Sono passati 50 anni da un evento che è entrato negli annali del motorsport, consegnando alla leggenda una macchina – la Lancia Stratos – e un pilota – Sandro Munari – capaci di andare oltre ogni ostacolo, con quella forza di volontà e categorico rifiuto della sconfitta che spinge i campioni alle grandi imprese. Oggi rivive come se fosse una radiocronaca dell’epoca, quando il racconto viaggiava per l’etere e un risultato sportivo emergeva dal gracchiare dei transistor.
Un imprevisto che mette a rischio la vittoria
È la notte del 24 gennaio 1976 e al Rally di Montecarlo i presenti hanno il privilegio di assistere a una gara da leggenda. Le Alpi francesi sono avvolte da nebbia e pioggia gelata, ma Sandro Munari, il “Drago di Cavarzere”, insieme a Silvio Maiga, è pronto sulla Lancia Stratos HF: la partenza della prova speciale si avvicina e il cronometro segna quattro minuti e mezzo di prezioso vantaggio per l’equipaggio italiano su Guy Frequelin, a bordo della Porsche 911. Dalla cima del Col de Turini arriva la notizia via radio che sta piovendo e i meccanici si affrettano a montare le gomme da bagnato, ma a un solo minuto dal via, la pioggia si è trasformata in neve, una tempesta che sta imbiancando le strade. Troppo tardi per passare alle gomme chiodate, Munari non può far altro che andare, rischiare e sperare.
La grinta del campione
Il Drago stringe i denti, preme sull’acceleratore e sfida la montagna. I primi chilometri scorrono veloci: la Stratos taglia i tornanti ma dal chilometro 8 la neve fa la sua comparsa e ogni curva è un brivido. Munari sfiora le rocce per trovare un centimetro di grip sull’erba ai bordi della strada, mentre dietro Frequelin – che è riuscito a montare le gomme da neve – è come una muta di cani da caccia all’inseguimento di una lepre. Munari affronta ogni tornante come un equilibrista sul filo: occhi fissi sulla strada, cuore in tumulto. La pressione è immensa, ma il Drago non cede e pennella i rimanenti 30 chilometri da campione, ritornando in testa.
Con il cambio bloccato
Primo, con un vantaggio di 2′: sembra fatta, ma al terzo passaggio sul Col de Turini, il cambio della Stratos si blocca in quarta. Ci sono dodici chilometri di salita e altrettanti di discesa, tornanti stretti, curve cieche, pendenze insidiose e Munari non ha scelta: ogni mossa deve essere perfetta e con una piuma sull’acceleratore e un bilancino da gioielliere sulla frizione, sfrutta la coppia del V6 Ferrari per danzare sul limite, cercando di arrivare all’assistenza confidando in un miracolo dei meccanici. Il responso del cronometro dice un minuto perso e Munari non scende nemmeno dalla sua Stratos mentre la coppa dell’olio bollente viene smontata, le forcelle liberate e tutti i pezzi tornano al loro posto, mentre ogni secondo pesa come un’ora. La Stratos riparte, la pioggia batte sul parabrezza, i fari fendono l’oscurità alpina e il ritmo diventa incalzante come i Taiko, i tamburi tradizionali giapponesi: ogni curva è un pugno nello stomaco degli avversari.
La leggenda è scritta
La prima posizione è a un passo, occupata dall’altra Stratos di Waldegaard e Thorszelius, e nel team Lancia Alitalia le emozioni sono contrastanti: congelare le posizioni e non prendere rischi, oppure lasciare libertà ai piloti. Le Stratos galoppano da una curva all’altra come animali selvaggi e tutti gli avversari pian piano devono inchinarsi alla superiorità di un’auto che è nata per dominare nei rally, unica e irripetibile e con un’arma in più, i Pirelli P7 sviluppati appositamente per lei. Munari ne percepisce ogni messaggio attraverso il volante, ne esplora il limite pigiando l’acceleratore e intraversa i 980 kg dove gli altri esitano: mantiene la concentrazione, cuore e mente sincronizzati ed è imprendibile. Il Montecarlo del 1976 diventa la sua epopea personale, una vittoria conquistata con sangue, sudore e talento assoluto e quando sventola la bandiera a scacchi, sono quattro vittorie nel Rally di Montecarlo, un record che entrerà nella leggenda. Non è però solo un trionfo personale: è la consacrazione della Stratos HF, della squadra, dei meccanici che hanno sconfitto il tempo e gli elementi e di una superiorità che ha costretto Porsche, Opel e Ford a raccogliere le briciole. La tripletta Lancia chiude la classifica, con Waldegaard-Thorszelius al secondo posto e Darniche-Mahé al terzo. Una pagina immortale della storia dei rally, un’impresa epica che ancora oggi infiamma il cuore degli appassionati.
