La metafora dell’albero secolare che cade nel bosco può spiegare solo in parte l’impatto della morte di Sandro Munari sul mondo dell’automobilismo sportivo e sulle migliaia di appassionati che sono cresciuti con il mito delle sue imprese. Il soprannome “Drago” evocava gesta di cavalieri indomiti e una minacciosa eleganza che, non appena infilato il casco, si traduceva in una capacità soprannaturale di interpretare le curve e far volare le sue Lancia da una prova speciale all’altra.
Lancia per la vita
Eh già, le Lancia. Una storia d’amore con la Squadra Corse HF iniziata nel 1966 e sbocciata sulla Fulvia HF con cui nel 1967 e nel 1969 vince il Campionato Italiano rally e che nel 1972 lo porta a vincere – primo italiano – il Rally di Monte Carlo insieme con l'inseparabile Mario Mannucci. Non sarà l’unica, perché a bordo di quel gioiello della tecnica e del design che risponde al nome di Stratos firmerà poi una tripletta leggendaria dal 1975 al 1977, anno in cui diventa anche il primo italiano a prendersi il titolo piloti. Un binomio, quello Munari-Stratos che fa sognare gli italiani, scrive pagine indelebili del rallysmo e che verrà interrotto solo dalla scelta della Fiat di puntare sulla 131 che Munari contribuì a sviluppare oltre che portare in gara.
Campione a tutto tondo
La sua capacità di andare forte e allo stesso tempo “sentire” la meccanica delle auto lo ha reso un maestro riconosciuto dei rally, uno di quei piloti capaci di lasciare un segno al di là dei numeri, peraltro importanti e “pesanti”. 7 vittorie valide per il mondiale, 14 podi, un titolo europeo, ma anche un excursus alla Targa Florio del 1972 coronato da una vittoria, in coppia con Arturo Merzario, a bordo della Ferrari 312 PB, dimostrazione inequivocabile di una classe innata. Di base, però una passione sfrenata per gli sterrati, per quelle competizioni dove le auto sono messe alla prova quanto i piloti: ecco quindi Dakar, Rally dei Faraoni, i test sulla Lamborghini LM 002 per trasformarla in una vettura da gara e la successiva consulenza con il marchio emiliano per sviluppare la trazione integrale della Diablo.
Dopo le corse
Personaggio schivo, riservato, dopo la fine della carriera agonistica ha avuto una seconda vita come organizzatore di corsi di guida sicura, libri, collaborazioni giornalistiche, ospite riverito e acclamato in ogni rievocazione storica ed evento dove la sua sola presenza poteva illuminare l’immaginario di chi lo aveva visto in azione e di chi ne aveva solamente sentito parlare. Avrebbe compiuto 86 anni il 27 marzo il Drago di Cavarzere e se oggi la malinconia e la tristezza la fanno da padrone, ci sarà sempre spazio per la gioia nel rievocare le sue imprese al “Monte” e la leggiadria con la quale faceva ballare di traverso la Stratos.
