in anno.

Guardarla, probabilmente anche guidarla, è come rivedere un film che non annoia mai. Il suo mezzo secolo, l’Alfa Romeo Montreal lo porta con una disinvoltura che fa impallidire qualsiasi milfona. È sempre bella ed elegante, slanciata e distante come le dive dei suoi anni. Con le minigonne e le gambe lunghe, i capelli fluenti, il fascino di uno stile di rottura.

Sensualità e classe. Una Faye Dunaway nel “Caso Thomas Crown”, la Catherine Deneuve di “Bella di giorno”, questa è la Montreal. Disegnata perché potesse rappresentare la "massima aspirazione raggiungibile dall'uomo in fatto di automobili" all’Esposizione Universale di Montreal del 1967. Gli organizzatori avevano scelto Alfa Romeo perché era cool. Quello stesso anno, “Il Laureato” di Mike Nichols aveva imposto la Spider “Duetto” come l’auto più desiderabile da chiunque non potesse permettersi una Ferrari o una Jaguar E-Type. Per pochi, ma non per pochissimi, concepita sulla spinta verso il futuro che in fondo era già un pezzetto di presente, con la Luna a portata di Apollo 11.

V8 sartoriale. Disegnata da uno stupor mundi neanche trentenne della Carrozzeria Bertone, Marcello Gandini ancora fresco di Miura, la Montreal come altre sportive italiane della sua epoca risente dello spirito e del senso innato per l’eleganza che consentì al Made in Italy delle quattro ruote di esportare la qualità e il taglio raffinato delle sue proposte secondo la formula del prêt-à-porter, al pari delle celebrate sartorie di casa nostra. La visione d'insieme della Montreal dà più l'idea di una granturismo veloce e confortevole, eppure il cofano era stato ampliato per accogliere il V8 a carter secco derivato dalla Tipo 33 da corsa. Il carattere fu temperato per la guida su strada e per le possibilità dinamiche offerte dal telaio progettato dall’ufficio tecnico del Portello, guidato da Giuseppe Busso e Orazio Satta Puliga. Il prototipo poteva accogliere sia il motore 4 cilindri in linea bialbero della Giulia 1.6, sia il V8 della Tipo 33. Quando fu il momento di industrializzarla, il presidente Giuseppe Luraghi scelse quest’ultimo, opportunamente addolcito: cilindrata di 2.539 cc, albero con manovellismo a 90°, iniezione meccanica Spica anziché Lucas. Le prestazioni garantivano una salivazione apprezzabile: 200 cv a 6.500 giri (77 cv/litro), 255 Nm di coppia a 4.750 giri, 224 kmh di velocità massima, da zero a cento in circa sette secondi.

Fate il vostro gioco! La Montreal nacque in una delle stagioni più felici della Casa del Biscione, specie in fatto di motori. Il V8 fu abbinato a un raffinato cambio manuale 5 marce ZF invertito, il meglio disponibile all'epoca, perché al Portello non ne avevano uno in grado di gestirne la coppia poderosa. Produrlo apposta, neanche a parlarne: troppo pochi gli esemplari (saranno 3.925 in tutto). Su strada, la Montreal soffriva di un certo rollio in curva e i freni a disco autoventilanti Girling, pur non essendo il massimo della vita, erano in linea con le altre granturismo del 1970. Fu la sua bellezza ad abbagliare gli appassionati: per un Marcello Gandini in stato di grazia non fu un problema alzare il cofano per accogliere il V8, né rastremarne il parabrezza. L’armonia d’insieme lasciava senza fiato, così come certe soluzioni estetiche: le linee delle “palpebre” della fanaleria erano state riprese sui montanti. Esclusiva, lo era anche nei colori: bella in blu medio, verde chiaro, grigio, rosso Cina, nero e arancio Miura pastello; semplicemente strepitosa in verde termico, oro, marrone luci del bosco, argento e soprattutto arancio metallizzato. Caddero parecchie mascelle quando la Montreal fu presentata al Salone di Ginevra del 1970, peccato che fu resa disponibile solo due anni più tardi, al prezzo di 5.700.000 lire. Anche se la Montreal non era invecchiata più di tanto – ancora oggi la modernità si rivela nello splendore dei suoi 50 anni – il gap di produzione raffreddò qualche entusiasmo. A ucciderla furono soprattutto la crisi petrolifera e la politica fiscale italiana, fatali per una coupé 2.6 che quand’era in vena faceva quattro chilometri con un litro. Nel 1977, dieci anni dopo la presentazione, la Montreal era già uscita di scena.

La parola a voi. Fino agli anni Dieci del secolo successivo era possibile portarsene una in garage, in condizioni così così, per cifre poco superiori ai diecimila euro. Oggi è particolarmente “calda” dal punto di vista collezionistico et voilà, come dicono alla roulette, faites vos jeux! Resta una curiosità: nel 1967, l’Expo destinato a Montréal in origine si sarebbe dovuta tenere a Mosca, per celebrare il 50° anniversario della Rivoluzione bolscevica. In questo caso come sarebbe stata battezzata la coupé Alfa Romeo, simbolo del Capitalismo decadente e costruita nel Paese con il più potente Partito comunista dell’Occidente? Sotto con i nomi…

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