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10 gennaio 2015 | di Redazione Ruoteclassiche

11 gennaio 2015: buon 60° Autobianchi

L’11 gennaio 1955, nello studio notarile Guasti di Milano veniva sancita la nascita dell’Autobianchi. Era la concretizzazione di un’idea di Ferruccio Quintavalle, Direttore Generale della Fabbrica Automobili e Velocipedi Edoardo Bianchi, storico marchio milanese di cicli, motocicli e automobili, che unì nell'impresa anche Fiat e Pirelli. La Bianchi, attiva fin dal 1885 con una bottega per la costruzione di biciclette, nel 1901 iniziò a equipaggiare i suoi cicli con motore a scoppio e dal 1903 fu tra i primi a diffondere sul mercato veicoli a quattro ruote.

Quintavalle, impegnato nel tentativo di risollevare le sorti dell’azienda dopo i disastri della seconda Guerra Mondiale, nel ’54 aveva coinvolto la Pirelli e la Fiat in una ambiziosa operazione. Questa avrebbe così permesso: alla Bianchi di risollevarsi, al leader della gomma di aumentare la propria fornitura di pneumatici e al costruttore torinese di proporre sul mercato automobili con un marchio alternativo, nonché utilizzare un vasto banco prova per lo sviluppo di nuove soluzioni. La partecipazione societaria era paritetica (33% delle azioni a Bianchi, Fiat e Pirelli) e la compagine societaria così composta: Presidente Giuseppe Bianchi; Ferruccio Quintavalle consigliere delegato; consiglieri Luigi Gayal de la Chenaye (Fiat), Franco Brambilla e Corrado Ciuti (Pirelli) ed Emanuele Dubini.

Nella cittadina di Desio (nord di Milano), dove già la Bianchi aveva la sua sede produttiva, la neonata Autobianchi pose la sua sede operativa scorporando la produzione automobilistica dalla Fabbrica Automobili e Velocipedi Edoardo Bianchi e spostandola nell’Autobianchi. L’attività iniziò nel ’56 con la produzione dell’autocarro Visconteo precedentemente prodotto dalla Cabi Cattaneo.

1957: l'anno della Bianchina
L’anno successivo fu la volta della prima automobile, la Bianchina. Costruita su una meccanica Fiat 500, la Bianchina ne condivideva il gruppo moto propulsore (2 cilindri in linea da 15 Cv progettato da Dante Giacosa) ma da questa si distingueva per la carrozzeria più elegante progettata da Luigi Fabio Rapi e per un livello di finitura ed equipaggiamento più elevato: carrozzeria bicolore, tetto apribile, sbrinatore, cromature sulle fiancate, coppe ruota cromate e gomme Pirelli con fascia bianca.

Fu presentata ufficialmente il 16 settembre del ’57 al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano alla presenza di Vittorio Valletta, Alberto Pirelli e Giuseppe Bianchi (vedi foto). Proposta al prezzo di 565.000 Lire, entrò in listino nel 1958, anno in cui ne furono costruite ben 11.000. Successivamente, il successo di vendita fu da stimolo per creare nuove versioni: la Trasformabile Special (con motore potenziato a 21 Cv), la Cabriolet (primavera 1960), la Panoramica, la Berlina 4 posti (dal 1962, disponibile come normale e Special) e la Furgoncino.

1963: nasce la Stellina.
Al salone di Torino del’63 l’Autobianchi introdusse la Stellina, un cabriolet con motore Fiat 600. La novità consisteva nella carrozzeria in vetroresina, materiale che permetteva un processo di produzione molto più snello: dalla formatura si passava direttamente all’applicazione della vernice saltando la finitura. Questa, inoltre, era molto più resistente alle forze esterne e all’invecchiamento. La Stellina, tuttavia, ebbe scarso successo: motore poco potente (all’epoca la Fiat aveva già a listino la 850), design poco accattivante e, soprattutto, prezzo elevato: quasi 1 milione di Lire.

1964: la Fiat e la Primula
Il 1964 fu un anno cruciale: salito alla presidenza Giovanni Nasi, uomo FIAT, iniziò a farsi strada il processo di avvicinamento a Torino. Nell’autunno dello stesso anno, la nuova Primula dava “in pasto” al mercato quella che, probabilmente, era la prima vera Autobianchi: motore a parte (di provenienza Fiat 1100D) tutta la meccanica era inedita e questo rappresentò, per altro, il risultato di concrete sperimentazioni da parte del Lingotto (la carrozzeria Fastback, ripresa dalla Fiat 127, e la trazione anteriore). Alla versione con 4 porte seguì il Coupé, prodotto fino al 1970.

Nel settembre del ’67 il processo di acquisizione da parte della FIAT fu totale: in attuazione di una delibera delle rispettive assemblee, l’Autobianchi venne incorporata con un atto di fusione che coinvolse, contemporaneamente anche la OM. Le azioni Autobianchi, già di proprietà FIAT, furono annullate e, con delibera del 30 marzo 1968, venne trasformata in Azienda FIAT con sede secondaria a Milano. L’operazione, inoltre, sanciva la complementarietà tra modelli FIAT e modelli Autobianchi.

1969: Autobianchi A111 e A112
La filosofia “sperimentale” delle Autobianchi rispetto alla FIAT (nonché le migliori finiture e prezzo più elevato rispetto alle vetture torinesi) continuò nel 1969 con la presentazione della A111, una berlina con quattro porte equipaggiata con il motore della Fiat 124 S ma con trazione anteriore (la 124 aveva le ruote motrici posteriori). Pochi mesi dopo debuttò la A112, una sorta di anticipazione della Fiat 127: corpo vettura compatto, 3 porte, motore della Fiat 850 Sport in posizione anteriore trasversale, soluzioni tecniche d’avanguardia (come il serbatoio posto davanti alle ruote posteriori). La A112 era la risposta italiana al fenomeno Mini. Presentata al salone di Torino del ’69, entrò in produzione in autunno con un’unica motorizzazione da 900 cc e 45 Cv, aggiornato nel 1971 con lo stesso motore della nuova Fiat 127. Nello stesso anno furono commercializzate le versioni E e Abarth (982 cc, 58 Cv). Fino al 1986 fu prodotta in ben 8 serie, con continui aggiornamenti meccanici e numerose versioni.

L’asservimento alle operazioni FIAT portò lo stabilimento di Desio (progressivamente potenziato con la creazione di nuovi impianti) all’assorbimento di parte della produzione del marchio di Torino. Qui, infatti, sul finire degli Anni 60, fu spostata la produzione della Fiat 500 Giardiniera, della Fiat 500 normale e della 600 Multipla in versione Taxi. Nella stessa ottica partì la produzione della Fiat 126 e, nel 1980, della Panda disegnata da Giugiaro.

Y10: l’ultima Autobianchi
Al Salone di Ginevra del 1985 l’Autobianchi presentò la Y10. Suo fu il compito di sostituire la A112, di proporsi al mercato come un prodotto completamente nuovo e, per certi, versi, innovativo. Si trattava, in sostanza, di quella che oggi sarebbe una perfetta vettura Premium: design accattivante, comfort elevato, ottima dotazione, generale percezione di qualità. L’Autobianchi Y10 (commercializzata all’estero a marchio Lancia) si poneva come modello d’élite, una vera e propria “piccola ammiraglia” (abitacolo in moquette o anche in pelle, strumentazione digitale – optional, contagiri, computer di bordo, fari alogeni, lunotto termico, vetri anteriori elettrici, illuminazione interna blu). Disponibile solo con carrozzeria a 3 porte, fu disegnata dal Centro Stile FIAT e si caratterizzava per il disegno molto aerodinamico (CX di 0,31) e per il portellone verniciato in nero opaco.

L’iniziale versione d’ingresso Fire fu affiancata, successivamente, dalla Touring e dalla Turbo con compressore a gas di scarico IHI, intercooler, accensione elettronica, 85 Cv, 180 km/h. Negli anni successivi arrivarono la 4WD e le serie speciali Fila, Missoni, Martini. Nel 1989 fu presentata la seconda serie con nuovi motori a iniezione elettronica (motori GT I.E, 4WD I.E., Fire LX I.E., allestimenti Mia, Ego e Avenue). Nel 1992, con la comparsa della Autobianchi Y10 III Serie, lo stabilimento di Desio fu chiuso e la produzione spostata nell’impianto Alfa Romeo di Arese, a Pomigliano d’Arco e a Mirafiori.

Nel 1995, con la sospensione della produzione della Autobianchi Y10 e la nuova denominazione della piccola utilitaria in  “Lancia Y”, si concluse l’avventura dell’Autobianchi. L’area dello stabilimento di Desio fu smantellata a partire dal 2002. Il processo si concluse nel 2003.

Alvise-Marco Seno

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