Auto
08 April 2020 | di Paolo Sormani

Fiat 600, la divissima di Cinecittà

Secondo una statistica dell’Internet Movie Car Database, l’auto italiana comparsa nel maggior numero di film è anche una delle più vendute negli anni del boom del nostro cinema: la Fiat 600. Coincidenza? Tutt’altro.

La Ferrari Testarossa come quella di Magnum P.I.? No, troppo esclusiva. La Lancia Aurelia B24 convertibile del “Sorpasso”? Un’autentica icona, ma acqua, acqua. Allora la Fiat 500? Fuochino. Secondo l’Internete Movie Car Database, l’auto italiana con più ruoli significativi e comparse nella storia del cinema è sì una Fiat, ma 600. Lo dice un’innocente statistica dell’IMCD, un archivio di informazioni online sulle auto, le moto e gli altri veicoli a motore apparsi nei film. Il sito web fu creato dal programmatore belga Antoine Potten nel 2004 sulla scorta dell’Internet Movie Databaseha scandagliato oltre 65.000 tra film, serie televisive, miniserie, cortometraggi e persino cartoni animati per individuare 5.074 marche di automobili, fra le quali almeno 3.208 “recitano” con più di un modello. Un lavoro ciclopico, che poteva riuscire solo grazie alla potenza di calcolo di macchine e algoritmi. Secondo l’IMCD, appunto, la Fiat è la blockbuster italiana con circa 35.000 comparse. In particolare la 600 è stata, se non la Loren, la coniuge degli italiani con circa 350 ruoli piccoli e grandi.

Cinefiat a 35 mm. Sorpresi? Non è il caso. Vera protagonista del boom economico, la Fiat 600 ha spostato l’italiano medio dalla Vespa e dalla Lambretta alla prima auto di famiglia. Lo stesso periodo ha coinciso con l’esplosione della produzione cinematografica italiana e gli anni d’oro di Cinecittà. Forse però era destino che la 600 detenesse questo primato di onnipresenza, poiché la sua presentazione (Salone di Ginevra del 1955) fu seguita da un cortometraggio trasmesso dagli studi di Torino della neonata RAI, quando ancora la pubblicità televisiva non esisteva. Il “corto” della 600 fu anche il primo documentario della Cinefiat, la casa di produzione di film industriali e promozionali creata in seno alla Fiat. Non pensate a un reparto marginale: gli otto teatri di posa di Torino facevano di Cinefiat il più grande complesso cinematografico italiano dopo Cinecittà. Per i macchinari all’avanguardia, i tecnici e le competenze di alto livello, era stata definita la casa migliore in Europa per la produzione cinematografica, televisiva e fotografica del settore auto.

Fenomeno di costume. Tornando agli anni della 600, la facilità di ripresa esterna e la maggiore esposizione degli attori riservava i ruoli di protagoniste alle spider e alle convertibili. Tre esempi veloci: la succitata Aurelia B24 di Bruno/Vittorio Gassman, la Triumph TR3 di Marcello Mastroianni della “Dolce Vita”, la Ferrari 250 GT SWB California Spider guidata da Sophia Loren con il solito Mastroianni in “Ieri, Oggi e Domani” del 1963. Quando si raccontano i costumi e le nevrosi degli italiani degli anni Cinquanta e Sessanta, però, impossibile ignorarne le onnipresenti scenografie mobili. La Fiat 600 è stata insieme simbolo di allargamento del benessere, di conquista individuale dello status sociale ed espressione di sospirata voglia di evasione. Anche se è “solo” un’utilitaria, la 600 è portatrice di amore femmineo nelle “Motorizzate” del 1963, con un Totò sconvolto dal fenomeno cresente delle donne al volante; e accarezzata dalla prostituta interpretata da Giulietta Masina nelle “Notti di Cabiria” di Federico Fellini. A proposito: la 600 è immediatamente eletta a talamo dal padre di famiglia Ugo Tognazzi che, ne “I mostri” del 1963, (ancora Dino Risi), inaugura la 600 color avorio appena acquistata a suon di cambiali con un sacrosanto giro a mignotte, ancora prima di mostrarla alla moglie.

C'eravamo tanto amati. L’utilitaria torinese guidata da Antonio/Nino Manfredi è anche deus ex machina della lunga carrellata socio-affettiva di “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola. Così come degli ingorghi epocali che ingolfavano sia le città (“Il Vigile” di Luigi Zampa con un memorabile Alberto Sordi), sia le località di vacanza (“L’ombrellone”, 1965) di un’Italia ottimista e incapace di stare ferma. Più tardi, la 600 sarebbe stata via via soppiantata nel suo ruolo di star domestica da altre due Fiat: la sorella minore 500, che ebbe il vantaggio di restare in produzione per tutti gli anni Settanta; e la 128, altro modello molto quotato nel database a livello di comparsate. Negli anni di piombo e di malavita sarebbero state le Alfa Romeo a diventare le protagoniste di inseguimenti e sparatorie. Altre amatissime Fiat, la Panda prima e la Punto più tardi, hanno guadagnato posizioni più di recente – e probabilmente sono destinate a scalarne ancora, specie la Panda. La 600 non è stata dimenticata, però, tutt’altro: se ne vedono ancora parecchie nel filone del revival e dell’italian graffiti, dalla miniserie “Anni 60” di Carlo Vanzina a “Mio fratello è figlio unico” di Daniele Luchetti. Visti da fuori, in “The Man from UNCLE” del 2015, Guy Ritchie sceglie una Multipla per muovere una commedia travestita da action movie ambientata da noi. Esattamente cinquant’anni dopo le mirabolanti imprese di “Italian Secret Service” e “Operazione San Gennaro”…

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