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8.32: i 40 anni della Lancia “Thema Ferrari”

23 aprile 1986. Al Salone di Torino c’è fermento intorno allo stand Lancia. Tutta la gamma è esposta insieme alla Delta S4 con livrea Martini che, con equipaggio Toivonen-Cresto, ha appena vinto il rally della Costa Smeralda. C’è il pubblico delle grandi occasioni e c’è l’Avvocato Gianni Agnelli, che verrà immortalato in una foto diventata iconica mentre parla con l’ingegner Vittorio Ghidella – al tempo amministratore della Fiat – di fronte a un grosso V8.

Cuore Ferrari

Un motore, prodotto a Maranello, che è stato destinato all’ammiraglia di Casa Lancia. È il debutto ufficiale della Thema 8.32, la versione più prestigiosa, potente e speciale, un’auto con pochi eguali e che mostra orgogliosamente ai marchi tedeschi cosa vuol dire fare delle belle auto. La Thema 8.32 – ribattezzata subito “Thema Ferrari” – nelle cifre che compongono il suo nome ufficiale sintetizza le caratteristiche del suo nuovo e potentissimo cuore: 8 come i cilindri, 32 come le valvole. I cavalli sono 215, leggermente di meno che nell’originale ospitato dalla “308” e dalla “Mondial”, ma la sostanza, il sound e le emozioni non sono da meno, così come le prestazioni: 240 km/h di velocità massima e 6,8 secondi per passare da 0 a 100.

Sportiva, elegante, distinta

Non è solo il propulsore a rendere la 8.32 un’auto eccezionale – tra l’altro la trazione anteriore più potente dell’epoca – ma è l’insieme, dal look alla dotazione extra-lusso, ai dettagli di gusto artigianale che appagano gli intenditori. All’esterno, spiccano i cerchi a stella, di chiara ispirazione Ferrari, mentre una sottile linea gialla decora le fiancate e lo sfondo delle targhette con la scritta “8.32” collocate nei sottoporta, vicino alle ruote posteriori. Ce n’è una anche sulla griglia cromata e un’altra ancora sul baule, dove spicca lo spoiler retrattile, una primizia tecnologica che si alza e si abbassa in pochi secondi scomparendo alla vista.

Gusto italiano, cura artigianale

Se all’esterno, tutto sommato, la Thema 8.32 è un prodigio di sportiva compostezza, l’abitacolo è un vero salotto, un tripudio di raffinatezza, che profuma di pelle Poltrona Frau cucita a mano (un costoso ma richiestissimo optional), oppure di vellutata Alcantara e riveste plancia e portiere di elegantissima radica. Un lusso inaudito, che avvolge una plancia che sembra l’opera di un ebanista e coccola i passeggeri con sedili a regolazione elettrica (volendo, a pagamento, anche posteriori, una sciccheria a livelli Rolls-Royce) e poi climatizzatore, radiotelefono. Che dire, poi, dello splendido volante a tre razze, rivestito di pelle, e la strumentazione a elementi circolari con grafiche gialle su fondo nero che portano subito il pensiero a Maranello. E ancora, i pannelli di plastica dello stesso colore della selleria, per un effetto scenico irripetibile.

Costosa ed esclusiva

Cinque sono le opzioni di colore della carrozzeria: rosso, blu, nero, grigio e verde: quest’ultimo è di gran lunga il più raro ed è particolarmente ricercato dai collezionisti. Che la Thema 8.32 sia un’auto per amatori e appassionati lo si vede anche dal prezzo, circa 60 milioni, più del doppio di una Thema 2.0 litri i.e. e quando viene introdotta la seconda serie, nel 1988, i prezzi saliranno ancora. Prodotta fino al 1992, esternamente presenta gli stessi aggiornamenti estetici del restyling comune a tutte le versioni, mentre le norme antinquinamento obbligano all’installazione di un catalizzatore, che sottrae dieci cavalli e grinta al V8, per di più ormai quasi raggiunto in termini di potenza dal 4 cilindri 2.0 litri turbo, meno costoso in termini di gestione e manutenzione. L’avventura di una berlina unica per lignaggio ed esclusività meccanica si chiude così con poco meno di 3.600 esemplari costruiti, spesso trascurati una volta invecchiati, a causa dei costi di gestione e manutenzione più da Ferrari che da Lancia. Oggi, parafrasando un libro (diventato anche film) molto noto degli edonistici anni 80, dopo i suoi “primi quarant’anni”, la Thema 8.32 è a pieno titolo un’auto da collezione, una preziosa testimonianza di una stagione di superiorità tecnica e stilistica del marchio torinese che non può che riempire di malinconia. 

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