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14 October 2020 | di Giancarlo Gnepo Kla

Alfa Romeo 90: ammiraglia ad interim

L’Alfa Romeo 90 doveva essere l’ammiraglia di casa Alfa che avrebbe traghettato la Casa del Biscione nell’ultimo secolo del Novecento, subentrando alla sfortunata Alfa 6. Ma nel anche l’erede dell’Alfetta venne pensionata, senza aver nemmeno sfiorato i fatidici anni 90…

L'Alfa 90 venne presentata al Salone dell’Automobile di Torino del 1984: la nuova berlina Made in Arese era stata concepita per riaffermare Alfa Romeo nella fascia “superiore” del mercato (l’attuale segmento E). Nei primi anni 80, l’Alfetta era ancora amatissima, ma risentiva di una progettazione datata. Contro l’avanzata tedesca capeggiata dalle berline sportive BMW che attingevano alla clientela Alfa Romeo, la sola meccanica, per quanto raffinata non era più sufficiente. L’Alfetta aveva bisogno di un’erede diretta. Una nuova vettura che alzasse l'asticella della sfida con nuovi contenuti e un livello di finitura più elevato. Ma ad Arese la situazione era tutt’altro che rosea in quel periodo: sin dalla fine degli anni '70 si pensava alle sostitute della dell'Alfetta e della Giulietta.

La “vice”ammiraglia. La crisi in cui versava Alfa Romeo costrinse ben presto la Casa del Biscione a ripiegare sulla nobile arte dell’arrangiarsi… Il progetto venne quindi posticipato e ripreso nel 1982, riutilizzando per quanto possibile la meccanica dell'Alfetta e della Giulietta che sarebbero state sostiuite dalle future Alfa 90 e Alfa 75. Due modelli meccanicamente simili. Il codice progettuale era comune per entrambe: 162, ma l'Alfa Romeo 90 (162A) avrebbe dovuto svolgere il ruolo di “vice” ammiraglia, affiancando e sostituendo l’Alfa 6: modello di prestigio che non ha mai fatto breccia. Secondo le intenzioni, l’Alfa 90 avrebbe rappresentare i colori dell’Alfa Romeo nel segmento medio-alto fino agli anni novanta, da qui la scelta del nome. Nel caso della 75 (162B) presentata nel 1985 il nome era un richiamo al 75° anniversario del marchio. Questo modello avrebbe incarnato invece l’anima più sportiva del marchio perpetuando la lunga tradizione di berline Alfa Romeo. Un obiettivo che la 75 centrò in pieno. Per l’Alfa 90 le cose non andarono altrettanto bene: i volumi della carrozzeria erano gli stessi dell’Alfetta e la meccanica condivisa con la 75 fecero propendere gran parte dei clienti per la più piccola 75. Un’auto più agile e dalla linea più moderna.

Momento sobrietà. Il compito di tracciare le linee della nuova berlina venne affidato al centro stile Bertone. Lo sviluppo dell'Alfa 90 venne portato avanti in tempi stringenti: 30 mesi per lo sviluppo completo dal foglio bianco alla strada. I vincoli tecnici contribuirono ad inficiare un progetto che in teoria doveva esprimere una modernità. La stessa che sarebbe dovuta durare fino all’alba del 2000. Invece, la silhouette a tre volumi e il giro porte vennero ripresi direttamente dall’Alfetta di oltre 10 anni prima... Il frontale è forse la parte meno convincente, dominata da una fanaleria rettangolare con il piccolo scudetto al centro della griglia. Dov’era finita l’aggressività tipica delle Alfa Romeo? I nuovi lamierati evocavano una linearità geometrica che mirava più all’eleganza che alla sportività, ma non dimentichiamo il ruolo che doveva svolgere questo modello.

Cosa resterà? Più ricercato (e massiccio) il posteriore, con l’ampio portatarga in alto e la fanaleria posteriore sfalsata, a filo con il paraurti. Ma, la sobrietà dello stile era anche frutto di un’accurato studio aerodinamico: spiccava lo spoiler anteriore, che si abbassava automaticamente a partire dagli 80 km/h. Un solco attraversava la fiancata, mentre il profilato del montante C con motivo a L si intersecava con la parte posteriore del padiglione creando una particolare scomposizione. Gli interni puntavano all’eleganza e prevedevano dettagli e finiture più curati. La plancia riprendeva lo stile Bertone dell'epoca e sul modello di punta si caratterizzava per l'insolita strumentazione “optoelettronica” a elementi fluorescenti. Peculiare il freno a mano a cloche, montato anche sulla 75. Vero e proprio oggetto di culto (ormai piuttosto raro) è la valigetta ventiquattrore “Valextra” che si incastonava davanti al passeggero, disponibile come optional. Un accessorio che ci riporta direttamente agli anni 80 e alle controverse dinamiche della Prima Repubblica…

A 4 e 6 cilindri. Sul piano tecnico, l’Alfa 90 introduceva una serie di importanti novità: a partire dalla disponibilità del servosterzo, servocomando di rigore per una berlina di prestigio. Il raffinato schema transaxle ereditato dall’Alfetta garantiva una migliore distribuzione dei pesi, ma aveva anche dei lati negativi: la maggior distanza tra la leva e gli ingranaggi dava adito a impuntamenti e grattate. L’Alfa 90 montò quindi un nuovo leveraggio del cambio che migliorò nella precisione degli innesti. Al vertice della gamma la 2.5 V6 Quadrifoglio Oro, spinta dal noto motore Busso dotato di iniezione elettronica e capace di 156 CV, mentre il modello di accesso era il 1.8 a carburatori da 120 CV. Non mancava un 2.4 Turbodiesel progettato dal VM e dotato di intercooler da 110 CV. L’offerta dei motori “2 litri” era fondamentale per il mercato italiano, in quanto l’Iva pesante (38%) colpiva le cilindrate superiori ai 2000 cc. Ecco quindi l’Alfa 90 2.0 a carburatori spinta dal classico 4 cilindri bialbero Alfa Romeo e la 2.0i con iniezione elettronica e variatore di fase, entrambe da 128 CV. Poco dopo si aggiunse anchela sofisticata "2.0 6V Iniezione". Il motore derivava dal 2.5 e disponeva di 132CV. Quest’ultima integrava anche il Controllo Elettronico del Motore (CEM). Un dispositivo molto avanzato per l’epoca, mortificato dalle economie di scala che ne hanno compromesso l’ottimizzazione e l’affidabilità…

Arriva la Super. Nel 1986, l’Alfa Romeo 90 venne sottoposta ad un leggero restyling che riguardò la mascherina anteriore e alcuni dettagli interni. Il nuovo modello venne commercializzato come Alfa 90 "Super". A livello tecnico non ci furono novità di sorta. Soltanto la 2.4 Turbodiesel venne dotata di una turbina più piccola per migliorare la ripresa ai bassi regimi e di un sistema di preriscaldamento del gasolio per migliorare le partenze a freddo. Il cambio venne rivisto, con rapporti più corti e quinta marcia di potenza. Ne giovarono accelerazione e ripresa, del resto era pur sempre un’Alfa Romeo. Nello stesso venne discontinuata la produzione dell’Alfa 90 con il 2.0 a carburatori, mentre gli altri motori della gamma non subirono variazioni.

Senza far rumore. Nel 1987, l'Alfa Romeo venne ceduta al Gruppo Fiat. Intanto debuttava un'altra grande ammiraglia del Biscione, la 164 basata sul medesimo pianale della Lancia Thema, Fiat Croma e Saab 9000 griffata Pininfarina per mano di Enrico Fumia. Senza troppi clamori, l'Alfa 90 uscì di scena: nei tre anni di commercializzazione vennero prodotte solo 56.428 unità che risentirono pesantemente del “fuoco amico” dovuto alla concorrenza interna dell'Alfa 75: più in linea con l’identità sportiva Alfa Romeo (e dal prezzo più accessibile). Finiva un’epoca…

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