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31 December 2020 | di Giosuè Boetto Cohen

La doppia maledizione della Lincoln presidenziale

Le tempeste nel nordest degli USA sono memorabili per il freddo e le nevicate. Ma in quel pomeriggio di quarant’anni fa, a Washington, cadeva, intermittente, solo una pioggia sottile. Gli ombrelli erano chiusi e il presidente Reagan, a capo scoperto, percorreva i pochi metri tra un’uscita laterale dell’Hotel Hilton e la sua limousine.

1981-2021: mentre l’America di John Biden cerca faticosamente di tornare agli onori del mondo, saranno trascorsi quattro decenni dall’attentato al presidente Reagan che, anche se entrò in ospedale sulle sue gambe, si ritrovò sul tavolo operatorio con una emorragia interna devastante, a un passo dalla morte.

Come il suo più sfortunato predecessore, John Fitzgerald Kennedy, anche Ronald Reagan viaggiava su una Lincoln Continental e giunse a sirene spiegate al pronto soccorso tra le braccia dei suoi gorilla. In verità, nel trambusto della sparatoria, né il Presidente né la scorta si erano accorti che un proiettile era andato a segno. Tanto che le prime istruzioni all’autista furono quelle di tornare subito alla Casa Bianca. Reagan era dolorante al petto, ma pensava di essere stato schiacciato dai suoi agenti che, uditi i colpi di pistola, lo avevano fatto letteralmente volare attraverso la portiera aperta. Non c’era sangue sugli abiti e fu solo quando egli iniziò a boccheggiare che fu dato l’ordine di puntare, e di corsa, sull’University Hospital.

La vettura. L’immensa berlina nera, soffocata dalle lamiere blindate e dai cristalli antiproiettile, era meno agile della “convertible 1961” non corazzata, che sfrecciò all’ospedale Parkland di Dallas nel 1963. La “nuova” vettura presidenziale risaliva peraltro al 1972 ed aveva subito solo un face-lifting, proprio quell’anno. Un terrificante radiatore “stile Rolls Royce” era stato appiccicato sul muso lineare, disegnato da Elwood Engel, ed avrebbe continuato a deturpare il profilo di tutte le Lincoln del decennio ’70-80.

Ma, stile a parte, la limousine presidenziale fece il suo dovere, recapitando alla “trauma room” il ferito in poco più di quattro minuti e continuando a servirlo per entrambi i mandati. Fu persino utilizzata ancora qualche volta dal suo successore, George H.W. Bush, che all’epoca dei fatti era vicepresidente.

Gli amanti della tecnica possono ancora annotarsi alcune specifiche: lunghezza 6.57 metri, larghezza 2.01, peso in ordine di marcia, 4730 chilogrammi. La carrozzeria fu, negli anni, dipinta anche in grigio e grigio scuro, gli interni erano di velluto azzurro con inserti in pelle.

L’attentato. Reso omaggio alla vettura, che come la sua più celebre sorella della nuova frontiera è oggi esposta al Museo Ford di Dearborn, torniamo ai fatti.

Se il ventiquattrenne Lee Oswald resta, a oltre mezzo secolo dal suo gesto, un personaggio complesso, forse parte di un complotto, il ventiseienne John Hinckley Jr. che sparò a Reagan aveva una storia molto meno interessante. Notoriamente debole di cervello, si era innamorato virtualmente dell’attrice Jodie Foster e non riuscendo a sedurla per posta, né con uno stalking durato sette mesi, pensava di farlo con un gesto clamoroso. Che lei, personaggio di secondo piano in “Taxi Driver”, avrebbe dovuto gradire, perché legato alla trama del film.

Oltre a perdersi in deliri di questo genere, il povero Hinckley aveva anche una pessima mira perché, dopo essere riuscito a infiltrarsi nella piccola folla che attendeva il Presidente sul marciapiede, mancò il bersaglio per cinque volte, da quattro metri, riuscendo infine a colpirlo solo con una palla rimbalzata sulla carrozzeria.

In compenso fece un macello tra gli astanti, paralizzando a vita l’addetto stampa di Reagan, bucando fegato e polmone a un agente e trapassando il collo a un altro.

Ci vuole un fisico bestiale. Mentre la Lincoln sgommava via, gli agenti superstiti e qualche sostenitore di passaggio saltarono sul killer, pestandolo a terra senza ritegno. Anche la polizia della capitale ebbe migliore cura di lui ed evitò che qualcuno – se mai avesse avuto motivo per farlo – andasse a “vendicare” il misfatto. Reagan se la cavò da vecchio show-man quale era, riuscendo a fare battute di spirito perfino con l’equipe dei chirurghi, a cui chiese, poco prima di essere addormentato “Siete tutti repubblicani, vero?” Un mese dopo era di nuovo in mezzo ai fans, con un bel maglioncino rosso che nascondeva il corsetto antiproiettile.

Riabilitato. John Hinckley, riconosciuto mentalmente labile, si fece trentacinque anni di riformatorio. Nel 2016, non costituendo, secondo i periti, un pericolo né per sé, né per gli altri, è tornato in libertà, ma con alcune “raccomandazioni”. Tra le altre c’è il divieto di bere alcolici, possedere armi da fuoco e munizioni . Poi il divieto di collezionare cimeli di Jodie Foster, foto, e articoli di giornale. E il divieto di contattare la famiglia Reagan, quella dello sfortunato addetto stampa Brady e, naturalmente, quella di Jodie Foster. Segue il divieto di guardare o ascoltare film violenti, in televisione e home video e di accedere a materiale pornografico cartaceo o online, musica, romanzi o riviste con contenuti cruenti. In ultimo il divieto di parlare alla stampa, visitare le dimore attuali, del passato o le tombe di presidenti degli Stati uniti, di oggi e di ieri. Forse, fatti i calcoli, a John Hinckley Jr. conveniva rimanere in manicomio.

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