Auto
11 aprile 2002 | di Redazione Ruoteclassiche

LA PRIMA VOLTA DI PORSCHE

Motore "1100" derivato dalla Volkswagen, 45 CV: alla 24 Ore di Le Mans non aveva chance. Ma Ferdinand affinò l'aerodinamica, alleggerì la scocca e questo bastò a farne un'auto da corsa.
Vinse la sua classe a 120 km/h di media.


La prima volta bisogna un poco buttarsi, non è facile dire di sì: vale sempre, anche per le corse in auto. Soprattutto a Le Mans, una gara stupenda e al tempo stesso massacrante. Ferdinand Porsche accetta la sfida, l'invito del giornalista Charles Faroux a correre la 24 Ore di Le Mans. Lo fa schierando una "356" poco potente, ma aerodinamica, tutta speciale: ha solo 45 cavalli, un motore di 1089 cm3 e, con una velocità di punta di 160 all'ora, pare poco più di un'evoluzione del "Maggiolino" Volkswagen. Ma può funzionare.

Porsche appronta in tutta fretta cinque vetture con carrozzeria in alluminio, carena le ruote, accentua la linea aerodinamica e inizia a provare. Il telaio è tubolare, sospensioni, sterzo e cambio sono di serie. Punta tutte le sue carte sull'affidabilità, sulla resistenza del motore: Le Mans, in fondo, è una prova di endurance. Una prova estenuante: basta un minimo errore, anche per stanchezza, e si dice addio a ogni cosa. Un esempio? Cinque chilometri di rettilineo alle Hunaudières terminano in una curva secca, si arriva velocissimi e i freni, a quel punto, non bastano mai. Non è una gara come le altre, la 24 Ore. Porsche ripete ai suoi che è due volte la Mille Miglia, in tutti i sensi. Ai box il severo regolamento vieta il benché minimo aiuto o rifornimento che non sia di acqua, olio e carburante. Ma anche questi liquidi devono essere somministrati sobriamente, ogni 337 chilometri e mezzo. Cioè ogni 25 giri.

Ferdinand muore all'improvviso e il figlio Butzi prende il suo posto in azienda. In prova, quattro delle cinque vetture si fermano col motore in briciole. Ne resta solo una, affidata a Auguste Veuillet e Edmond Mouche, e al battesimo in pista, su Le Mans piove a dirotto, la visibilità è scarsa. La tenuta di strada della "356" è, per dirla con un eufemismo, precaria, eppure, giro dopo giro, quella Porsche riscuote consensi e applausi, vincendo alla fine nella sua classe. In 24 ore la piccola "356" percorre oltre 2840 chilometri, a oltre 123 di media, battendo il record che apparteneva a Gordini su Simca "8". In classifica, è ventesima assoluta, mentre la vittoria è della Jaguar "XK 120 C" di Walker-Whitehead.

UN LAMPO FRA LE NUVOLE
La "356" passa a tutto gas sul rettilineo davanti alle tribune, alla velocità massima: 160 km/h. Quel giorno del 1951, a Le Mans, nonostante la pioggia, 130.000 spettatori applaudono la gara della piccola sportiva tedesca. Su 60 auto iscritte al via, poste a lisca di pesce con i piloti che le raggiungono di corsa attraversando la pista (una partenza tipica, detta appunto "Le Mans", ben 30 sono costrette al ritiro. Muore pure un concorrente, un certo Larivière: la sua Ferrari "212 Export" esce di pista alla Tertre Rouge, supera le protezioni e finisce nel fossato. L'auto è indenne ma un filo di ferro spinato decapita il pilota. La Porsche "356" aerodinamica, in versione "Lightweight", cioè alleggerita, è guidata da Auguste Veuillet e Edmond Mouche. Interamente d'alluminio e spogliata all'interno per guadagnare in leggerezza, pesa soltanto 640 kg. Monta un motore di 1086 cm3 da 45 CV, un boxer di netta derivazione Volkswagen. Sul circuito detto della Sarthe, dal piccolo fiume di Le Mans, inanella giri su giri per oltre 2840 chilometri, alla media di 123 all'ora e termina al ventesimo posto assoluto, prima tra le Sport fino a 1100 cm3.

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