L’avventura dell’Alfa Romeo in Sudafrica
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14/04/2026 | di Lorenzo Stocco Gastaldi
L’avventura dell’Alfa Romeo in Sudafrica
Tra i gioielli della collezione di Axel Marx, è andato in scena il “Biscione d’Africa”. L’evento, targato CulturAlfa, ha ripercorso una parentesi poco conosciuta della casa di Arese, con ospiti internazionali e testimonianze d’eccezione
14/04/2026 | di Lorenzo Stocco Gastaldi

Negli anni 50, l'Alfa Romeo non si limitava a consolidare il suo successo in Italia, ma guardava già all’espansione internazionale. Dopo l'ingresso in Brasile con la produzione di mezzi pesanti nel 1952 tramite la FNM, il Biscione fa il suo ingresso anche in Sudafrica nel 1958. Inizialmente, la divisione sudafricana si concentra sull’assemblaggio di kit di montaggio provenienti dall’Italia, con il primo modello disponibile, la "Giulietta TI", che veniva assemblata a Booysens, un sobborgo di Johannesburg. Questi kit, spediti via mare da Genova, arrivavano tramite Suez e venivano completati localmente, con alcune componenti, come i cristalli, prodotte in loco. Questa strategia, che prevedeva l’impiego di manodopera locale, permette di ridurre significativamente i dazi doganali sulle vetture vendute, favorendo così l’ingresso del marchio nel mercato sudafricano.

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Dalla Giulietta alla Giulia

Dopo il primo lotto di 262 auto assemblate a Booysens, la sede delle attività viene trasferita a East London, sulla costa, dove, qualche anno più tardi, la “Giulietta” passa il testimone alla “Giulia”, la quale viene affiancata anche da un piccolo lotto di “2600 Berlina”. Il buon successo degli affari consente, inoltre, l’assemblaggio, in piccoli numeri, anche di altri modelli, quali “2000 Touring” e “Giulietta Sprint”. Nel 1962 nasce così la ARSA, acronimo per “Alfa Romeo South Africa”, mentre nello stesso anno escono dalle linee di assemblaggio circa 1.400 vetture, che diventano 2.000 nel 1963. Parallelamente, una fitta rete di circa 50 venditori sparsi nei principali centri del paese va formandosi garantendo ai clienti anche l’adeguata assistenza.

Il trasferimento e la conclusione

Presto, però, le linee di assemblaggio si saturano ed emerge la necessità di un nuovo sito produttivo, che viene individuato presso la Rosslyn Motor Assemblers, situata nelle vicinanze di Johannesburg, dove si sposta la produzione dal 1967. Qui la gamma di vetture prodotte, incluse anche le “1750”, le “2000” e alcuni strani “Frankenstein” come la “1600 Rallye”, una “Giulia 1300” con meccanica “1600” prodotta in circa 1.600 esemplari. La capacità produttiva si rivela, tuttavia, ancora insufficiente e, all’alba degli anni 70, si fa strada l’idea nella dirigenza del Biscione che il Sudafrica necessiti di uno stabilimento dedicato per la produzione in loco. È così che, sotto la direzione di Vittorio Bianco, viene fondato lo stabilimento di Brits, situato 50 chilometri a ovest di Pretoria, in una zona rurale densa di miniere e attività estrattive. La produzione vi si traferisce nel 1973 e si inaugura con l’”Alfetta” la quale viene, in seguito, affiancata dalla “Giulietta” e dall’”Alfasud” che assume i nomi nell’ordine: 1.5, Export, Export 1.5, Export GTA e Super Hatch. Più tardi arriva anche l’”Alfetta GTV” dalla versione 2000 fino alla sua massima evoluzione, la GTV6 3.0, prodotta esclusivamente in Sudafrica e pensata per essere competitiva nel campionato Gruppo 1 sudafricano. Per quanto riguarda l’industrializzazione, si decide di importare dall’Italia motori, cambi e cruscotti, mentre il resto delle vetture è prodotto in loco. Questo consente di non subire aggravi doganali in quanto solo le vetture prodotte per più del 70% (a peso) in Sudafrica erano esenti da dazi. La produzione a Brits si conclude nel 1985, dopo circa 100 mila autovetture prodotte e quando il Sudafrica entra inesorabilmente una delle fasi più turbolente della sua storia, segnata dalla fine dell’Apartheid e da una conseguente profonda crisi economica.

Un capitolo dimenticato

Questa storia si conclude come un piccolo successo di Alfa Romeo rimasto, come spesso accaduto, senza seguito e senza memoria. Una sorta di pagina dimenticata del Marchio di Arese che è stato possibile ricordare grazie a CulturAlfa, il binomio formato da Elisabetta Cozzi, del Museo Fratelli Cozzi, e Axel Marx, il possessore della più grande collezione privata di Alfa Romeo al mondo, che, insieme al club Alfa Blue Team, hanno organizzato l’evento. Tra gli ospiti Adriano Gilardi, esperto di storia dell’Alfa Romeo, Maurizio Bianco, figlio di Vittorio Bianco, collezionisti da tutta Europa e appassionati giunti apposta dal Sudafrica, come il pilota Trevor Tuck.

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