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28 marzo 2017 | di Redazione Ruoteclassiche

Non c’è pace per i Ferrari, volevano profanare la tomba del “Drake”

Sembrava che i rapimenti fossero una pratica criminale scomparsa e invece, come accade con alcune malattie infettive che si pensavano debellate, ecco che ritornano: una banda di delinquenti con base in provincia di Nuoro, dedita allo spaccio della droga e al traffico illegale di armi, stava pianificando il furto della salma di Enzo Ferrari dalla tomba di famiglia nel Cimitero di San Cataldo di Modena.

La notizia diramata dall’Ansa parla di 34 ordini di custodia cautelare e di numerose perquisizioni effettuate con uno spiegamento di forze imponente che vede impiegati 300 carabinieri supportati da unità cinofile, da elicotteri e da paracadutisti. Si tratterebbe di una vera associazione a delinquere con ramificazioni in Lombardia, Emilia e Romagna, Veneto e Toscana. Scopo del furto sarebbe stato quello di estorcere denaro ai parenti del "Drake" attraverso il ricatto delle spoglie.

Non è la prima volta che la famiglia Ferrari subisce tentativi di estorsione con questo metodo criminale. A Enzo Ferrari capitò l’11 ottobre del 1979 quando qualcuno cercò di rubare le spoglie del figlio Dino, scomparso 23 anni prima per le conseguenze di una malattia incurabile. Forse a causa di un imprevisto i malviventi non riuscirono nella loro opera e abbandonarono il corpo dopo aver divelto la tomba.

Le ragioni di quella rinuncia non si seppero mai e nemmeno gli autori di gesto vennero mai scoperti. Sembra che si fossero spaventati e abbiano rinunciato per le difficoltà che si trovarono improvvisamente davanti quando invece delle ossa rinvenirono il corpo di Dino ancora composto, una probabile conseguenza delle cure a cui il povero ragazzo era stato sottoposto nel vano tentativo di salvargli la vita. Oppure perché la loro intenzione non era quella di impossessarsi del corpo per poi estorcere denaro ma di rubare il candelabro d’oro massiccio che la leggenda voleva fosse stato sepolto insieme con il ragazzo. Una leggenda appunto.

G.M.

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