Troppo cattivo per guidare una Jaguar - Ruoteclassiche
Auto
15 February 2021 | di Giosuè Boetto Cohen

Troppo cattivo per guidare una Jaguar

Nel 2021 ricorrono i sessant’anni della E-Type e le celebrazioni si sprecano. Ma su Autoitaliana ci siamo inventati una strada originale per festeggiarla, in una dimensione assolutamente tricolore. Copertina, una storia a fumetti inedita e ampi servizi dedicati alla Jaguar di Diabolik. La coupé nera era la vettura ideale per il re del terrore. Che gli fu concessa , tuttavia, dopo una piccola tempesta giudiziaria e di costume.

I grandi anniversari muovono la memoria e le emozioni, ma devono essere continuamente reinterpretati per tenere alta l’attenzione. Celebrando i sessant’anni della Juaguar E-Type - automobile tra le più celebri e ammirate - e non cadere nel mare magnum dei festeggiamenti, su Autoitaliana ci siamo dati da fare. Partendo proprio dal blasone della rivista abbiamo rievocato un frammento di storia assolutamente italiana in quella della inglesissima sportiva. E’ l’epopea della fedele compagna delle avventure di Diabolik. La nera coupé che ha troneggiato su centinaia di copertine e in tutte le strisce del re de terrore. Storie che nascevano nella redazione milanese di via Boccaccio, conquistarono l’Italia all’inizio degli anni Sessanta, e ancora la infiammano, con tre milioni e mezzo di copie vendute ogni anno.

Oltraggio alla moralità. Come raccontiamo su Autoitaliana, in due ampi servizi e un episodio di Diabolik disegnato per l’occasione, la scelta della E-Type fu dettata dalla novità (era stata presentata un anno prima), dal suo stile aggressivo e da un debole personale di Angela Giussani – una delle due sorelle creatrici del personaggio – che ne guidò infatti una rossa spider, targata Montecarlo, per molti anni. La E-Type di Diabolik non fu subito nera, e nemmeno accurata nei dettagli come poi diventò. Addirittura, nei primi numeri, il mitico sei cilindri XK finì nel cofano posteriore (i fumettisti, si sa sono uomini stravaganti) e le curve della carrozzeria, così sensuali e distintive, avevano poco a che fare con la loro rappresentazione stilizzata, nel formato tascabile del fumetto. Nelle prime storie l’auto era anche di colore bianco.
A parte queste disavventure, peraltro presto corrette, la Jaguar di Diabolik passò – insieme al suo tenebroso proprietario – attraverso una serie di temporali e tempeste, che avrebbero potuto minare il successo di un fenomeno editoriale a suo modo unico.
Due, in particolare, furono i nemici delle sorelle Giussani e della loro casa editrice Astorina: uno votato alla guerra santa contro il personaggio, ritenuto immorale e indegno del pubblico – largamente giovane – che lo attendeva ogni settimana in edicola. L’altro più concentrato sul legame Diabolik-Jaguar, visto come potenzialmente lesivo dell’immagine della marca di Coventry e della rispettabilità di chi la comprava. Facile immaginare chi si nascondesse dietro le diffide e rischiasse – se Diabolik fosse stato vero – di diventarne egli stesso una delle vittime: era il magnate Bepi Koelliker, allora importatore e sinonimo dell’auto inglese in Italia.

La vetrina di Koelliker. Chi ha qualche capello bianco ben ricorda la prestigiosa showroom che dominava un angolo di piazza San Babila, a Milano. Jaguar, Triumph, Morris, Rover e Land Rover, il monopolio dell’auto “made in England” passava nelle mani della potente famiglia. Come tutta la lobby dei commercianti, anche l’autosalone del centro tentò di opporsi alla pedonalizzazione di corso Vittorio Emanuele, il primo passo verso una Milano più a civile.
Alle vetrine su San Babila, che prima avevano ospitato la Lambretta e poi divennero di Fiorucci, i Koelliker ne aggiunsero altre, in fondo a viale Certosa. Ma lì le polemiche non ci furono mai: lo stradone portava al cimitero e insieme ai marchi di sua Maestà si vendevano anche le sconosciute Mitsubishi, le Seat e perfino le auto d’oltre cortina.
Per ironia della sorte, quarant’anni dopo i niet di mr. Keoelliker, la Jaguar Italia festeggiò la E-Type con un volume in cui proprio Diabolik era uno degli anfitrioni.

La crociata di Novello. Ma ci stavamo dimenticando del primo nemico, questo davvero giurato, di cui avevamo iniziato a narrare. Fu il Procuratore della Repubblica di Lodi Francesco Novello, che per anni combatté Diabolik in crociate moralizzatrici a colpi di carta bollata. Tutte fortunatamente andate a vuoto. Qualcuno si sarebbe potuto aspettare che la legge avrebbe inseguito la moltitudine di plagi ed epigoni che da sempre hanno imitato Diabolik. Invece le auto della Questura attendevano i furgoncini fuori dalle edicole e le copie venivano immediatamente sequestrate, prima dell’immancabile riabilitazione. Celebre rimase il processo intentato contro l’albo n. 3 della prima serie, “L’arresto di Diabolik”, oggi considerato un classico dai collezionisti. Il solerte dottor Novello sguinzagliò le sue camionette per il nord Italia (la diffusione del fumetto all’inizio non era nazionale). Salvo veder annullare l’ordinanza dal giudice, chiamato ad esprimersi sul caso. La copertina, infatti, ritraeva il “cattivo” in manette, con tanto di ghigliottina sullo sfondo. Quale condanna del crimine avrebbe potuto essere più esplicita?

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