Jaguar S-Type 4.2 V8: la figlia di Detroit - Ruoteclassiche
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12 August 2022 | di Redazione Ruoteclassiche

Jaguar S-Type 4.2 V8: la figlia di Detroit

Basata sulla Lincoln LS, apre al marchio una nuova clientela. Stile molto british, affidabilità, comportamento dinamico “europeo” e cura costruttiva fanno dimenticare che è un’americana anche ai jaguaristi più integerrimi

Quando alla fine degli anni 80 la Jaguar venne inglobata nella galassia Ford, un brivido corse lungo la schiena degli estimatori del marchio. Furono in molti a predire prossime sventure. Le quali si abbatterono sì sulla Casa di Coventry, ma non subito. Perché in realtà l’inizio di quell’unione sembrò dare buoni frutti. Gli americani, infatti, entrarono abbastanza in punta di piedi e con iniziative calibrate, fornendo ad esempio gli ottimi motori V6 e V8 per sostituire i vetusti 6 cilindri in linea e V12 inglesi Doc. Purtroppo poi caddero nella tentazione di allargare verso il basso la gamma, proponendo nel 2001 la X-Type, che altro non era che una Mondeo vestita a festa. E così la strana coppia si separò già nel 2008. Ma in mezzo ci fu anche un modello “furbo” che mise d’accordo un po’ tutti: la S-Type, svelata nel 1998. Realizzata sulla piattaforma a trazione posteriore delle Lincoln LS e della Ford Thunderbird, questa berlina si collocava sotto la XJ, con l’obiettivo di sfidare Audi A6, BMW Serie 5 e Mercedes Classe E sul loro stesso terreno. E la definiamo “furba” perché impiegava una base dignitosissima, affinata da un tuning in chiave britannica, vestendo il tutto con una carrozzeria stilisticamente in linea con la tradizione Jaguar. Senza dimenticare che il nome stesso rimandava all’omonima berlina prodotta dal 1963 al 1968. La prima “edizione” della S-Type, per la verità, aveva un interno dal design un po’ troppo yankee, ma nel 2002 si era corsi ai ripari grazie a una plancia degna del blasone del marchio.

Il primo amore non si scorda. La protagonista del nostro servizio appartiene a Lorenzo Beltrami, un appassionato che ha la Jaguar nel cuore e un passato fatto anche di Mk 2 ed E-Type. Poi si è ammalato di “ferrarismo” e ha svoltato, senza però dimenticare il primo amore e così nel 2020 ha deciso di tornare sui suoi passi acquistando la S-Type, soddisfacendo l’esigenza di avere una classica che potesse essere usata con una certa frequenza. Certo più di quanto possano fare le altre auto del suo garage nel quale - dopo una dozzina di Ferrari, tra le quali una 250 Tour de France - adesso campeggiano Catheram Super Seven, Maggiolone Cabriolet, Porsche Boxster, Austin Healey e Dino 246 GTS. La sua S-Type è del 2003 e la scelta è caduta sul modello col V8 di 4,2 litri perché, ammette, “se si decide di commettere un peccato, bisogna farlo bene”. Alla base della gamma S-Type c’erano infatti i V6 a benzina di 2,5 e 3 litri e un V6 turbodiesel di 2,7 litri di origine Peugeot. Mentre il vertice assoluto era rappresentato dalla variante sovralimentata del V8 che, però, sarebbe stata troppo peccaminosa.

Nessun rimpianto. In realtà l’impiego frequente inizialmente ipotizzato è rimasto confinato nei buoni propositi, perché in due anni Lorenzo ha portato la vettura solo da 95 a 98 mila km. Nonostante l’uso sporadico, la sua S-Type non ha mai accusato noie meccaniche né si è dimostrata particolarmente assetata, dal momento che, viaggiando col piede leggero e rispettando il limiti autostradali, il consumo si attesta sui 10 litri per 100 km. Lorenzo ha acquistato l’auto dal primo proprietario e, quando l’ha vista, non ha avuto dubbi, perché era tenuta in maniera maniacale e perché la livrea British Racing Green era in cima alla lista dei colori preferiti. “Non aveva neppure un graffio”, racconta, “e dopo averla portata a casa ho sentito ancora il bisogno di telefonare al primo intestatario per complimentarmi”. In officina è passata solo per cambiare olio, pastiglie anteriori e gomme e adesso è pronta per diventare “storica” l’anno prossimo, con tutti i vantaggi economici del caso. Secondo Lorenzo, comunque, per l’assistenza non è necessario ricorrere a un meccanico specializzato in Jaguar e i prezzi dei ricambi non sono poi così alti come il blasone della vettura potrebbe far temere. Su strada basta poco per capire che la S-Type di americano ha solo qualche comando elettrico preso dagli scaffali della Ford. Lo sterzo non è affatto evanescente come si usava Oltreoceano e le sospensioni sono molto composte: forse anche un po’ più di quanto ci si aspetterebbe da una limousine come questa. Il V8 è silenziosissimo: fin quando si viaggia con un filo di gas, sfruttando la gran coppia disponibile, l’effetto “tappeto volante” è assicurato. Quando però si preme con maggior decisione sull’acceleratore i quasi 300 CV si sentono tutti. E saltano anche fuori con una veemenza quasi sportiva. È morbido ma anche piacevolmente rapido il cambio automatico ZF a 6 rapporti. Non è una vera Jaguar dal primo all’ultimo bullone? Nel caso di quest’auto non vi è nulla da rimpiangere.

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