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30 giugno 2016 | di Alvise-Marco Seno

30 giugno 1956: sessant’anni fa Enzo Ferrari perdeva Dino, il figlio prediletto

Nato nel 1932, Alfredo "Dino" Ferrari avrebbe avuto un futuro radioso nell'azienda di famiglia: appassionato di motori, spirito analitico, grande talento tecnico. Si ammalò presto di distrofia muscolare ma, nonostante il progressivo avanzare della malattia, volle essere attivo sino alla fine. Se ne andò solo a 24 anni ma il padre lo mantenne vivo fondando il marchio che portò il suo nome.

Una vita straordinaria, vista con gli occhi della passione, quella di Enzo Ferrari. Pilota e collaudatore negli anni 20, team manager negli anni 30 (fondò a Modena la Scuderia Ferrari nel novembre '29 e portò al successo le Alfa Romeo ufficiali nelle gare più prestigiose d'Europa); costruttore dagli anni 40 (prima con l'Auto Avio Costruzioni poi, dal '47, con il marchio recante il suo nome) e animatore di un'azienda divenuta icona dell'automobile.

Il Drake non si godette l'emozione di questa consapevolezza. Uomo estremamente pragmatico e ambizioso, aveva in testa una cosa sola: la supremazia sportiva. Produsse Ferrari stradali esclusivamente per disporre delle energie finanziarie necessarie per fare correre le sue macchine da corsa. La sua mission nel mondo dell'automobile è ampiamente resa da alcune sue celeberrime frasi: "l'auto più bella è quella che vince!" oppure "il secondo è il primo dei perdenti!".

Del resto, non c'era spazio per sentimentalismi in un settore, le competizioni automobilistiche, in cui i piloti erano paragonati a indomiti cavalieri armati di coraggio e follia, costantemente esposti al rischio più grande - la perdita della stessa vita - pur di accontentare il loro datore di lavoro e guadagnarsi la sua stima. E, infatti, Enzo Ferrari, di "figli", ne perse tanti, troppi.

L'AMATO DINO
Il destino fu ancora più crudele e beffardo di quanto egli stesso potesse attendersi, strappandogli anzitempo proprio il primo figlio "vero", promettente progettista, certamente quello che avrebbe continuato l'attività di famiglia.

All'inizio degli anni 30, la Scuderia Ferrari era impegnata con le nuove Alfa Romeo 8C 2.3, sviluppo delle 6C 1750. Enzo Ferrari aveva definitivamente appeso il casco al chiodo il 9 agosto del '31, giorno della sua ultima partecipazione alle corse come pilota (il Circuito delle 3 Provincie), ed era passato a dirigere al 100% la stanza dei bottoni del suo team.

E, nello stesso tempo, si era dedicato alla "costruzione" di una famiglia.  La moglie Laura Garello, il 19 gennaio 1932, diede alla luce il piccolo Alfredo, per il quale certamente egli progettò da subito un brillante futuro in azienda. Prese il diploma di perito industriale all'Istituto Corni di Modena, quindi gli studi ingegneristici in Svizzera e poi l'inizio di quelli economici all'Università di Bologna. Questa seria e profonda preparazione culturale, unita alla perfetta imitazione del carattere volitivo del padre avrebbero certamente plasmato il giovane "Alfredino", poi detto Dino, verso un raggiante futuro nell'industria automobilistica fino a diventare, un giorno, anch'egli Commendator Ferrari. Scrisse, infatti, il padre di lui: "Dino era nato nelle corse e con le corse. Era pervaso da una passione esclusiva per questo sport, e del resto sapeva pilotare con disinvolta perizia le macchine che potevo dargli".

MINATO NEL FISICO
Apparve, invece, molto presto chiaro che qualcosa non andasse. Dino iniziò a palesare una strana e preoccupante lentezza nei movimenti, gravata da una esacerbante fatica. Fino alla diagnosi di una malattia - la distrofia di Duchenne - per la quale non erano disponibili cure. Lentamente ma inesorabilmente, Dino peggiorò sempre di più. Fu costretto a interrompere gli studi che stava portando avanti con abnegazione e successo. Ciò nonostante, animato da grandissima passione, pur costretto a letto dalla malattia, continuò a dedicarsi ai motori, discutendo con il padre e con Vittorio Jano tante differenti soluzioni meccaniche per le vetture dell'azienda di famiglia.

E il 30 giugno 1956 quella giovane e promettente vita fu tragicamente strappata all'affetto della famiglia. La commovente prova del dolore straziante del suo grande padre è tutta nel suo gigantesco gesto d'amore: la dedica di una famiglia di motori e del nome di un intero marchio costruttore. Fu la scelta perfetta per continuare a sentire il figlio accanto a sé vivo e sperare di trovare un briciolo di consolazione in quella vita, piena di successi ma vuota di affetti.

Oggi Dino Ferrari riposa nel cimitero di San Cataldo. Negli anni successivi alla sua morte il padre mise in campo numerose iniziative a favore della ricerca contro la malattia.

L'EREDITÀ DI DINO FERRARI
All'attività di progettuale di Dino Ferrari si legano una serie di invenzioni tecniche utilizzate dal marchio del Cavallino. Le fonti riportano che il giovane tecnico modenese tracciò, innanzitutto, i volumi di carrozzeria della 750 Monza, poi realizzata dall'esperto Scaglietti in poche decine di esemplari.

Ma, ancora più determinante fu il suo contributo in tema di motori. A lui, infatti, è attribuito il progetto iniziale del 6 cilindri a V di 65°. La genesi dell'idea, avvenuta nel '55, riguardava un nuovo propulsore da 1,5 litri per la Formula 2: un'unità di piccola cilindrata e con V "stretta" per ridurre gli ingombri.

Nel novembre 1956, cinque mesi dopo la sua scomparsa, si produssero i primi "vagiti" del motore Dino 156. Dino Ferrari era tornato a vivere! La nuova Ferrari 156 F2 esordì al Gran Premio di Napoli del '57.

Nei primi mesi del 1965, in seguito all'accordo con la FIAT, si gettarono le basi per la nascita del marchio automobilistico Dino, salutato dalla presentazione della 166P, apparsa per la prima volta nel mese di giugno e scesa in pista alla 1000 Chilometri di Monza. Nell'ottobre del 1968, al Gran Premio di Hockenheim, Tino Brambilla portò alla vittoria la 166 F2, primo successo di una macchina a marchio Dino. Contemporaneamente, iniziava l'avventura Dino sulle strade: dopo una lunga gestazione, con numerosi prototipi allestiti dalla Pininfarina tra il '65 e il '67, nel '68 cominciò la produzione della 206 GT (il primo esemplare recò il numero di telaio 00201), disegno di Leonardo Fioravanti.

Alvise-Marco Seno

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