Auto
16 April 2020 | di Giosuè Boetto Cohen

Automobili nella tempesta: quelle strane mille miglia del 1940

Con l’automobile si racconta la storia. Gioiosa o tremenda che sia. Mentre le nostre vecchiette dormono nei garage, intorpidite dal lock- down, ripercorriamo le tempeste che alcune hanno attraversato nei tempi più bui del secolo scorso.

Ciò che da quasi due mesi stiamo vivendo è stato definito, a vari livelli, una guerra. Il numero delle vittime è da campo di battaglia, così come lo sono le scene che si svolgono, aldilà della nostra immaginazione, negli ospedali e nei cimiteri. O che hanno trasformato le città in incredibili deserti . Una guerra che, senza bombardamenti e invasioni, ci ha colto ancor più impreparati, attenti, come siamo, a difendere la nostra quotidianità un po’ effimera e il potere d’acquisto. Volendo ampliare il poco brillante orizzonte leggendo qualche riga, possiamo far correre il pensiero a un’altra guerra, quella vissuta da nonni e genitori, che stava per sconvolgere il mondo nell’aprile di ottanta anni fa. Guardiamo ad essa dalle pagine del nostro tecnico giornale, perché l’automobile, anche in questo frangente, aiuta a raccontare la storia e perché pensiamo che a qualcuno potrebbe far bene misurare le nostre sventure con altre ancora maggiori. Ma soprattutto per il fatto che, proprio in quella vigilia, l’automobilismo visse fuori dall’ordinario, reinventando regole e consuetudini, ubriacandosi infine per una notte, prima di cadere nell’abisso. Non proprio ciò che sta succedendo in questo aprile a noi, nella grande paralisi che ha trasfigurato l’Europa. Ma a ben vedere anche il rinvio della Mille Miglia 2020 è un fatto mai capitato in 34 anni, e quindi l’occasione di ricordare funziona.

Una Mille Miglia insolita. Correva quindi l’aprile 1940 e ciò che era stato battezzato “ la strana guerra” (i sei mesi di attesa tra l’occupazione della Polonia e l’attacco tedesco a occidente) si preparava a esplodere in ciò che tutti attendevano. Mentre a Berlino si decidevano gli ultimi particolari dell’invasione del Benelux e della Francia, e gli Alleati disponevano le loro armate a nord, convinti di prevedere l’attacco, in Italia c’era ancora un momento per pensare alla Mille Miglia. Una Mille Miglia totalmente diversa dalle dodici che l’avevano preceduta, finite con l’incidente di Bologna nel 1938, i dieci morti tra il pubblico e il divieto di correre imposto da Mussolini. Era primavera e mentre il Duce dormiva meno del solito chiedendosi se l’Italia fosse pronta ad affiancare la Germania nella cosiddetta guerra-lampo (cosa che quasi tutti i suoi consiglieri negavano), altri consiglieri e “moschettieri” non dormivano affatto, perché le mille miglia da percorrere nel nuovo Gran Premio di Brescia si svolgessero all’insegna della sportività, della tecnica, della sana propaganda e , soprattutto, senza incidenti. In realtà i fasti e i brividi della Freccia Rossa erano lontani da ciò che si andava a preparare. Il percorso Brescia-Cremona-Mantova- Brescia, da ripetersi nove volte, era sì stradale e in parte sul consueto tracciato. Ma non aveva nulla della varietà, dell’orografia, delle sorprese infinite, dei transiti che erano le ragioni del successo della grande gara. I 165 chilometri del triangolo erano perlopiù rettilinei, velocissimi e monotoni, dove neppure il pubblico dei paesi si sarebbe molto divertito, a veder sfrecciare le vetture a duecento all’ora. Ciononostante era un tentativo, il desiderio di riportare nella terra d’origine una competizione di massimo livello, in attesa, chissà, che Mussolini cambiasse idea.

I motori e la propaganda. I giornali dell’epoca spesero grandi servizi per pompare l’avvenimento, in un tempo in cui il morale della popolazione era l’opposto quello che il regime desiderava. L’alleanza di ferro con la Germania spaventava, la maggioranza del Paese non capiva il perché del disprezzo quotidiano con cui venivano dipinte le “plutocrazie” di Francia e Inghilterra, i nostri alleati di vent’anni prima. E in fondo la gente si accontentava delle conquiste che il regime aveva fin lì regalato, dalle colonie, ai treni in orario. La libertà, agli occhi di molti, non aveva il valore che ha per tanti di noi adesso e quindi...perché mai una nuova guerra? Così era opportuno distrarre il popolino con una nuova avventura, maschia e rombante. In realtà i cronisti che percorsero il tracciato tra i tre capoluoghi avevano capito subito che non solo la Mille Miglia era tutt’altra cosa, ma che le strade a dorso d’asino, le poche varianti e la ripetitività della sfida avrebbero fatto un modesto spettacolo. Ma ciò che si pensava non si poteva scrivere. Si elogiavano naturalmente l’organizzazione, a partire dal maestro di cerimonia Renzo Castagneto, che con Maggi, Mazzotti e Canestrini era stato uno dei “moschettieri” ideatori della Freccia Rossa. Si decantava il “modernissimo” raccordo costruito a tempi di record che univa le statali 45 bis e 10 a nord di Cremona, permettendo di evitare il passaggio in città. Un tipo di carreggiata che, si auspicava, avrebbe presto sostituito in toto il vecchio bitume e i tratti ancora sterrati, permettendo alle vetture sport (ma non le sovralimentate, escluse dalla competizione) di esprimere tutto il loro potenziale. Invece dell’asfalto pettinato dopo un mese arrivarono le prime bombe e il resto è cosa tristemente nota. Il Gran Premio di Brescia, vinto peraltro dai tedeschi su BMW 328, rimase un pezzo unico, archiviato da altre urgenze. E quando, nel 1947, l’Italia veramente volle guardare ad altro, lontano dalle macerie e dal vuoto lasciato da 472.374 vittime, la Mille Miglia rinata fu di nuovo quella vera, che attraversava pianure, colline e montagne, paesini e città, univa le nazioni e la passione per l’automobilismo, in uno spettacolo senza paragoni.

La classifica

Classe Equipaggio Vettura
Assoluto Huschke von Hanstein
Walter Bäumer
BMW
3.0 Nino Farina
Paride Mambelli
Alfa Romeo
2.0 Huschke von Hanstein
Walter Bäumer
BMW
1.5 G. D'Ambrosio
Guerrini
Lancia
1.1 Emilio Fioruzzi
Adelmo Sola
Stanguellini
750 Mario Venturelli
Ceroni
Stanguellini

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