Diritto all'oblio
13 giugno 2018 | di Maurizio Schifano

Alfa Romeo 90: meccanica classica e stile moderno

Nel 1982 l’Alfetta, per quanto ancora stimata dagli appassionati, appare ormai datata sia nell’estetica e negli allestimenti. L’Alfa Romeo decide quindi di svilupparne un’erede. Viene varato il progetto K2, che due anni dopo darà origine all’Alfa 90.

Presentato al pubblico nell’ottobre 1984, questo nuovo modello del segmento E ha come compito principale quello di dare alla Casa di Arese una nuova immagine di costruttore di berline di un certo prestigio, con prestazioni elevate ottenute nella massima sicurezza. In tal modo, essa potrà ampliare la sua clientela e potrebbe anche contrapporsi validamente alla concorrenza straniera, che in quel segmento vede come leader soprattutto BMW. Si vuole quantomeno arginare la penetrazione del costruttore bavarese nel mercato italiano.

Un'Alfetta aggiornata. L’urgenza del momento impone di semplificarne al massimo lo sviluppo, tanto più che l’impostazione meccanica transaxle dell’Alfetta appare ancora valida e attuale. Perciò, sviluppata in soli 30 mesi, l’Alfa 90 eredita dall’Alfetta il pianale in toto, con le stesse misure di passo e carreggiate, ma con un paio di novità rilevanti: la disponibilità, a richiesta, del servosterzo (i guidatori di una berlina di classe non amano affaticarsi al volante) e di una tiranteria del comando del cambio modificata per ridurre l’escursione della cloche e aumentare così la precisione degli innesti, evitando così il rischio di “grattate” nella guida sportiva sotto pressione (quella delle Forze dell’Ordine, ad esempio). Tanti altri piccoli interventi, anche all’assetto, furono poi effettuati per adattare la meccanica alla potenza erogata dal V6 di 2.5 litri, che rappresenta la grande novità della gamma motori di lancio dell’Alfa 90, rispetto a quella dell’Alfetta.

Motori. Oltre alla 2.5 Quadrifoglio Oro, che monta un V6 a iniezione elettronica da 156 CV, la gamma di lancio comprende la 2.0 i, con il classico 4 cilindri bialbero Alfa, dotato di iniezione elettronica e variatore di fase, che eroga 128 CV, e la 2.4 Turbodiesel, con un nuovo VM dotato di intercooler, che sviluppa 110 CV. Le tre versioni superano rispettivamente i 200 km/h, i 190 km/h e i 180 km/h.

Stile Bertone. Il design della carrozzeria, come per l’Alfetta, è affidato a Bertone che, dovendo mantenere praticamente invariate le dimensioni esterne e l’impostazione a tre volumi, ha fatto del suo meglio per conferire un’immagine diversa da quella delle Alfa anni 70, privilegiando l’eleganza d’assieme e curando di più i dettagli e le finiture. Il frontale, meno aggressivo, rimane tipicamente Alfa. Tra i particolari di rilievo spicca lo spoiler anteriore, che si abbassa automaticamente a partire dagli 80 km/h.

L'interno. Nell’abitacolo balza subito all’occhio la plancia dal design massiccio, tipico dello stile Bertone dell’epoca, che sulla versione top di gamma, la 2.5 Quadrifoglio Oro, vanta la strumentazione “optoelettronica” a elementi fluorescenti. Una vera chicca, poi, è la valigetta ventiquattrore (optional), che si può riporre in un apposito vano della plancia.

Modello di transizione. L’Alfa 90 è dunque un’auto con una meccanica perfezionata, ben rifinita all’esterno e all’interno e pure molto brillante, quasi sportiva, con una tenuta di strada che ispira confidenza. La sua sfortuna è stata quella di essere il modello di transizione tra l’Alfetta e la 164, due pietre miliari della Casa del Biscione, dotate indubbiamente di una personalità superiore. Ma non per questo può essere dimenticata.

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