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14 September 2020 | di Giancarlo Gnepo Kla

Bugatti Automobili: i 30 anni della “Fabbrica Blu”

La Fabbrica Blu di Campogalliano festeggia i suoi 30 anni. Il 15 settembre 1990 Romano Artioli iniziava la sua avventura con la Bugatti Automobili: un’impresa durata troppo poco, dal 1991 al 95. Oltre alle vetture, le 139 Bugatti EB110, la "Fabbrica Blu" rappresenta una vivida testimonianza di quel sogno, che oggi resiste per le cure e l’affetto del suo storico custode, Ezio Pavesi.

Ieri a Campogalliano (Mo) si celebravano i 30 anni della "Fabbrica Blu", casa della Bugatti Automobili S.p.a.. Lo stabilimento venne inaugurato il 15 settembre del 1990: quel giorno il sogno di Romano Artioli diventava realtà. Artioli aveva rilevato il marchio Bugatti nel 1987 e tre anni dopo tornava in grande stile in una location d’eccezione. Progettato ex novo, lo stabilimento venne costruito nel bel mezzo della Motor Valley emiliana. Una struttura all'avanguardia divenuta familiare a tutti gli automobilisti che percorrono la A22, da e verso Modena. In questo giorno così speciale, una parterre di Bugatti EB110 e 110 SS tutte schierate davanti alla suggestiva parete blu. Tornano nella "casa" che le ha viste nascere, all'ombra della grande scritta Bugatti.

Gli amici della Bugatti. Qui, nei primi anni 90, le EB110 sono state plasmate dai tecnici Bugatti e hanno percorso i primi metri. Insieme a loro, le più recenti Bugatti Veyron Vitesse, Chiron e Centodieci: ospiti d'onore venute da Molsheim, la sede storica della Bugatti. Non è mancata poi una rappresentanza di modelli d’antan, a cominciare del gruppo di Type 23, la Type 30 e una Type 35. Tra le vetture ospiti, anche una manciata di Lotus e Elise ed Evora. Altri “amici della Bugatti” sono giunti con vecchie glorie, come la rarissima Zedel DB del 1908 appartenuta alla Regina Margherita, una Aquila Italiana del 1910 e l’Ansaldo 4H del 1927. Poco distanti, una Lancia Augusta, una Ferrari 348 TB da competizione e poi, in batteria: Fiat Dino Spider, Iso Bizzarrini A3C, Lancia Flaminia 3C Touring, Jaguar E-Type Roadster, Mercedes-Benz 190 SL e un’Alfa Romeo Montreal. Tutte lì per esprimere il loro affetto per la Bugatti Automobili S.p.a..

Un’avventura breve ma intensissima. La fabbrica delle meraviglie ha conosciuto una rapida ascesa e un altrettanto rapido declino: dal 1991 al 1995 sono stati prodotti 139 esemplari della EB110, un’auto straordinaria e dalla tecnica avanzatissima. L’impresa venne improntata all’eccellenza e riunì alcuni tra i più grandi nomi dell’automobile (e non): Paolo Stanzani e Marcello Gandini nelle fasi di ricerca, Nicola Materazzi e Giampaolo Benedini nello sviluppo del modello di serie. Tra i collaudatori, un “manico” del calibro di Loris Bicocchi. Oggi fa una certa impressione vedere i lampeggianti con il cartello “vetture in prova ad alta velocità”. La mente vola alle mattine nebbiose dei primi anni 90, quando la loro luce rossa preannunciava il passaggio a tutta birra delle hypercar più avanzate del decennio.

La “follia” di Artioli. La EB110 conquistò molti affezionati clienti della concorrenza: la Bugatti EB110 era molto più gestibile e maneggevole delle "vicine di casa", Ferrari F40 e Lamborghini Diablo, due tra le supersportive più esclusive del periodo. Il punto di forza della EB110 era la fruibilità, unitamente a performance straordinarie: i suoi 342 km/h di velocità massima segnavano un valore da primato tra le vetture stradali. Nella variante più estrema, la EB110 SS conquistò anche il pilota e Campione di F1 Michael Schumacher. “Artioli è matto”, dichiarava il famoso giornalista americano Jay Leno, alludendo allo sforzo e ai rischi da mettere in conto per creare una realtà di questo tipo. Una certa dose di follia, in fin dei conti è il comune denominatore di tutte le menti geniali e questa storia ne è la prova. Imprenditore altoatesino di origini mantovane, Artioli aveva in mente un’auto che riunisse leggerezza, guidabilità e prestazioni da primato con finiture di lusso: che incarnasse l’eccellenza, in parole povere.

I protagonisti. Animato da una grande passione per la tecnica e in particolare quella automobilistica, Romano Artioli riportò in vita la Bugatti. “Ho voluto continuare l’opera di Ettore Bugatti in nome dell’innovazione”, spiega. Il progetto prese forma e vita in poco tempo, partì immediatamente la selezione del personale: ingegneri, operai, segretarie... Insieme contribuirono a realizzare il sogno di Romano Artioli. Tra di loro anche un custode e un architetto, Ezio Pavesi e Giampaolo Benedini. Entrambi hanno rivestito un ruolo di primo piano: prima, durante e dopo la fine dell’avventura della Bugatti Automobili S.p.a. . Benedini è l’ideatore della struttura, mentre Pavesi da 30 anni (da 25 a titolo del tutto gratuito) continua a prendersi cura dei 240 mila metri quadri della Fabbrica Blu di Campogalliano. Accanto alla grande scritta Bugatti (ormai scrostata) campeggiano anche i nomi dei partner, tra questi: Aerospatiale, BBS, Diavia ed Elf. Tutti contribuirono a riempire quello che nel 1987 era soltanto un foglio bianco. Un’avventura terminata troppo presto, ma che non smette di parlarci di una grandissima passione.

La Fabbrica Blu. Procediamo con ordine. Giampaolo Benedini venne incaricato di creare la nuova casa della Bugatti: la richiesta era inconsueta, perché si doveva rispettare un budget limitato garantendo comunque il benessere dei lavoratori. “L’obiettivo era far sì che gli operai non si sentissero un numero, ma parte di un progetto” spiega Benedini, che prosegue: “La sfida più grande è stata con il tempo, bisognava ultimare tutto prima che terminasse lo sviluppo dell’auto”. Il primo reparto ad essere completato fu infatti quello destinato alla messa a punto dei motori. Il grande parallelepipedo blu che si vede dell’Autostrada del Brennero corrispondeva al reparto carrozzeria, ed è quello che ha reso iconico l’intero stabilimento di Campogalliano. La costruzione con i tipici tetti degradanti e le pareti bianche ospitava invece le linee di produzione. Il cuore pulsante della fabbrica si caratterizzava anche per le gandi iniziali “EB” incise nel cemento, un tributo a Ettore Bugatti.

Una missione. La cerimonia che celebra i 30 anni dalla nascita della Bugatti Automobili S.p.a. è stata organizzata dal personale storico e dagli amici della Bugatti: clienti, aziende locali e simpatizzanti. Tutto parte da Ezio Pavesi, custode della struttura e della sua storia: “Questo è il mio debito di riconoscenza per l’opportunità che mi è stata data, lo faccio perché sento la responsabilità di preservare la sua storia”. Ad aiutarlo c’è anche suo figlio Enrico (23 anni) che ha coordinato in prima persona l’evento di ieri. Nei suoi occhi e nelle sue parole, l'entusiasmo del padre. Quello stesso entusiasmo che negli anni 90 aleggiava tra i reparti: “Bisognava quasi pregare i dipendenti per farli andare a casa” racconta Artioli. Se ne è reso conto anche Stephan Winkelmann l’attuale Presidente della Bugatti, tra gli ospiti d’onore. In un perfetto italiano (maturato durante la sua presidenza in Lamborghini), Winkelmann ha commentato: “Si respira ancora la grandeur, la grandezza della cura del dettaglio”.

Guardare avanti. Il Presidente della Bugatti prosegue: “La EB110 ha anticipato i tempi con la sua scocca in carbonio, la trazione integrale e il suo motore V12 con 5 valvole per cilindro. Un'auto avanzatissima che ha ispirato la Veyron e la Chiron, modelli che hanno segnato il benchmark delle performane estreme”. Non poteva mancare anche Fabio Pulsoni, l’attuale proprietario della struttura. Suo fratello Stefano, rilevò lo stabile dopo il fallimento della Bugatti Automobili S.p.a. preservandolo con fatica dalla speculazione. Pulsoni esordisce con una frase forte “Dobbiamo dichiarare chiusa l’era delle commemorazioni, bisogna guardare al futuro”, e prosegue auspicando in un’economia della velocità che consenta alla Fabbrica Blu di Campogalliano di tornare protagonista del territorio. In tal senso Artioli gli fa eco e senza sbottonarsi troppo, annuncia la volontà di lavorare sullo sviluppo di motori a metano ad alte prestazioni (già sperimentato nei primi anni 90 con la EB110).

Si fa presto a dire fabbrica.
“Venire qui mi provoca emozioni contrastanti. Tristezza, perché non è bello vedere una fabbrica ferma, mentre mi rende felice vedere che lo stabilimento è ancora integro nonostante tutti terremoti” dice Benedini. La Bugatti Automobili era un luogo dove “La gente era felice di venire a lavorare” aggiunge Pulsoni. La magia di questa azienda stava nel suo creare vetture speciali, un concetto diverso dalla mera produzione. Un’idea romantica, tipicamente italiana. A 30 anni di distanza e un fallimento societario alle spalle, la Bugatti Automobili riesce a catalizzare ancora l'interesse e l'affetto di tantissimi appassionati. Evidentemente la Fabbrica Blu qualcosa di speciale l’aveva per davvero: “Questa non è soltanto una fabbrica, ma uno strumento per realizzare cose straordinarie”, dice Romano Artioli mentre gli si illuminano gli occhi.

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