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03 aprile 2018 | di Redazione Ruoteclassiche

Arna. Ma davvero sei subito Alfista?

Un'eresia, un tradimento quasi imperdonabile ai valori di un marchio nobile e per tradizione votato alla realizzazione di capolavori di stile e tecnica. Dell'Arna, modello alla base della gamma del Biscione commercializzato a partire dal 1983, ogni alfista che si rispetti pensa solo e soltanto questo. Oggi come ieri, nessun appassionato riesce a buttare giù il boccone. Sarà la scocca della Nissan Cherry, anonima e senz'anima, o la campagna pubblicitaria  non certo azzeccata (ricordate gli slogan "Arna. Kilometrissima Alfa" e "Arna. E sei subito Alfista"? Non certo felici...), fatto sta che l'Arna non è mai stata vista di buon occhio nemmeno sulle brochure.2

Del resto, provate a immaginarvela in una concessionaria Alfa Romeo a metà degli anni 80, accanto alle sorelle "purosangue" Giulietta, Alfetta, Spider e via dicendo. Un brutto anatroccolo destinato a rimanere nell'anonimato, non c'è che dire. La colpa, alla fine, è in gran parte dovuta al design esterno: la linea della Cherry rappresenta esattamente tutto quello che non avremmo mai voluto vedere su un modello della Casa milanese, pur se di fascia "bassa".4

Sulla meccanica, infatti - a parte le sospensioni posteriori, prelevate dalla "gemella" giapponese -, non si può dire nulla. Sotto il cofano - che "per farci entrare il motore bisognava prenderlo a martellate", parola dell'allora amministratore delegato Corrado Innocenti - frulla che è un piacere il 4 cilindri boxer di Pomigliano d'Arco, fiore all'occhiello dell'Alfasud (nata dalla matita di Giorgetto Giugiaro) e della 33 (la nuova berlina compatta sviluppata nel Centro Stile interno diretto da Ermanno Cressoni).1

Inutile girarci intorno: l'idea è quella (spesso fallimentare) di ottenere tanto con poco. Senza voler fare investimenti eccessivi, l'Alfa Romeo pensa all'Arna come a una vettura estremamente economica da realizzare - le scocche arrivano "belle" e pronte dal Giappone - cui affidare il traino delle vendite in un momento di grande difficoltà. L'accordo con la Nissan - ARNA è l'acronimo di Alfa Romeo Nissan Autoveicoli, nome della società nata dall'intesa dei due Costruttori - è infondo l'ultimo, disperato tentativo di risollevare le sorti dell'azienda, destinata di lì a qualche anno ad alzare bandiera bianca di fronte a una congiuntura economica e politica ormai insostenibile.3

Trentacinque anni dopo, con un'Alfa Romeo sempre più internazionale e con fusioni e joint-venture tra Case automobilistiche all'ordine del giorno, bisogna però riconoscere che l'idea tanto male poi non era. Infondo, coinvolgere i giapponesi - sicuramente all'avanguardia dal punto di vista della progettazione e dello sviluppo tecnologico - non avrebbe portato che del buono all'industria automobilistica del nostro Paese. Si assistette invece a un accanimento mediatico senza precedenti, certamente fomentato dalla concorrenza, tutti a temere chissà poi cosa. "Un'invasione nipponica dell'economia italiana", si leggeva sui giornali. Come se non bastasse, a decretare la fine della joint-venture Arna contribuirono ragioni puramente industriali: lo yen, sempre più forte, fece decadere i vecchi accordi in lire.

L'Arna era brutta, sì. Ma anche leggera, brillante e parca nei consumi. Dagli stabilimenti campani di Pomigliano d'Arco e Pratola Serra ne uscirono meno di sessantamila, non molte in effetti. Difficile dire quante ne circolano per le nostre strade oggi. Chi scrive, ha un amico che fino a poco tempo fa conservava gelosamente quella del nonno nella casa di campagna. "Da alfista appassionato", mi ha confessato una volta, "devo ammettere che all'inizio ero un po' imbarazzato nel portarla in giro. Poi, guidandola e riguidandola, ho cambiato completamente idea. Al di là di tutto, credo debba essere considerata a tutti gli effetti una vera Alfa Romeo".

Del resto, come si dice, l'abito non fa il monaco. No?

Alberto Amedeo Isidoro

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