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13 July 2020 | di Giosuè Boetto Cohen

La tempesta De Tomaso del 1970

Cinquant’anni fa nasceva la Pantera De Tomaso. E con quel nome e quel personaggio si può ben credere che venne al mondo in un clima di tempesta.

Del caballero argentino che passò dai circuiti a un impero industriale - che comprendeva prima la Carrozzeria Ghia, poi Benelli, Guzzi, Innocenti e Maserati - si è scritto di tutto. Uomo di genio e sregolatezza, arrogante e sorprendente. Per molti uomo impossibile. E anche la berlinetta pensata a Torino per il mercato americano, une delle sportive stilisticamente più riuscite del tempo, ha riempito articoli e libri. Un po’ meno noti sono i retroscena assolutamente tempestosi del suo esordio, che ebbe come protagonista De Tomaso, il bravo stilista che la ideò Tom Tjaarda e...una donna misteriosa.

Obiettivi ambiziosi. Sia De Tomaso che Tjaarda, che all’epoca dirigeva lo stile Ghia, erano convinti che non avesse molto senso che gioielli come Ferrari, Maserati e Lamborghini venissero ancora costruiti in decine o centinaia di pezzi, quando il mercato del lusso – non ancora globale, ma potenzialmente internazionale – ne avrebbe assorbiti dieci volte tanti. Quando la Ford, rilevate le quote della Rowan Industries della Ghia allargò di molto l’orizzonte della carrozzeria torinese, sembrò che il terreno di gara per una granturismo da vendersi in grandi numeri, potesse prender forma. L’obbiettivo condiviso con Ford, non dissimile ma commercialmente più ambizioso di quello della Mangusta, verteva su una sportiva due posti a motore centrale, più semplice da costruire, da mettere sul mercato al più presto, per occupare una nicchia e non perdere nessuna occasione. Tom Tjaarda, per due mesi, tornò pochissimo a casa. Lavorava sette giorni su sette, perché, anche se l’accordo non era stato ancora firmato, il patron Lee Iacocca e un plotone di manager Ford sarebbero venuti in visita a Torino a valutare di persona il progetto della Pantera. L’incontro andò talmente bene che alla Ghia si cominciò a lavorare anche di notte, per giungere con un prototipo al Salone di New York del 1970.

La sbandata. Tjaarda seguiva la Pantera più che se fosse stata una figlia. Era la sua creatura, uscita dalla matita senza compromessi, senza riunioni a porte chiuse, senza decisioni sopra la sua testa. Come invece era avvenuto spesso, nei suoi anni di apprendistato alla Pininfarina. Non solo l’estetica della nuova gran turismo gli sembrava venire aldilà delle aspettative. Anche la tecnica lo aveva impegnato e quando, poco prima di Pasqua, aveva riportato la vettura a Torino, dopo che a Modena avevano montato il V8 Ford, le sospensioni e i cerchi disegnati da lui, si sentiva in sella a cavallo di razza, pronto a sfidare chiunque. Anche Alejandro De Tomaso. Ma il destino delle macchine segue quello degli uomini, e se qualcuno avesse predetto a Tom cosa avevano in serbo le tre settimane che lo separavano dal lancio, probabilmente avrebbe cambiato mestiere. Un incidente aereo si portò via Amory Haskel e John Ellis, i principali sostenitori dell’accordo Ford-Ghia. E De Tomaso si innamorò della donna sbagliata. Non la solita avventura da farsi perdonare, coprendo la moglie di regali milionari. Ma una vera imbardata, per una ventiquattrenne molto carina e con il bernoccolo del design. I fatti superavano la fantasia. Un film di Billy Wilder, cercava di ripetersi Tom mentre glieli raccontavano al telefono. Con la scusa di una mostra a Torino, dove sarebbe stato esposto un suo progetto extra-Ghia, gli fu per prima cosa chiesto di non partire per il Salone. Mentre la giovane di talento si imbarcò al suo posto. Poi, mentre cercava di immaginare la festa a Manhattan, per cui aveva creato non solo la star, ma lo stand, l’evento e persino i gadget da regalare agli ospiti, arrivò la notizia che De Tomaso aveva svelato alla stampa americana chi aveva disegnato la Pantera. Una giovane designer che lui aveva scoperto e che... si trovava per caso al suo fianco.

Quel ragazzo venuto dal Michigan. Alla Ghia temettero che Tom perdesse il senno, o quanto meno il posto, dimettendosi la sera stessa. Ma il ragazzo un po’ alla buona venuto nel 1958 dal Michigan, prima di tutto era venuto dal Michigan. E non aveva, quindi, sangue latino. Poi era anche cresciuto e nonostante la breve esperienza alla corte di De Tomaso si era fatto un’idea del personaggio e della sua psicologia. Giunse a capire che De Tomaso non tollerava figure di spicco oltre la propria. L’anno prima aveva perso Giugiaro, che tra l’altro era stato bravissimo a metter le cose in chiaro, con i giornalisti, su chi aveva fatto la Ghibli e la Mangusta. Poi era arrivato lui, con la Pantera. Era stato invitato al tavolo di Lee Iacocca e ammirato dai colleghi alla Ghia. Gli aveva rubato di nuovo la scena. Portarlo a New York, sotto i riflettori - lui ragazzo delle praterie, che aveva fatto fortuna in Italia e ora partiva alla carica dell’America, con la Ford! – sarebbe stato veramente troppo. Così, più che a una storia di passione (anche se era lui il primo ad ammettere che la ragazza di De Tomaso era proprio ardente), Tom credette a una storia di superbia. “Alessandro Magno”, cominciò a chiamarlo dentro di sé. E più lo faceva, più ne rideva, più la sua rabbia diventava tollerabile. Decise però di opporre qualche resistenza. Quella che gli avrebbe salvato la reputazione nell’ambiente, a futura memoria. Alla faccia dei quello che credevano i vip, sotto le luci del Coliseum a Manhattan. A metà della serata nella galleria torinese, dove sarebbe stato presentato il modello in legno di un’altra berlinetta battezzata Sinthesis, Tom prese il microfono, e si prese anche la paternità della Pantera, che “come tutti sapevano” veniva presentata in quelle ore a “casa sua”, in America. Poi ripeté lo show con alcuni giornalisti amici. Alla Ghia, a questo punto pensarono che Tom avrebbe veramente lasciato la scrivania il giorno dopo, ma inseguito da un De Tomaso furibondo. Invece, quando questi tornò dalla luna di miele (con la fidanzata e con la Pantera), era di un tal buon umore, talmente rinvigorito o forse consapevole dei suoi peccati, che si congratulò per il successo della Sinthesis. E poi si parlò d’altro. Anche questo era Alejandro De Tomaso.

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