Rally
24 March 2020 | di Giancarlo Gnepo Kla

Richard Tuthill: l’avventura Porsche al Safari Classic Rally

L’ultima edizione dell’esclusivo East African Safari Classic Rally, svoltosi dal 27 novembre al 6 dicembre 2019 ha visto una massiccia concentrazione di vetture con motore a sbalzo raffreddate ad aria, molte delle quali preparate da un certo Richard Tuthill…

Nell’Oxfordshire, tra siepi e cottage dal tetto di paglia, una carovana di camion turba la quiete di un paesaggio da cartolina. Sul penultimo dei container, malconcio, spicca la sagoma di una 911: il logo della Tuthill Porsche. Un nome familiare ai “porschisti” amanti dell’avventura, cresciuti a pane, rally e motorsport. Richard Tuthill, dopo aver operato come preparatore indipendente, negli anni ’70 si aggiudica la commessa ufficiale dalla Prodrive per realizzare le scocche per le Porsche 911 SC RS da rally. Negli anni successivi, il preparatore inglese diventa il leader per l’allestimento delle Porsche 911 destinate alle gare su sterrato. Tra queste, anche le vetture preparate a Wardington per l’East African Safari Classic Rally. La 17° edizione di un revival, quello del mitico East African Safari, che prevede un percorso impegnativo Kenya e Tanzania: il Classic Rally ha una durata di 9 giorni, con 5 mila chilometri da percorrere nel deserto. In quest’avventura non sono mancati gli equipaggi italiani: Gilberto Sandretto e Fabrizia Pons, Eugenio Amos e Roberto Mometti, tutti su Porsche 911. Un raid riservato a vetture costruite prima del 1986 con trazione posteriore e motore aspirato.

Un raid molto impegnativo. Containers, dicevamo: tornano alla base le protagoniste del Safari Classic Rally. Sono coperte di polvere rossa, tipica del suolo keniota e tra fanghiglia e moscerini, c'è anche tanto nastro adesivo. Le loro livree brillano nella penombra, alcune di queste vecchie glorie sono malconce, altre parzialmente smontate. Durante l’East African Safari Classic Rally vengono percorse grandi distanze in condizioni estreme per caldo ed umidità: una sfida unica sia per i piloti che per gli equipaggi, a livello fisico e logistico. Ordinaria amministrazione per Richard Tuthill, che ha preparato 10 auto anche per l’edizione 2019 del East African Safari Classic Rally: 911 “serie G”, tutte con il classico sei cilindri boxer da 3 litri, aspirato, naturalmente, e tutte (ovviamente) raffreddate ad aria. In totale Tuthill impiega 30 tecnici, tre per ciascuna auto, a cui si aggiunge uno staff di supporto, composto da team management, medici, ingegneri e fisioterapisti. Quindi gravitano complessivamente circa 50 persone, impegnate per 10 giorni di fila, con un solo giorno di riposo... L'organizzazione di queste tante persone è impressionante, ma il risultato è davvero sbalorditivo.

Pronti per ogni evenienza. "Abbiamo un box per ogni auto che contiene tutto il necessario, escluse le ruote e i pneumatici. Martinetti, supporti per assali, taniche, scatole del cambio, qualsiasi cosa... Ci portiamo dietro qualcosa come 100.000 euro di ricambi per ciascuna auto", spiega Richard Tuthill. C'è poi la “nave madre” (il container con il logo), una sorta di magazzino semovente. "Vai lì e dici: 'tre set di pastiglie dei freni e un ammortizzatore anteriore destro'. E intanto l’ammortizzatore danneggiato viene rigenerato da uno specialista durante la notte. Ricostruiamo tutto, per poterlo utilizzare in caso di necessità". E nonostante ciò, a volte non è sufficiente: “Quest’anno, al quarto giorno avevamo usato il 60% della nostra fornitura di braccetti anteriori destri, perché tutti incappavano nella stessa buca! In questo caso chiamiamo la Casa Madre e ci sarà qualcuno pronto a volare immediatamente per consegnarti il necessario (con i relativi costi…)”. Continua: “Un anno abbiamo finito le scatole del cambio e abbiamo dovuto ricostruire quelle che avevamo già. Quindi devi esserci sempre anche tu, in prima linea”.

Il mezzo ideale. Humor, energia e tanta competenza tecnica sono altamente richieste in queste situazioni, visto che non è affatto improbabile ritrovarsi a ricostruire un cambio “915” nella boscaglia africana… "Siamo preparati anche a questo", dice Richard. "Abbiamo le luci, e tutti hanno le torce frontali. A volte resto stupito anch’io, non so proprio come riescano le squadre. Straordinario!". Dopo oltre trent'anni di lavoro, non c'è molto che possa turbare Richard e il suo team. La 911 è l'auto perfetta per questi raid: "Il motore è nel posto giusto, perché offre più trazione. Con il 3.0 hai anche la coppia necessaria. Le sospensioni sono indipendenti, e in curva fa la differenza, e poi la carrozzeria monoscocca è molto resistente. Quando lavoriamo su questi motori, se si ignora quello che ha definito lo standard si commette un errore. Enorme. Perché in Porsche avevano ragione su tutto!".

Finale a sorpresa. "Nel 2017 Stig Blomqvist (pilota svedese) ha avuto un problema al motore. E come è facile comprendere, nessuno vuol trovarsi in questa situazione… Abbiamo sostituito propulsore e cambio in 13 minuti! Si, dopo aver guidato per sei ore di fila nella notte per recuperare il nuovo motore". Il British humor non manca mai. Richard Tuthill è tornato alle base in piena notte, motore e cambio da sostituire erano già a terra. "Uno sciame, una ventina di persone lavorava sulla vettura”. Continua “L'auto seconda classificata intanto lasciava il parco chiuso. Stig, che fino a quel momento era in prima posizione, invece restava ancora lì bloccato, senza motore e senza cambio. Il tratto di strada fino alla prima tappa era di circa 12 km. Anche la numero tre e quattro partivano in successione”. Tutti hanno pensato “è la fine", ma mentre le tre auto si allineavano per l'inizio della tappa, Blomqvist le ha superate tutte per riprendersi il suo primo posto. Ecco, questo è ciò che amiamo"

I postumi. Intanto le auto vengono scaricate dai containers, e Tuthill: "La convinzione che le auto debbano tornare dall'Africa distrutte in ogni caso è sbagliata”. Prosegue: “Le auto si rovinano quando si urta qualcosa. E senza fare nomi, alcuni dei nostri piloti hanno colpito tutto quello che c'era da colpire... Se si guida bene si può vincere il rally e riportare indietro la macchina come nuova". Molte di queste auto verranno quindi ricostruite e gran parte della meccanica sarà sostituita in toto per via dei danni, ma per chi può permetterselo fa parte del gioco... E via, per la prossima avventura! Le auto, ferite ma non sconfitte, vengono ricoverate in officina. L'aspetto umano è la cosa fondamentale. "Passiamo da tre a sei settimane lì fuori, e alla fine del rally non potrei essere più soddisfatto. E grato. Il team è composto da persone straordinarie e abbiamo una forte coesione, indispensabile per creare il giusto spirito di squadra". Tuthill continua: "Credo però, che sia un bene che questo rally si svolga ogni due anni, perché se oggi chiedessi loro se vogliono tornare in Kenya, diciamo che sarebbe difficile rispondere...” sorride Richard Tuthill “Ci vogliono da sei mesi, almeno… a un anno, prima di poter pensare che sia una buona idea tornarci".

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