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Novant’anni fa nasceva il marchese-pilota Alfonso de Portago

L’11 ottobre del 1928 nasceva a Londra il nobile spagnolo.  Fu giocatore di polo, pilota di bob, playboy e, naturalmente, pilota automobilistico. Corse per la Ferrari sia con le monoposto sia con le vetture Sport, trasformando la sua irrefrenabile irrequietezza in importanti risultati per il Cavallino Rampante. Fino all’incidente fatale di Guidizzolo, alla Mille Miglia del 1957.

Uno spirito libero e irrequieto. Alfonso Antonio Vicente Eduardo Ángel Blas Francisco de Borja Cabeza de Vaca y Leighton, diciassettesimo marchese di Portago, fu un personaggio affascinante, uno spirito libero perennemente tenuto vivo dall’ansia di misurarsi con il destino in un continuo cimentarsi con se stesso alla ricerca di qualcosa. Senza mai riuscire a trovare una panacea. Avrebbe potuto diventare tutto quello che voleva, se solo c’avesse provato. Invece decise di rimanere un ricco aristocratico perennemente insoddisfatto. E, per questo, instancabilmente a caccia di nuove sfide, soprattutto nello sport. La sua caratteristica più importante fu la vitalità. Per ventotto anni, fino alla fine, Alfonso de Portago fu soprattutto vivo.

L’esordio da aviatore. Nacque a Londra l’11 ottobre del 1928. Il padre, un aristocratico spagnolo, era il miglior giocatore di golf del Paese e un habituée delle più prestigiose case di gioco. Alfonso studiò nelle migliori scuole e visse gli anni dell’infanzia nella sfaccendata Biarritz, in Francia. Imparò a parlare correttamente quattro lingue. Maturò presto un irrefrenabile gusto per la sfida, spinto dal bisogno di trovare uno sfogo a quella vita così facile e agiata che lo avrebbe giocoforza destinato a esiti noiosi e sottotono. Non ancora maggiorenne vinse una scommessa con un amico: pilotando un aereo riuscì a passare sotto un ponte.

Dalle Olimpiadi alle corse automobilistiche. Nello sport trovò un’importante valvola di sfogo alla sua aggressività: partecipò per due volte alla Grand National, una delle competizioni ippiche più antiche e prestigiose d’Inghilterra. Viaggiava per il mondo portandosi appresso, come bagaglio, solo una ventiquattrore piena di denaro. Nei migliori alberghi che frequentava lasciava tutto in regalo al portiere.  Riuscì a mostrare un elevato talento anche nel bridge: si disse di lui che avrebbe potuto diventare il miglior giocatore del mondo. Nel ’56 partecipò alle Olimpiadi invernali di Cortina d’Ampezzo con la squadra spagnola di bob a due (formata insieme a tre cugini). Arrivò quarto, la medaglia di bronzo non fu sua per un soffio. Infine scoprì l’automobilismo e sembrò forse aver trovato la sua ragione definitiva di vita; almeno per un po’. Conobbe Luigi Chinetti al Salone di Parigi nell’autunno del ’53 e nello stesso anno, a novembre, esordì in corsa con lo stesso Chinetti alla Carrera Panamericana come navigatore.

Un pilota senza mezze misure. De Portago si affacciò alla stagione di corse del ’54 in coppia con Harry Schell alla Mille Chilometri di Buenos Aires su una Ferrari 340 MM con cui ottenne il secondo posto assoluto. Cominciò così a scalare le classifiche del ranking automobilistico emergendo per il suo stile di guida aggressivo e che non risparmiava la meccanica. Era un instancabile macinatore di giunti e trasmissioni, un impareggiabile demolitore di freni e pneumatici. Senza mezze misure, velocissimo, con il physique du rôle tipico degli eroi del volante del suo tempo.

Una vita sentimentale burrascosa. Affrontò come una corsa senza ritorno anche la sua vita privata. Presto fu liquidato dagli ambienti del buon costume per via della fama di tombeur de femmes seriale. Amava le belle donne e la bella vita, incarnando a pennello lo stereotipo del gentleman driver bello, ricco e dannato. Nel ’49, a soli 21 anni,  sposò la modella Carroll Mc Daniel, due figli e un matrimonio andato in frantumi in un batter di ciglia.

I successi con il Cavallino Rampante. De Portago, noto con il vezzeggiativo di Fon, tirava fuori il meglio di sé al volante di una macchina da corsa. Nel ’55 vinse il Governor’s Trophy di Nassau con una Ferrari 750 Monza. Lo stesso anno iniziò a correre anche in Formula 1 con una Ferrari 625 privata. A Silverstone subì un grave incidente in cui rischiò la vita: sbalzato dall’abitacolo a oltre 200 chilometri orari, ne uscì con “solo” una gamba rotta. L’anno successivo Enzo Ferrari lo volle come pilota ufficiale: fu terzo al gran premio di Svezia con la 860 Monza e vinse il Tour de France con la 250 GT Competizione. Ancora il gran premio di Portogallo sul circuito di Oporto (Ferrari 857 S) e nuovamente l’appuntamento di Nassau. Con le monoposto ottenne un brillante secondo posto al gran premio di Silverstone.

La tragica fine. La stagione ’57 iniziò col terzo posto assoluto alla Mille Chilometri di Buenos Aires in coppia con Peter Collins (Ferrari 290 MM) e il settimo alla 12 Ore di Sebring insieme a Luigi Musso, su una 315 S. Ci fu il tempo per un ultimo exploit sportivo fuori dalle auto, la medaglia di bronzo ai Mondiali di bob a Saint Moritz. Il successivo 12 maggio il tragico epilogo. De Portago, in coppia con Edmund “Gurner” Nelson”, si presentò alla partenza della Mille Miglia con la Ferrari 335 S numero 531. Fino a Roma tutto filò liscio e velocissimo, ci fu persino il tempo di un bacio fugace ma appassionatissimo alla fidanzata, l’attrice Linda Christian. A Bologna erano terzi assoluti. Cambiano le gomme per poter percorrere i lunghi rettilinei della Pianura Padana  a una velocità ancora maggiore. Parma, Piacenza, Cremona, Mantova e, infine, Brescia: queste la tabella di marcia, le tappe conclusive di una gara fino a quel momento esemplare. Ma a Guidizzolo un occhio di gatto fece probabilmente dechappare un pneumatico, la macchina uscì di strada e volò sul pubblico assiepato ai lati. Il mondo si fermò improvvisamente. Il marchese de Portago fu strappato alla sua breve, elettrizzante vita ad appena ventotto anni. Oggi, a novant’anni dalla sua ultima corsa, lo ricordiamo così.

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