News / Personaggi
07 maggio 2018 | di Redazione Ruoteclassiche

Settant’anni Land Rover, siamo stati al “party”

Le dice qualcosa il nome di David Attenborough?” chiede un uomo molto anziano, dagli occhi sempre un po’ commossi. “Forse il più grande documentarista del secolo” lo rassicuro io. “Proprio così. Tornato dalla Londra-Singapore sono diventato un suo discepolo, e ho girato il mondo con la BBC per... sessant’anni?”.

Anche questo succede al settantesimo compleanno della Land Rover, nell’hangar bianco e argento (il più grande al mondo, nel suo genere) dove si custodiscono cinquecento reliquie a quattro ruote e i fantasmi tornano in vita. Alcuni in alluminio e ferro, altri in carne e ossa. Il signore dagli occhi commossi è Tim Slessor, uno dei sei “bravi ragazzi” che nel 1955 partirono da Cambridge e Oxford su due “88 pollici Serie 1” e raggiunsero - aprendo una via mai tentata - la lontanissima Singapore. Sei mesi di viaggio, momenti da brivido tra Calcutta e la Malesia. Cinque studenti di college e un giovane meccanico che - ricorda il futuro regista - rispondevano “perché lo vogliamo” a chi gli chiedeva la ragione di un viaggio del genere. Slessor era l’aiutante fotografo e cineoperatore del gruppo e l’esperienza lo segnò per il resto della vita. Nel ’57 ha scritto un bel diario di viaggio, ripubblicato anche in italiano a cinquant’anni dall’impresa. La prefazione di “First Overland”, ce lo si poteva aspettare, aveva la firma proprio David Attenborough.

Ma l’immagine del venerando esploratore-regista accanto alla sua 88 pollici, scampata al viaggio, al tempo e miracolosamente ritrovata da un collezionista, nel 2016, sull'isola di Sant'Elena, è solo un momento delle celebrazioni che la Casa ha previsto in questi giorni per ricordare il lancio, il 30 aprile 1948, della Land Rover primigenia, al salone di Amsterdam. Giornalisti, esploratori, Vip da tutto il mondo, ma anche una famiglia di operai che da quattro generazioni lavora nello stabilimento di Solihull, hanno trascorso un giorno speciale nelle campagne tra Birmingham e Coventry. La patria di LR e Jaguar.

La prima sorpresa, piccola, ma ben congeniata, è una breve mostra dedicata alla Range Rover allestita in una ex linea di montaggio. In bacheca fotografie poco note e gustosi testi anedottici sulla storia del fuoristrada “che non c’era”. Il primo, autentico Suv della storia. Almeno da questa parte dell’oceano. Il pezzo forte è un “rolling chassis”, un telaio guidabile riemerso dall’epoca dei test, che servì a convincere il management che anche una scocca montata su molle poteva arrivare dove arrivavano le balestre. Ma c’è anche una modello in gesso in scala 1:1 della carrozzeria, accanto a una vettura di pre-serie. Utile esercizio per apprezzare le pochissime modifiche apportate nell’ultima fase di sviluppo. Una riguarda la paratia antifiamma e l’attaccatura del parabrezza, che inizialmente era molto più corta, con il cofano di alluminio che chiudeva praticamente contro il vetro.

Il momento più divertente della giornata, accanto alla visita mozzafiato ai capannoni incantati del centro di restauro “Classic Works” (di cui riferiremo in uno dei prossimi numeri di Ruoteclassiche), è stato il tour nella campagna inglese con una carovana di veicoli che abbracciava l’intera storia della marca. A noi sono toccati un Defender V8 (dal suono poderoso, e pochissimo visto in Italia, dato il prezzo della benzina), poi una Serie 1 del ’57 troppo brillante per essere vera (e infatti si è scoperto che montava, come “test-bed”, il primo 2.3 benzina mai costruito a Solihull) e infine una apparentemente anonima Serie 2 grigia, peraltro splendidamente conservata. Dopo un po’ di litigi col cambio (tipicamente con prima e seconda non sincronizzate) è arrivata la notizia che stavamo guidando nientemeno che la 88 personale di Maurice Wilks, ingegnere e padre, insieme al fratello Spencer, della prima Land Rover. E lì qualcosa di straordinario è successo, perché il piede ha trovato il suo ritmo, il polso è diventato leggero, gli innesti quasi spontanei. Come se la mano del geniale inventore ci stesse guidando dal cielo.

Giosuè Boetto Cohen

Condividi
COMMENTI