Mercedes-Benz 380 SE: la prima di Bruno Sacco - Ruoteclassiche
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16 May 2022 | di Marco Di Pietro

Mercedes-Benz 380 SE: la prima di Bruno Sacco

Mattia Bellaviti ha un debole per i motori V8. Non poteva sfuggirgli questa Mercedes-Benz 380 SE serie W126, una rara prima serie, più assetata ma anche più “sveglia” della seconda serie. La vettura, 180.000 km portati con disinvoltura, ha l’interno come nuovo. Storicamente è ricordata come la prima Mercedes disegnata sotto la direzione di Bruno Sacco.

La Mercedes-Benz W126 è l'opera prima di Bruno Sacco. Sul piano collezionistico, questo basta e avanza per desiderare di mettere in garage un esemplare della Classe S W126, lanciata nel 1979. Infatti il designer friulano, “reclutato” nel 1958 dal centro stile della Mercedes, nel 1975 ne venne nominato responsabile, firmando tutti i progetti fino al 1999: dalla Classe S appunto, fino alle varie Classe A, SLK e ML. Il milanese Mattia Bellaviti, direttore amministrativo di un’azienda biomedicale con un debole per i motori V8, ha sicuramente considerato questo aspetto nell’acquistare la “S” del nostro servizio, una prima serie del 1980 (il lancio avvenne al Salone di Francoforte nel settembre 1979). La vettura presenta un originale abbinamento cromatico: esterno Zypress Grün e interno in velluto verde, con cruscotto e plastiche verdi. L’allestimento è alla tedesca: nessun risparmio sulla sicurezza (abs, lavafari e sospensioni autolivellanti), qualche rinuncia ai gadget (alzavetri manuali, cerchi da 14 pollici in lamiera), massima attenzione al confort (tetto elettrico, aria condizionata, cambio automatico).

Rifatta solo la targa. Purtroppo nel 1994 fu fatto un cambio targa, perché il primo proprietario aveva smarrito i documenti. Per tutto il resto la vettura è originale, con 181.000 km all’attivo: pochi per una macchina in grado di percorrerne tranquillamente mezzo milione senza inconvenienti. Il motore gira piuttosto in alto per un’ammiraglia, ma non si sente: la silenziosità è quella di una Mercedes moderna. La vettura dimostra un’accelerazione notevole, ma stupisce soprattutto nella ripresa dalle basse velocità, merito della potenza elevata, del peso relativamente contenuto (meno di 1600 kg a vuoto) e dei rapporti corti (però con innesti bruschi: probabilmente il cambio automatico va registrato). Pur con cerchi da 14” e pneumatici a spalla alta (passarono a 15” solo con il restyling del 1985), la tenuta è notevole. Anche i consumi sono tollerabili: in media si percorrono 8 chilometri con un litro. Sicuramente meglio di una 350 serie W116, la precedente, che fa i 6 con un litro, ma peggio della successiva 380 SE “Energy Program”, che riesce a percorrere mediamente 10 km/litro. Tuttavia, dal punto di vista collezionistico, una prima serie con motore a corsa corta, prodotta in meno di 10.000 esemplari, è ben più interessante di una 380 “Energy Program” costruita in quasi 50.000 esemplari.

Innovativa e tecnologica. Sacco ebbe un ruolo da protagonista nella definizione della Classe S, prima Mercedes progettata con l’ausilio del Cad-Cam. Nei programmi della Casa la vettura doveva risultare leggera, offrire il massimo della tecnologia automobilistica dell’epoca e stabilire il primato della categoria in materia di aerodinamica, prestazioni, guidabilità e qualità costruttiva. Sacco tracciò una linea classica, ma con contenuti rivoluzionari per una marca molto legata alla tradizione, come per esempio i paraurti e i fascioni laterali in plastica. La carrozzeria, priva di spigoli vivi, utilizzava lamiere di acciaio speciale, più leggere ma più resistenti, perfettamente raccordate tra loro per non creare vortici aerodinamici. Questo voleva dire cristalli a filo della carrozzeria, assenza dei gocciolatoi, tergicristalli che in posizione di riposo restavano invisibili. Il Cx scese a 0,36, valore molto positivo. In sostanza, la nuova Classe S, studiata all’indomani della crisi petrolifera del 1973, era avanti anni luce rispetto alla barocca progenitrice “W116”. Basti dire che fu la prima vettura al mondo dotata di abs (testato però a lungo sulla “W116”); successivamente impiegò il differenziale a controllo elettronico e l’antispin (asr). Dal 1981 fu disponibile (a pagamento) anche l’airbag per il guidatore. A questo salto di qualità contribuirono anche i nuovi motori. Infatti, mentre il bialbero a sei cilindri di 2,8 litri, che costituiva la soglia d’ingresso, era rimasto praticamente lo stesso, i V8 di 3,8 litri e di 5 litri erano stati progettati ex novo. All’inizio qualcuno giudicò la linea della vettura troppo minimalista. I copricerchi in policarbonato grigio, per esempio, svolgevano una funzione aerodinamica importante, ma furono criticati dai clienti più tradizionalisti, ancora legati ai vecchi “padelloni” cromati. Il tempo, però, diede ragione a Bruno Sacco: la Classe S, rimasta in produzione fino al 1992 con quasi 900.000 esemplari realizzati, divenne l’ammiraglia di maggior successo nella storia della Mercedes.

Un paio di ammodernamenti. Nel corso della sua carriera fu sottoposta a un paio di rinnovamenti: il primo, chiamato appunto “Energy Program”, già nel 1981; il secondo, nel 1985, portò a un restyling estetico e a un ampliamento della gamma motori che diede origine a quella che i cultori della marca chiamano “seconda serie”. Concentriamoci sull’“Energy Program” per capire le differenze dall’esemplare del nostro servizio. Proprio nel 1979, anno di lancio del modello, in seguito a una seconda crisi petrolifera, i tecnici di Stoccarda decisero di prendere il toro per le corna. I motori V8, seppure giovanissimi, furono interamente riprogettati. In particolare quello della 380 cambiò le dimensioni di alesaggio e corsa, modificando anche la cilindrata. Nella prima versione la cubatura era di 3818 cc (alesaggio 92 mm, corsa 71,8); nella seconda (88 x 78,9 mm) arrivò a 3839 cc. L’allungamento della corsa rese l’“M116” meno sportivo, ma più disponibile ai regimi più bassi. La coppia massima passava infatti da 31 a 32 kgm, ottenuti però a un regime più tranquillo: 3250 giri/min invece di 4000. Scendeva un poco anche la potenza: da 218 a 204 CV, ottenuti a 5250 giri anziché a 5500. Il motore della 500, invece, non cambiò le misure di corsa e alesaggio, ma perse pure lui qualche cavallo (da 240 a 231). Per entrambi i motori l’accoppiamento con il cambio automatico a 4 rapporti fu modificato con l’allungamento del rapporto al ponte e delle marce alte. Sulla 380 la velocità massima scese da 215 km/h a 210. Ma il consumo medio di benzina migliorò in modo considerevole, passando da 13,3 a 10,8 litri/100 km: un taglio di ben 2,5 litri/100 km. L’indole della vettura era però cambiata. Mentre le prime 380, come questa di Mattia, avevano un temperamento quasi sportivo, quelle prodotte a partire dal 1981 erano decisamente più tranquille. Sottigliezze che oggi non sfuggono certo agli intenditori.

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